Un palazzo di inestimabile valore, dotato di un giardino dalla rara bellezza e di una chiesa contenente opere preziose, torna a risplendere dopo decenni di chiusura e abbandono. È Palazzo Saladini Pilastri in corso Mazzini, la cui rinascita è avvenuta in due anni grazie ad una febbrile tabella di marcia di lavori, mostrata ufficiosamente alla stampa nelle ultime ore e che, nel pomeriggio di giovedì, con la presenza del premier Giorgia Meloni, sarà aperta al pubblico della città.

Uno degli scorci di Palazzo Saladini Pilastri
Il sindaco Marco Fioravanti in occasione di questa anteprima ha ripercorso l’iter che ha accompagnato il complesso restauro dell’imponente struttura e del suo prezioso parco, costato 39 milioni di euro grazie ai finanziamenti provenienti dal Pnrr.
Durante l’incontro il primo cittadino ha anticipato che la cerimonia che accompagnerà il momento inaugurale sarà accompagnata da uno spettacolo allestito con musica e danza e i figuranti della Quintana firmato da Marco Fausti e che il giardino storico verrà intitolato a Papa Niccolò IV.
«È la più grande opera di ripristino affidata alla storia del comune di Ascoli», ha esordito Marco Fioravanti a proposito del complesso, che oltre alle strutture murarie ha visto recuperare importanti affreschi, la fontana, l’edicola e la coffee house. La struttura, il cui funzionamento partirà ad inizio 2027 ma che sarà inserita tra pochi giorni nell’ambito delle Giornate del Fai, vedrà al suo interno un hotel e un ristorante etico gestiti da ragazzi con disabilità, accanto a 138 alloggi a canone moderato per coloro che da fuori confine decideranno di essere residenti ascolani e di venire ad abitare in città.

Nel corso dell’incontro riservato alla stampa, il complesso, con che ha visto coinvolti nel suo cantiere circa 200 persone, tra operai, tecnici e restauratori, oltre a decine di imprese locali, lo storico dell’arte Stefano Papetti ha voluto ripercorrere la storia di Palazzo Saladini Pilastri, diventato di proprietà della famiglia aristocratica ascolana dopo essere stato per secoli un monastero delle suore benedettine.
L’esperto ha sottolineato i ritrovamenti emersi durante i lavori, come i grandi lavatoi in travertino interrati e visitabili, oltre a decorazioni che erano rimaste a lungo nascoste, come quelle presenti nel grande salone affrescato e i numerosi dipinti del Duecento e del Quattrocento, affiancati a tracce cinquecentesche. Tra i capolavori mostrati, spicca la chiesa seicentesca, l’unica barocca della città insieme a quella del Carmine, che custodisce l’altare maggiore scolpito da Lazzaro Giosafatti e che nel soffitto conserva le tele di Ludovico Trasi.
«Un recupero d’eccellenza che unisce rigore scientifico, valore identitario e nuova fruibilità per la comunità», ha concluso il professor Stefano Papetti, certo che in futuro un simile capolavoro possa essere scenario destinato anche ad eventi importanti non solo pensati dall’amministrazione comunale.
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