
La cerimonia ad Arquata, sulla destra il sindaco Michele Franchi
In occasione della festa patronale e a poche ore dall’anniversario della tragedia del terremoto di sei anni fa, ad Arquata del Tronto si è completata un’iniziativa triennale: la celebrazione del ricordo del passaggio di Giuseppe Garibaldi nel gennaio 1849.
E’ stata inaugurata una epigrafe sul modello della precedente scomparsa per celebrare l’eroismo dell’eroica moglie Anita, nel 200° anniversario della nascita, con la piantumazione di una simbolica rosa a lei dedicata. Tra i presenti, oltre al sindaco Michele Franchi che ha fatto gli onori di casa, anche Carlo Ambrosi, presidente di dell’associazione “Arquata Potest”, i cui antenati ospitarono Garibaldi nel loro palazzo del centro storico del paese.
Per contribuire a una rinnovata frequentazione storico-ecologistica, l’Associazione nazionale veterani e reduci garibaldini di Castelbellino (Ancona), presieduta da Ettore Baldetti, ha voluto collegare il nuovo “Tragitto dei Patrioti”, la via cicloturistica fra Cortona (Toscana) e il porto di Ancona (Marche), che verrà inaugurata domenica 2 ottobre.
LA STORIA
Nel gennaio 1849 l’“Eroe dei due Mondi” passava con la propria legione di volontari dalla Romagna nelle Marche al fine di raggiungere il Lazio e difendere la nascente Repubblica Romana minacciata dagli eserciti francese, napoletano e austriaco, ma, mentre il grosso dei suoi uomini puntava direttamente verso la capitale, lui preferì fare una deviazione per perlustrare i confini meridionali della Repubblica. Il Generale fu poi calorosamente accolto ad Arquata, potendovi pernottare con il suo ristretto seguito – fra cui il fedelissimo assistente Andrés Aguyar, “il Moro” e l’amico Candido Augusto Vecchi, fermano di nascita e ascolano d’adozione, che ospiterà il Nizzardo nella sua villa ligure di Quarto alla vigilia dell’impresa dei Mille entrando poi con lui trionfalmente a Napoli nel 1860. Ad Arquata con Garibaldi non c’era Anita. Lo raggiungerà direttamente a Rieti e lo accompagnerà a cavallo, mentre si trovava al quinto mese di gravidanza, nel vano tentativo di portare soccorso attraverso l’entroterra appenninico alla Repubblica di Venezia che ancora resisteva all’assedio austriaco. Partirono da Roma il 2 luglio con una schiera di quattromila uomini, riuscendo a sfuggire nel territorio repubblicano con continue deviazioni a ben quattro eserciti: il francese, il napoletano, l’austriaco e lo spagnolo. Finché, con le truppe stremate, ridotte nel numero e accerchiate, la compagna indebolita dal prolungato trasferimento, si rifugiò nella Repubblica di San Marino, dopo essere entrato nelle Marche nel passo della Bocca Trabaria ed aver toccato i territori di Sant’Angelo in Vado e Macerata Feltria. Da qui ripartì di nascosto con pochi fedelissimi, nell’estremo tentativo di raggiungere Venezia. Ma nelle paludi ravennati Anita morì il 3 agosto e Garibaldi, tallonato dagli Austriaci e informato della caduta del capoluogo veneto, riuscì a raggiungere la Liguria. Ma il Regno Sabaudo, da poco sconfitto nella Prima Guerra d’Indipendenza contro l’Impero d’Austria, non lo accolse costringendolo nuovamente ad espatriare verso la Tunisia e gli Stati Uniti d’America.














