Nel segno di Maurice Ravel. Questa storia potrebbe partire così. Dall’arte eterna del compositore francese che incrocia la strada di un bambino di 5 anni. Il mistero e la bellezza della musica forse si trovano proprio qui. Nel modo che ha di manifestarsi beneficamente nelle vite delle persone, annullando tempi e distanze.

Emiliano D’Auria ad Alesun (Norvegia) durante la registrazione dell’album “First rain”

 

«Lo ricordo come fosse ora e mi emoziono ogni volta che mi viene in mente. Mio fratello, che all’epoca suonava il pianoforte, stava eseguendo “Ma mère l’Oye”. Non lo avevo mai sentito prima, ha provocato in me un’emozione profonda. Dal ricordo che avevo di questo brano è nato un pezzo del mio prossimo album che si chiamerà “Memories”».

 

Siamo alla fine degli anni ’80. Da quel momento ad oggi c’è di mezzo un mondo. Quello di Emiliano D’Auria, ascolano, pianista, considerato una delle voci più originali del jazz italiano, direttore artistico dello storico Cotton Jazz Club, creatore del festival itinerante “JazzAp”. Insomma, Ravel ha seminato bene. Anche se il primo disco di cui si innamorò, qualche anno dopo, fu un altro.

 

«”Beauty” di Ryuchi Sakamoto. Lo ricordo perfettamente anche perché legato alla grande curiosità per il nuovo nuovo formato. Il mio primo cd».

 

E a proposito di dischi, D’Auria è arrivato ad uno snodo importante della sua carriera. Dopo l’inizio in patria (il primo album “Naked things” è del 2010), infatti, da qualche anno si è trasferito negli Stati Uniti, terra in cui la sua vena ha trovato nuove sponde. Alla testa di un quintetto a stelle e strisce dà alle stampe prima “The baggage room” (2024) poi il seguito “The baggage room vol. 2 – Meanwhile”, un intenso omaggio agli emigrati (e non solo) registrato al Bunker Studio di Brooklyn.

 

«Se penso a quando ho iniziato ricordo il grande fuoco che avevo dentro – ricorda -. Ero un po’ indisciplinato ma con un’esigenza espressiva molto forte che non mi ha mai fatto scoraggiare. Oggi sento che il mio percorso ha trovato una forma solida, si è canalizzato in una forma espressiva ben precisa, c’è sempre più consapevolezza. Il percorso artistico non si ferma mai e da buon jazzista navigo a vista ed improvviso seguendo spesso l’istinto. Sono in una perenne fase di sperimentazione e questo mi offre una grande carica creativa».

 

Per arrivarci, però, ha dovuto compiere il passo forse più difficile. Quello di attraversare l’oceano, in cerca della terra d’elezione.

 

«Il jazz è una lingua viva – aggiunge D’Auria -. Non puoi parlarla bene se non continui a studiarne la grammatica ogni giorno, ed è per questo che la mia ricerca sullo strumento non finisce mai. Per parlare davvero bene una lingua devi andare nel paese in cui è nata. Il mio viaggio in America nasce da qui, dalla necessità di immergermi nella fonte originaria del jazz e confrontarmi con una scena che ti spinge costantemente oltre i tuoi limiti. Nel jazz l’evoluzione è costante, non è un punto di arrivo ma un viaggio. Lo studio ti insegna le parole da usare nell’improvvisazione. Più studi, più il tuo spirito creativo è libero di esprimersi senza barriere legate a tecnicismi ed accademismi».

 

Tempi diversi, ovviamente, a quelli raccontati in “The baggage room”, elegia ai milioni di connazionali che, per motivi diversi e con modalità ben più difficoltose, si trovavano a compiere lo stesso viaggio. In comune, c’è il difficile distacco da famiglia ed affetti.

 

«Più che difficile, New York ti mette a nudo, ti sfida ogni giorno e ti costringe a uscire dalla tua zona di comfort – spiega -. Ma il jazz è una musica di viaggio, di contaminazione e di movimento. Non si può fare questo lavoro senza accettare il distacco. È una necessità dell’anima. New York esercita un richiamo magnetico, si parte per nutrirsi di quell’energia, per poi riportare a casa quel bagaglio di storie, suoni e visioni. La casa non si perde mai, si allarga soltanto».

 

Non a caso D’Auria non ha reciso il filo rosso che lo lega ai suoi luoghi natii. Né soprattutto con lo storico Cotton Jazz Club, tra i più longevi d’Italia data la sua fondazione nel 1990, né col più “giovane” festival itinerante “JazzAp”, che porta la musica nei luoghi più defilati del Piceno, la cui ultima edizione si è conclusa lo scorso agosto.

 

«Il bilancio è straordinario, ma non nascondo che sia stata una vera e propria sfida – dice D’Auria -. Costruire e coordinare questa “macchina itinerante” è un lavoro immenso, perché il festival non si limita alla musica è un progetto cross-culturale che abbraccia moltissimi ambiti. Nel 2022 abbiamo lanciato una scommessa audace, decidendo di puntare tutto sulla nostra terra, sulla bellezza dei nostri paesaggi ma soprattutto sulla risposta delle comunità locali e del nostro pubblico. Vedere che quella scommessa oggi è stata vinta è la soddisfazione più grande. In questi cinque anni il percorso è stato netto, abbiamo aggiustato il tiro dove è stato necessario rimodulando i ritmi. All’inizio l’entusiasmo del team di “JazzAp” era talmente travolgente che tendevamo a concentrare troppi eventi, senza dare tregua agli spettatori che spesso si trovavano a scegliere tra più concerti contemporaneamente. Nel tempo abbiamo imparato a diluire i concerti, dando più respiro al pubblico e migliorando l’esperienza complessiva. È stato un crescendo continuo di presenze e partecipazione che ha toccato il culmine proprio in questa edizione. Questo record di pubblico ha ripagato la squadra di ogni singola fatica. Ormai “JazzAp” non è più solo un evento estivo ma un appuntamento fisso ed identitario per l’intera provincia. Se a questo uniamo la straordinaria attività invernale del Cotton Club, che prosegue ininterrottamente da oltre 35 anni, possiamo dirlo con orgoglio: Ascoli  e il suo territorio sono diventati, a tutti gli effetti, un punto di riferimento di rilievo nazionale per la grande musica jazz».

 

Tutto questo non può non legarsi a quanto vissuto in famiglia. Lo zio Silvano ma soprattutto papà Sergio, imprenditore scomparso nel 2021, fu tra i fondatori proprio del Cotton, oltre che musicista di razza, che negli anni ’50 portò il suo contrabbasso in giro per il mondo. D’altronde quel pianoforte su cui si suonava Ravel qualcuno in casa doveva pur avercelo portato…

 

«Mio padre è stato un uomo di successo, ha fondato una azienda di stampa conquistando tutti con il suo gusto e la sua serietà – va avanti -. Nella sua vita ha istaurato rapporti stabili e sinceri. Amante del Carnevale al quale ha sempre partecipato attivamente, dell’Ascoli Calcio e delle tradizioni. Ma gli occhi di Sergio, mio padre, brillavano in maniera del tutto particolare solo per il jazz e per mia madre, allontanandolo da ogni affare o contratto in vista di un concerto suo o da lui organizzato. Nel cuore più profondo dell’azienda aveva ricavato una sala concerti con tanto di palco, pianoforte batteria ed amplificazione dove spesso si trovava con i suoi amici musicisti per suonare. Ho vissuto attraverso mio padre la parte più pura del jazz e della musica di qualità in generale. Quella legata ad una esigenza espressiva e comunicativa che nulla aveva a che fare con il successo o con il riconoscimento del pubblico. Un rapporto puro e di profondo rispetto per la musica. Ancora oggi, se ci penso, mi si riempie il cuore di emozione e non posso che ringraziarlo».

 

Di padre in figlio, fino a che i figli non diventano padri a loro volta. Allora si passa dall’altra parte, con un bagaglio di esperienza che in certi casi può diventare tesoro per i più giovani.

 

«Io ho due figli adolescenti e con loro ho un bellissimo rapporto anche in parte veicolato dalla musica – prosegue D’Auria -. Mi rivolgo ai giovani come mi rivolgo spesso a loro e, seppure non abbiano ancora idea di quale sarà il loro futuro, la cosa che spero di avergli trasmesso è l’importanza di realizzare le proprie idee e di seguirle nel modo più sincero possibile senza compromessi. Spero che le nuove generazioni riescano a stupirci evitando di essere tiepide, di non accodarsi alle mode del momento e di dimostrare che esiste ancora uno sguardo capace di guardare la realtà in modo originale e sincero».

 

Lo stesso sguardo che chi fa un certo tipo di musica tiene bene aperto sul futuro, per una vocazione innata. Da preservare.

 

«Il mio impegno sul territorio ascolano resterà costante sia per la nuova stagione invernale del Cotton Jazz Club che per “JazzAP,” continuando a lavorare per fare in modo che Ascoli non sia solo una tappa di passaggio per il jazz, ma un luogo dove il jazz viene pensato, creato e prodotto tutto l’anno – è la conclusione -. A novembre sarò in tour con la mia formazione americana, i Brooklyn Bound con Philip Dizack, Lucas Pino, Jacopo Ferrazza e Joe Dyson in Italia ed Europa e subito dopo tornerò a New York per continuare i progetti che ho li. In cantiere ho la registrazione del nuovo disco con un altro quintetto newyorkese e vari concerti in vari club».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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