La parità di genere e il peso della rappresentanza femminile tornano ad infiammare il dibattito politico a San Benedetto in occasione delle imminenti consegne del Gran Pavese Rossoblù. A riaccendere i riflettori sulla questione è una presa di posizione corale delle forze di opposizione appartenenti alla coalizione progressista, con un documento firmato dai consiglieri Aurora Bottiglieri, Margherita Sorge, Antonio Sante Alfonsi, Roberto Bovara, Paolo Canducci, Fabrizio Leone, Fabio Urbinati e Jacopo Zappasodi. Loro hanno accusato senza mezzi termini l’amministrazione Mozzoni di miopia e sbilanciamento. La stoccata del centrosinistra nasce dalla scelta dei sei nominativi indicati dal sindaco per la massima onorificenza cittadina, tra i quali figura una sola donna, peraltro l’unica proposta accolta tra le tante avanzate dall’opposizione.
Secondo la minoranza, questa decisione smentisce nei fatti le rassicurazioni e i buoni intenti sbandierati durante l’assise consiliare dello scorso 26 settembre e ignora i richiami della Consigliera di Parità della Provincia di Ascoli Piceno, Paola Petrucci, dimostrando un’incapacità culturale di valorizzare il talento e l’eccellenza delle professionalità femminili che operano quotidianamente nel tessuto sociale cittadino.
Se la critica sollevata dall’opposizione pone l’accento su un tema centrale nel dibattito pubblico contemporaneo, uno sguardo attento alla storia recente e agli annali del Gran Pavese Rossoblù rivela però una realtà molto più complessa e contraddittoria. Gli albi dei premiati pubblicati sul sito web ufficiale del Comune partono dal 2008.
Esaminando i dati statistici delle otto edizioni del premio conferite tra il 2008 e il 2015, periodo in cui al governo della città c’era proprio la giunta di centrosinistra guidata da Giovanni Gaspari e sostenuta sostanzialmente dalla medesima area politica, emerge come lo squilibrio di genere non sia affatto una novità dell’ultima ora. In quegli otto anni di amministrazione progressista, su un totale di 83 persone insignite del riconoscimento, le donne premiate sono state appena 14, pari ad un modesto 16,9% del totale, a fronte di ben 69 uomini che hanno raccolto l’83,1% dei premi.
Nel dettaglio di quelle edizioni, 4 cerimonie su 8 hanno visto allori per una sola donna. L’annus horribilis per la parità di genere fu il 2010: 11 premiati di cui solo una donna, ossia Adriana Ciarrocchi, Premio Speciale per coraggio e abnegazione. Nel 2008 le premiate furono due (Lea Emili e Anna Lunerti) a fronte di sei uomini, tra cui l’omaggio alla memoria di Andrea Pazienza, mentre l’edizione record per le cosiddette quote rosa fu quella del 2013, quando le donne premiate furono quattro su undici totali. Due di questi riconoscimenti vennero conferiti alla doverosa memoria di Carla Bisirri e Maria Teresa Napoleoni, vittime del tragico rogo dello stadio Ballarin. La situazione non cambiò negli anni successivi, con due sole donne premiate nel 2014 a fronte di dieci uomini, per arrivare all’ultimo anno premio “coordinato” dall’amministrazione Gaspari, il 2015, quando su diciassette benemerenze complessive le donne furono nuovamente soltanto due (Emanuela Marcattili e Rosa Marisa Borraccini) rispetto ai quindici colleghi maschi.
La ricostruzione di questi dati dimostra come l’esclusione o il ridimensionamento della figura femminile tra le eccellenze cittadine rappresenti una tendenza consolidata che travalica i singoli mandati e i colori politici. Cambiano i sindaci e le maggioranze in Consiglio comunale, ma le donne continuano a rimanere sistematicamente in secondo piano quando si tratta di distribuire le civiche benemerenze della città.















