
Gianfranco e Liliana Salvi, addio per due con il sottofondo delle musiche più amate dal dottore. All’entrata e all’uscita dei due feretri dalla cattedrale, discrete e struggenti, arie classiche e le note immortali di Ennio Morricone hanno salutato la coppia di anziani coniugi partiti insieme, quasi in contemporanea, per il loro ultimo viaggio. Concomitanza non unica ma, di certo, rarissima quella ristretta a sole 24 ore di distanza l’una dall’altra. Fiori rossi e gialli sulle due identiche bare di legno chiaro, affiancate davanti all’altare maggiore e poi sul sagrato del Duomo.
La forza di una unione, e di un amore, lunghe una vita, che neppure la morte è riuscita a spezzare. Un premio, un privilegio, forse, concesso dal fato a chi ha dimostrato, con il cuore, ma anche in opere, di meritarselo tutto. Stupore dei passanti ignari, rintocchi di campane e lacrime. Non solo dei due figli, Marco e Federica. Non solo dei tre nipoti, Giorgio, Lorenzo ed Eva. Ma anche di vecchi ex dipendenti e dirigenti di quella che fu la Carlo Erba. Fiore all’occhiello dell’industria farmaceutica Made in Italy, una delle prime aziende di eccellenza, che il nostro Paese non è stato in grado di proteggere. Sono tanti. Venuti tutti per salutare, un’ultima volta, il dottor Salvi, un galantuomo, un signore. Per affetto, per graditudine, per riconoscenza. Gli stessi arrivati ad aprile dello scorso anno ad applaudire la presentazione del suo libro sulla nascita dello storico stabilimento ascolano, della quale fu artefice primo. Gli stessi tornati, un mese e mezzo dopo, nella sala consiliare del Comune al Palazzo dei Capitani, per la concessione a Gianfranco Salvi della cittadinanza onoraria. Lui visibilmente commosso fra acclamazioni e complimenti a cui non era abituato, anche perché a questi aveva preferito sempre sottrarsi.

Uomo del fare, sempre, più che dell’apparire. Bolognese ostinato e colto, ha sempre considerato il lavoro come un divertimento, le grandi imprese come una sfida, il Bene Comune come fine irrinunciabile. Come si fa, anche in questo giorno, a non parlare ancora di lui e delle sue grandi imprese? In azienda dal 1960 comincia a lavorare al progetto dello stabilimento ascolano nel 1968. Lo inaugura nel 1972, soffrendo per i contadini a cui il Comune ha espropriato case e terreni per costruirci una fabbrica. Si batte per fare ottenere loro i ristori più alti possibili. In Comune il sindaco Pacifico Saldari, il geometra Remo Casini, e il presidente del Nucleo industriale Ugo De Santis, sono valide sponde alla realizzazione del suo sogno. Altri uomini del fare da non dimenticare.
Dirigerà quell’insediamento produttivo dal 1985 al 1994, quando le mire svedesi e americane sulla Farmitalia Carlo Erba si sono già concretizzate. Se ne va, quasi in punta di piedi, agli albori della incombente, moderna e rapace, economia globalizzata. Ma non è un pensionato da giornate sulle panchine dei giardinetti. A 65 anni ricomincia daccapo. Al vertice della Asl di San Benedetto incrocia nel passaggio di incarico un altro gigante benemerito del fare come lui. Giuseppe Mascetti. Un altro instancabile fautore del Bene Comune da non dimenticare. Ma è in Toscana, alla guida della Asl di Grosseto, che Gianfranco Salvi scrive le pagine più epiche. Bandisce raccomandati e lobbisti del Potere, privilegia per davvero il merito puntando su un semisconosciuto dottorino destinato a diventare luminare di fama mondiale, rischia in proprio, ma tira su il primo reparto di chirurgia robotica in Italia. Reperisce fondi per ristrutturare ospedali fatiscenti da decenni, per mantenere servizi essenziali in strutture periferiche destinate alla chiusura, per costruire eliporti in piccole isole dimenticate da tutti. Sfide al limite dell’impossibile da vincere in un Paese come il nostro. Ma lui riesce a vincerle tutte. Guadagnandosi, ovunque, l’affetto e la stima della gente, che valgono molto di più dei pur tanti, pubblici, riconoscimenti.

Farà, dopo il 2002, esperienze anche nella Sanità privata, ma resterà sempre un convinto sostenitore di quella pubblica: «…realtà minacciate dagli egoismi politici – ci diceva nella sua ultima intervista – ma dove il comune sentire, come ai miei tempi, è ancora forte. Dove c’è rispetto per la persona, e per la sua vita. Dove c’è il sacrificio di chi ci lavora con passione, medici e infermieri per primi…». Si rammaricava, lui, di non aver saputo e potuto fare di più e di meglio nella sua vita. Non pensava di aver fatto abbastanza. Di aver rappresentato, per dirla con le parole dell’officiante le esequie, don Luigi Nardi «…forte della sua cultura e della sua straordinaria umanità, una benedizione non solo per la sua famiglia, ma anche per la nostra città, per il nostro territorio, per la nostra comunità…».















