Dieci anni dal sisma che ha flagellato il centro-Italia, facciamo il punto sulla ricostruzione, con l’occhio dai e nei cantieri, insieme a Lanfranco Ceroni, presidente della Scuola Edile Ascoli-Fermo.
Presidente, sono passati dieci anni da quel giorno drammatico che, a causa del terremoto, ha segnato l’Italia centrale. Quale fu all’epoca il suo primo pensiero?
«Il primo pensiero fu di Smarrimento e, al contempo, di profonda responsabilità verso le nostre comunità. In quei drammatici istanti ci si rende conto dell’immane fragilità del nostro territorio, ma subito dopo subentra la determinazione di chi sa che le persone, i lavoratori e le imprese hanno bisogno di punti di riferimento solidi. Il dramma umano era enorme, ma il primo impulso è stato mettersi a disposizione per rassicurare, organizzare e far sentire che nessuno sarebbe rimasto da solo».
Come avete affrontato la fase emergenziale e, conseguentemente, le fasi successive?
«Nell’emergenza si opera per risposte immediate: mettere in sicurezza i luoghi, dare un tetto a chi l’aveva perso e garantire la continuità dei servizi essenziali e del lavoro. Le fasi successive, tuttavia, si sono rivelate complesse e spesso segnate da lungaggini e da una macchina amministrativa farraginosa. La vera svolta nell’affrontare la ricostruzione è arrivata quando siamo riusciti a passare dalla logica della pura emergenza a quella di una programmazione organica e strutturata, capace di restituire non solo gli edifici, ma il tessuto sociale ed economico del nostro territorio».

Lavoro, emergenze ma anche norme e burocrazia. Quali le difficoltà maggiori che avete riscontrato? E come sono state superate? Oggi rispetto a 10 anni fa, cosa è cambiato?
«Le difficoltà maggiori sono sempre state la stratificazione normativa e la burocrazia: un groviglio di procedure che nei primi anni ha inevitabilmente rallentato le autorizzazioni e la partenza dei cantieri. Oggi il cambio di passo è evidente. Le criticità sono state affrontate e superate grazie a un’opera decisiva di semplificazione e di sblocco delle procedure. Rispetto a dieci anni fa, la ricostruzione non è più un labirinto burocratico ma un cantiere vivo e operativo: sono state varate ordinanze più snelle, c’è maggiore certezza nei tempi e si è instaurato un dialogo diretto e costante tra le istituzioni e gli operatori del settore».
Quanto importante è stata ed è la sinergia, il fare rete con l’Ufficio del Commissario alla Ricostruzione?
«La collaborazione con l’ufficio del commissario è stata il vero fattore determinante. In particolare, con la guida del Senatore Guido Castelli, la struttura commissariale ha impresso una svolta cruciale alla ricostruzione dell’Italia centrale. Grazie alla visione strategica, alla determinazione e all’ascolto costante del territorio dimostrati dal senatore Castelli, si è creata un’intesa perfetta tra le istituzioni centrali, gli enti locali e il sistema delle imprese. Il senatore ha saputo coniugare la rigidità della norma con il pragmatismo che la ricostruzione richiedeva, ponendosi sempre come un interlocutore presente, risolutivo e attento alle esigenze reali di chi lavora nei cantieri. L’ufficio del commissario non è stato un organo contabile o burocratico, ma un vero partner di sviluppo».
Quale è il bilancio di quanto fatto fino ad oggi e di quello che vi è in cantiere?
«Il bilancio oggi è finalmente positivo e proiettato al futuro. Dopo una partenza in salita, oggi i numeri testimoniano una ricostruzione privata ormai a pieno regime e una ricostruzione pubblica che ha imboccato una marcia decisa. Migliaia di famiglie sono rientrate nelle loro case, le opere pubbliche strategiche stanno prendendo forma e la programmazione del Fondo NextAppennino sta portando risorse vitali per il rilancio economico del territorio. Quello che c’è oggi in cantiere non è solo la riparazione del danno, ma la costruzione di un territorio più moderno, sicuro e attrattivo».
Il sisma, nella sua drammaticità, ha comunque riacceso i riflettori sulla Scuola Edile e sulla riscoperta di un mestiere che è diventato imprescindibile. Quale futuro per il settore?
«Il sisma ha dimostrato che l’edilizia non è soltanto un settore economico, ma un servizio essenziale per la sicurezza di un Paese. La Scuola Edile ha riscoperto un ruolo centrale: non basta semplicemente costruire, serve formare maestranze qualificate, capaci di applicare le tecniche d’avanguardia del consolidamento sismico e dell’efficientamento energetico. Il futuro del settore risiede nella dignità del lavoro edile e nell’innovazione tecnologica. Dobbiamo attrarre i giovani verso questa professione, facendo capire loro che fare il muratore o il tecnico edile oggi significa essere un artigiano della sicurezza e della bellezza del territorio, con un elevato livello di professionalità e competenze digitali».
Come e in che misura è aumentata la richiesta di sicurezza nei cantieri?
«La richiesta di sicurezza è cresciuta in modo esponenziale, ed è diventata la priorità assoluta. Nei cantieri della ricostruzione sismica non ci si limita più a rispettare gli standard minimi di legge: si opera in contesti spesso complessi e ad alto rischio, che richiedono rigore e costante prevenzione. C’è stata una crescita culturale significativa sia da parte delle imprese sia da parte dei lavoratori. L’attenzione ai dispositivi individuali, alla formazione continua, alla tracciabilità dei flussi e al contrasto del lavoro irregolare è altissima. Un cantiere sicuro è un cantiere efficiente e di qualità: ricostruire i luoghi della nostra vita non può prescindere dalla tutela assoluta della vita di chi quei luoghi li sta rimettendo in piedi».
















