Dino Ferrari rivive al Forte Malatesta. Rimarrà aperta fino al prossimo 7 novembre la mostra antologica, inaugurata sabato 3 ottobre, dedicata al grande artista ascolano scomparso ventisei anni fa. È anche la prima di livello degno del pittore, capace di attraversare settant’anni di vita culturale cittadina padroneggiando tutti gli stili pittorici succedutisi nell’arco di cinque secoli. Un riconoscimento meritato e lungamente atteso dovuto principalmente alla sua famiglia. Alla quale non hanno mai difettato, fino ad oggi caparbia determinazione e ammirevole perseveranza. Valentino, l’unico figlio, e Marco, l’unico nipote, di Dino Ferrari, menti ed anime dell’omonimo Archivio, primo promotore della storica iniziativa.
«Siamo finalmente riusciti nell’impresa – commenta il nipote Marco – di dedicargli questa bellissima mostra, a dodici anni di distanza dalla celebrazione, in Pinacoteca, del centenario della nascita di mio nonno. Se ne sentiva la mancanza, e tutta la gente che è venuta ne è la riprova. Siamo contenti per questo, e anche per come il curatore Carlo Bachetti Doria e il direttore artistico Zeno Rossi hanno ben saputo valorizzare, oltre alla copiosa produzione dell’artista Dino Ferrari, anche la sua figura sotto il profilo umano». Una tratteggiatura dei contorni, artistico e caratteriale, che i due hanno potuto rendere più fedele grazie anche al determinante contributo dell’unico figlio di Dino, Valentino. Nella sala del vecchio parlatorio nell’ex carcere Malatesta, gremita all’inverosimile, hanno preso la parola anche le Istituzioni, con il sindaco Marco Fioravanti e il suo predecessore Guido Castelli. Ad esaltare i «…progetti culturali esclusivi…» come questo, il primo, e una terra, come la nostra «…nobile e prolifica di talenti…» il secondo.
Parole che fanno confidare, per il futuro, in un prossimo appuntamento di questo livello, magari senza dover aspettare altri dodici anni. O ben sperare, a breve, in una presenza più nutrita delle opere di Ferrari nei siti museali della sua città. Staremo a vedere. Sandro Donati con la Banca del Piceno è stato il capofila dei tanti sponsor della mostra. Il direttore dei musei civici ascolani, Stefano Papetti, ha ricordato invece il suo primo, preoccupante, incontro con Ferrari. L’allora direttore della Pinacoteca ascolana, Paolo Seghetti, lo aveva catechizzato a lungo, infatti, nei giorni precedenti l’appuntamento, sull’estrema suscettibilità dell’artista. Una peculiarità di Dino Ferrari, questa, a cui Carlo Bachetti Doria ha voluto dedicare per intero una delle dieci sezioni, tematiche e cronologiche, in cui si suddivide questa bellissima mostra.
In fondo ad una delle vecchie celle del Forte Malatesta scorrono le immagini del maestro. Alle pareti appesi i disegni originali delle sue leggendarie “Maledizioni” che campeggiavano all’ingresso dello studio di Piazza Sant’Agostino. Destinatari tutti quelli che, secondo lui, avevano commesso ingiustizie nei suoi confronti. O espresso giudizi sgraditi su di lui, o sulle sue opere. Anatemi, diffide all’ingresso. Caricature e invettive, immagini di diavoli e di impiccati, più che espressioni di un temperamento sanguigno e intollerante, o eccessi di stravaganza, rivelatori della tensione creativa, costante e straordinariamente produttiva, di un artista che di sola arte è riuscito sempre a sostenersi. Ego e talento, i suoi, entrambi smisurati. «Dipingere era, per lui, come respirare» ha ben detto qualcuno. Rigettando quella etichetta di copista che molti, frettolosamente e ingenerosamente, gli affibbiavano, «non ho mai dipinto al modo dei grandi, imparare da essi non significa copiarli». Sempre aperto, è stato ricordato, anche agli altri, ai giovani.
Come quando, nel 1957, fu l’unico ad accettare di insegnare gratuitamente disegno dal vero ad un gruppo di giovani ascolani al Palazzetto Longobardo. La monumentale fortezza sorta nel 1349 per volere di Galeotto Malatesta sulle rovine di antiche fortificazioni datate avanti Cristo, distrutte da Romani e Longobardi, deve l’austerità attuale ai lavori pagati dai Papi nel 1540, ed è palcoscenico storico di grande effetto per ogni evento. I centocinquant’anni vissuti come carcere aggiungono ulteriore pathos alla location.
Gli angusti corridoi e le piccole celle diventano scrigni dei tesori di Dino Ferrari. Un estro che svaria, che evolve nei decenni, senza mai deludere. Ritrattista eccelso che dai temi sociali e della condizione umana, dalla matrice classica e tradizionale si apre alla modernità. Tempera, inchiostro e pastelli o pennarelli a china. Chiaroscuri che esaltano forza plastica. Simbolismi che tendono a mettere a nudo anche le emozioni e la psiche dei personaggi raffigurati, fino alle forme sintetiche e compatte degli anni Ottanta.
E poi gli omaggi ai suoi primi maestri e ispiratori, come Egidio Coppola e Mario Sironi fra gli altri. La chicca nell’ultima piccola cella pittata completamente di rosso. Le sue immagini che scorrono su un video, la sua voce di vecchie registrazioni, il suo busto, i suoi attrezzi da lavoro, i suoi libri. Arredi, oggetti a lui appartenuti, e i ritratti. Il suo sassofono amato compagno di gioventù. La sua vita. Nell’unica grande sala circolare del Forte i dipinti monumentali che sono stati portati fin qua dentro, per l’occasione, dalla chiesa di Villa Sant’ Antonio e dall’auditorium “Neroni”. Due Crocifissioni sintesi superbe di spiritualità forte e altrettanto forte potenza espressiva dell’ultimo Ferrari. Spoilerare oltre sarebbe ingeneroso per tutti. Chi verrà a visitare questa mostra, di certo, non resterà deluso.























