La tomba di Domenico Paci

 

C’è una vecchia tomba, nel cimitero di San Benedetto, davanti alla quale il tempo sembra essersi fermato e, nello stesso momento, aver lasciato ovunque i propri segni. Il marmo è consumato; ci sono vecchi votivi, testimoni di una qualche presenza affettuosa, ma sulla lapide spicca un’assenza che colpisce immediatamente: non c’è più la fotografia di Domenico Paci.

Il suo nome, invece, è ancora lì. E con il nome è rimasta una storia che appartiene alle pagine più dolorose della marineria sambenedettese.

Domenico aveva 25 anni quando il mare se lo portò via. Era nato a San Benedetto il 22 aprile 1931, abitava in via Roma 113 e faceva il pescatore. Nel documento della Capitaneria di porto di Ancona che ricostruì la tragedia viene indicato come «Paci Domenico fu Felice e fu Liberati Maria». Quelle poche parole restituiscono anche un particolare profondamente umano: Domenico era già orfano sia di padre sia di madre quando partì per il suo ultimo viaggio.

Quel viaggio cominciò il 28 febbraio 1957.

Alle 15 il motopesca Malfizia, matricola 1139 del Compartimento marittimo di Ancona, lasciò San Benedetto con destinazione Salerno. A bordo c’erano sette uomini: Ferdinando Collini, Filippo Olivieri, Franco Olivieri, Domenico Paci, Francesco Papetti, Luigi Pignati ed Ezio Rosetti.

Alle 15,40 arrivò l’ultimo contatto con la stazione radio costiera sambenedettese.

Poi più nulla.

Il Malfizia non raggiunse mai Salerno. Per settimane non si ebbero notizie. Le ricerche partirono, ma il mare sembrò voler conservare per sé il segreto di quella scomparsa. Soltanto il 24 giugno, a circa 23 miglia al largo di Punta Penna, il motopesca Aurora Agostino recuperò con le reti alcuni indumenti, frammenti di ossa umane e parti dell’imbarcazione. Del peschereccio e dei suoi uomini il mare aveva restituito soltanto pochi resti.

Anche per questo la tomba di Domenico assume oggi un significato particolare. È il luogo nel quale la famiglia raccolse quel poco che il mare aveva riconsegnato e affidò al marmo il ricordo di un ragazzo che non aveva più fatto ritorno.

 

Un dettaglio della sepoltura di Domenico Paci

Sulla lapide, i suoi cari vollero mettere in parole il dolore di quella perdita. Si legge che Domenico scomparve con il motopeschereccio «durante una tempesta» il 28 febbraio 1957 e che, spezzata ogni speranza, la famiglia pose quel ricordo. Gli atti della Capitaneria furono più prudenti sulla dinamica: non indicarono una causa certa del naufragio e stabilirono la perdita presunta del Malfizia al 1° marzo 1957, il giorno successivo all’ultimo contatto.

Ma oggi, a distanza di quasi settant’anni, ciò che resta non è soltanto la cronaca di un naufragio. Resta Domenico.

Resta quel ragazzo di 25 anni che aveva già conosciuto la perdita dei genitori e che trovò nel mare il proprio destino. Resta una famiglia che aspettò, sperò, poi dovette arrendersi all’evidenza. E resta una tomba nella quale sono custoditi quei pochi resti che l’Adriatico volle restituire.

Una tomba che oggi appare segnata dal tempo. La fotografia non c’è più. Ma il nome sì. Ed è forse proprio questo il senso più profondo della giornata del 2 novembre, quando la città torna a riempire i propri cimiteri di fiori, lumini, preghiere e ricordi.

Le vittime del mare sono una parte della memoria di San Benedetto. Sono uomini che partirono dal porto e non tornarono. Pescatori per i quali il lavoro quotidiano poteva trasformarsi, nel volgere di poche ore, in una tragedia. Alcuni ebbero una sepoltura, altri furono restituiti soltanto in parte, altri ancora rimasero per sempre là dove il mare li aveva inghiottiti.

Il Malfizia fu una delle tragedie più drammatiche di quel 1957, anno nel quale la marineria sambenedettese fu duramente colpita. Oggi, davanti alla tomba di Domenico Paci, il pensiero torna inevitabilmente a tutti i pescatori morti durante il loro duro lavoro. A chi ha ancora una fotografia sulla propria lapide.

A chi l’ha perduta. A chi ha una tomba con dentro soltanto pochi resti. E a chi, invece, non ha nemmeno quella.

Il 2 novembre può essere dunque anche questo: un giorno per ricordare i morti che riposano nei nostri cimiteri e quelli che riposano nel mare. Perché San Benedetto è cresciuta guardando l’Adriatico. Dal mare ha tratto lavoro, ricchezza, identità. Ma dal mare ha anche ricevuto ferite che non si sono mai completamente rimarginate. Quella di Domenico Paci è una di queste.

Aveva 25 anni. Era senza padre e senza madre. Partì per andare a lavorare e non tornò più. Il mare gli restituì soltanto pochi resti. La sua famiglia li raccolse e li affidò a una tomba. Oggi la fotografia non c’è più, ma Domenico è ancora lì. Il suo nome resiste sul marmo. E finché qualcuno si fermerà a leggerlo, quella storia non sarà ancora finita.

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