Il musicista e lo scultore. Dario Faini e Giuliano Giuliani. “Le voci di Piagge”, stavolta, sono dei due famosi artisti locali. Perché la piccola frazione di Ascoli abbarbicata lungo la strada verso Colle San Marco non si fa davvero mancare niente. Affermato pianista, compositore, produttore discografico e autore il primo. Scultore di fama nazionale e internazionale il secondo.

Romanelli, Cannella, Dardust, Catalucci e Giuliani

 

Il settimo appuntamento annuale organizzato da “Note a margine odv” in collaborazione con il locale circolo “Piagge 80” di Alessandra Romanelli, fa registrare il previsto sold-out alla casa Aquilone di Villa Sgariglia. Pianoforte, sonorità elettroniche e sintetizzatori da una parte, scalpelli, mazzuole e travertino dall’altra. Stesse origini, stesso talento, stesso, sudato, successo per entrambi.

 

Dario Dardust Faini, fresco reduce dal ritiro del Premio Cultura conferitogli dalla Fondazione Mauro Crocetta. Giuliano Giuliani, appena selezionato fra i venti maggiori scultori viventi per un bando di concorso internazionale. Comuni i natali piaggesi, come detto, e l’amore, forte, per la loro terra. Di chi è partito, ma torna sempre volentieri, come Faini, e di chi è restato, riuscendo a colmare, con fatica maggiore ma senza rimpianti, il gap culturale con le metropoli, come Giuliani.

 

Il filo conduttore dell’incontro e dei loro ricordi, moderato con il consueto, amabile rigore da Mirella Catalucci e Katia Cannella. Racconti che partono dalle rispettive infanzie vissute qui, incuranti della ultraventennale differenza di età che li separa, e concordi sul comune privilegio di essere nati in un posto bello come questo. Quando anche i cinquantenni di oggi, come Dario Faini, non correvano mai il rischio di annoiarsi.

 

«La meravigliosa risorsa dei nostri boschi – ricorda – i mille giochi inventati insieme agli altri bambini stimolavano la nostra immaginazione, la nostra creatività. Tutto è restato impresso nell’anima. Le lunghe estati di sole e i lunghi inverni di neve. Il complessino dei Dinamici che suonano in paese e il cinema all’aperto. Anche il poco che ci proveniva dai documentari e sceneggiati televisivi veniva puntualmente assorbito, traslato, reinterpretato sotto forma di nuovi giochi. La piccola scuola del paese, intesa come luogo supermagico, grembo e incubatrice dei nostri sogni. Le lezioni immersi nella Natura della maestra Luciana, gli insegnamenti di don Floriano, un prete con due lauree, che ci trasformavano tutti in fans di Gesù. Tutto ci appassionava, ci incuriosiva, ci divertiva, tutto diveniva totalizzante per noi piccoli».

 

Fantasie e sensibilità sviluppate e scolpite nei loro animi da infanzie e prime giovinezze vissute in pienezza, al riparo, ancora per poco, dal bombardamento di iper-stimoli, sovente tossici, della modernità, che arriveranno presto ad inquinare menti e inaridire cuori. Checco, Valeria, Marco. Sono solo alcuni dei nomi di coetanei, presenti in sala, fatti da Dario, con cui ha condiviso la fortuna e le mille avventure di quel tempo.

Il maestrro Giuliano Giuliani

 

Anche Giuliano Giuliani, ventidue anni prima di Dario ha vissuto, fra Piagge e Colle San Marco, il medesimo patrimonio spirituale di emozioni e di sensibilità. Lui che è andato a vivere, e continua a creare, proprio in quella cava di travertino in cui affondano le radici della sua famiglia, e le sorgenti inesauribili della sua ispirazione artistica. Pietra che biancheggia al sole immersa nel verde silente dei boschi di Colle San Marco. Il travertino. Una parte di sé. Rispettato. Amato. Oltre le fatiche di tanti uomini osservate da piccolo portatore di acqua ai lavoranti negli anni della sua infanzia. Travertino di cui sonda con delicatezza, la forza delle proprietà che la mostrano dura e aspra, ma che rivela invece, scavandola nel profondo, meraviglie, ma anche limiti e fragilità che sono proprie anche dell’animo umano.

 

«Da ragazzino – racconta Giuliano – mia madre e mia zia mi portarono anche a farmi visitare da uno psicologo. Che all’epoca non è che fosse proprio di routine o di moda come oggi. Perché apparivo già allora un po’ “strano” per la mia età. I miei genitori sempre preoccupati, come tutti, per il destino dei propri figli. Il perché stentassi così a lungo, per trovare la mia strada, la mia realizzazione, nella vita. Capire chi sei e che cosa vuoi fare. Turbati dai miei silenzi, dalle mie inquietudini, dalle mie “mattezzine”. Da quei pezzi di pietra in cui loro continuavano a vedere lo stesso valore intrinseco, anche dopo le mie laboriose e sofferte reinterpretazioni. In più, la mia personale ricerca di espressione artistica non poteva neppure contare, rispetto, ad esempio, al percorso poi fatto brillantemente da Dario, sulla disciplina dettata da accordi, spartiti e solfeggi. Per fortuna poi, come credo anche per lui, a momenti di sofferenza, di sforzo e di crisi, seguono rinascite, illuminazioni e leggerezza».

 

In sala, dove le sedie, stavolta, non sono bastate per far stare comodi tutti, il silenzio è quasi sacrale. Sono quasi tutti conterranei, amici o conoscenti di vecchia data, eppure non c’è l’atmosfera caciarona della rimpatriata, ma l’attenzione per racconti che sanno, a tratti, di confessione. All’orgoglio di poter vantare una vecchia amicizia con chi ce l’ha fatta a diventare famoso, c’è il rispetto per i loro sacrifici sostenuti, anche i loro tormenti vissuti, di un percorso, artistico e umano, che non è stato mai, per nessuno dei due, sempre una facile e comoda marcia trionfale.

 

«Dai nove anni delle mie prime lezioni di pianoforte allo “Spontini” – prosegue Dario Dardust – fino ai trentotto, ho cercato tante vie, vissuto tante esperienze, e passato tanti momenti difficili. Ho suonato in band e poi da solista, sono stato performer di musical e autore, ho studiato recitazione e canto a Londra e, da universitario, rincorso ostinatamente la mia laurea in Psicologia. Ho aperto i concerti di Vasco Rossi e gettato nella disperazione i miei manager quando scrivevo canzoni che nessuno voleva. Ma non per questo è venuto mai meno il mio  massimo impegno, il credere nelle mie possibilità, o prevalso la tentazione di mollare tutto…».

 

Poi, un bel giorno, una quindicina di anni fa, arriva il turning point, il punto di svolta. Un incontro fortunato, il talento che diviene prolifico, la vita che cambia, la grande popolarità che arriva.

 

«Anche le ferite, i traumi del passato, così come le fragilità e le vulnerabilità, possono essere condivise, e anche curate, con la musica – spiega Dario Faini – ma in ogni disco che incido, in ogni testo che scrivo, mi rivedo anche bambino, avido di scoperte e desideroso di nuovi orizzonti. L’emozione nello scrivere versi deve essere la mia per prima. Il momento creativo può attraversare anche fasi di buio e di caos, prima del sopraggiungere della vibrazione, la sensazione che senti, all’improvviso, di aver imboccato la strada giusta. La cura dei dettagli del prodotto viene dopo».

Il concerto di Dardust alla cava

 

Ma che cos’è il talento?

 

«È la capacità, il piacere, di riuscire a fare – secondo Giuliani – con facilità le cose più difficili. La sensibilità di percepire e manifestare attraverso le proprie opere, suggestioni e frequenze che la maggioranza degli altri non avvertono. È perseveranza nella propria passione».

 

“Un paese ci vuole” scriveva Cesare Pavese. Per non sentirsi soli al mondo. Per essere certi che c’è sempre un luogo fisico, e dell’anima, fatto di persone, cuori, alberi e pietre a cui si appartiene, e che continua ad esistere, ad aspettare il nostro ritorno, anche quando ci allontaniamo. I racconti di persone così speciali in comunità così coese, come quella di Piagge, si sono concretizzate, e si concretizzeranno anche in futuro, in sinergie virtuose, in appuntamenti imperdibili. Che non sono scelte dettate dal business plan, ma da impulsi, avvertiti e forti, che vengono solo dal comune sentire. Come è successo con le note di Dardust in concerto, risuonate più volte proprio sotto il cielo stellato della vecchia cava Giuliani di Colle San Marco. Abbraccio ideale di uomini e di visioni, di artisti e di Arti, in una location che non è una qualsiasi. Ma un luogo dell’anima. Lo stesso, per due stelle gemelle.

 

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