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Maschere, risate e goliardia:
«I nostri 60 anni di Carnevale»

ASCOLI - Zè Vagni e Alberto Ercoli, anime di tante mascherate rimaste nella storia, celebrano le "nozze di diamante" con la manifestazione. Tra amarcord e propositi per il futuro: «Smettere? Forse a 90 anni...o forse anche più in là». L'album dei ricordi e la galleria di personaggi della città che fu

di Luca Capponi

(foto e video di Andrea Vagnoni, foto d’archivio concesse da Alberto Ercoli)

Nel mitico mondo del Carnevale ascolano, ma a dire il vero anche nella vita quotidiana di un certo tipo di epoca forse trascorsa, non esistono nomi e cognomi. Cioè, esistono ma si usano solo in parte o vengono sostituiti da strani appellativi, professioni attaccate al nome di battesimo, soprannomi. Qualche esempio? Lelè, Bezzeffe, Nanà lu barbiere, la professoressa Luciani. E poi ancora Mancini, Zè lu pellare, Passarò, Camaioni, D’Auria, Peppe Volponi, Dome’, Zè Vagni, Peperoso. Una galleria impossibile da elencare per intero e, sicuramente, impossibile anche da dimenticare per chi, negli anni, ha vissuto come spettatore i magici giorni di festa. Soprattutto per chi quei giorni di festa li ha animati e continua ad animarli. Due tra i pezzi da novanta del parterre, prossimi a festeggiare le nozze di diamante (cioè 60 anni) con il Carnevale, sono Nazzareno “Zè” Vagni e Alberto “Peperoso” Ercoli, entrambi classe 1939. Il primo ammette che smetterà di mascherarsi solo in punto di morte, l’altro ha più volte rinviato il pensionamento carnascialesco al compimento degli 80, anche se ultimamente ha leggermente modificato il proposito dicendo che smetterà… a 90 anni.

I peperoni sullo stomaco dopo una mangiata…pesante

Tutti e due, però, hanno vinto la Mascherina d’Oro e sono concordi nel definirsi “cani sciolti” del Carnevale (fanno coppia fissa ormai da tempo), non hanno mai passato un anno senza travestirsi e sono stati i primi a giocare con le maschere “solitarie” dando vita all’ormai istituzionalizzato “teatro di strada” in un’epoca in cui c’erano solo i gruppi. Sono stati precursori anche nel presentarsi mascherati la domenica mattina: era il 1975 e la trovata fu quella del “Canzoniere”, un carretto con sopra un’armonica a carica intagliata di legno che suonava l’Anonimo Veneziano e altri brani, con cui si sistemarono davanti alla chiesa di San Francesco, chiedendo l’elemosina alle persone che uscivano dalla messa e che li guardavano… stupiti.

Ercoli e Vagni finiti…in mezzo a una strada

«Il Carnevale ascolano deve parlare con la gente, non può stare sopra ad un palco, è questo il suo spirito» commentano divertiti. Ercoli ci tiene a ricordare coloro i quali parteciparono a quel momento spartiacque della manifestazione, ovvero Alvaro Bellini, Armando Tomassetti, Alberto Camaioni, Nazzareno Zè Valentini e il cane Fido. «Cominciai a mascherarmi in maniera “professionale” nel 1958, vestendomi da Alì Babà. Ricordo che da piccolo rimasi folgorato da una figura incredibile del Carnevale, il batterista Lelè che ogni martedì grasso sanciva l’inizio della Quaresima uscendo con un ombrellino aperto, a prescindere dal tempo, con tutte “sarracche” appese (pesce essiccato), uno “Sfrigne” ante litteram – continua – poi col “Canzoniere” vincemmo il trofeo, così come con un altro gruppo passato alla storia, “Li curdare”, nel 1993. La “Mascherina d’oro” arrivò due anni dopo, mentre nel 2002 venni premiato con “L’asino che vola” e per la maschera singola “E’ revenute Manducce”, un personaggio storico di Ascoli, afflitto da cifosi, che teneva le pietre dentro le tasche per reagire alle prese in giro dei ragazzi». Sì, perché altra caratteristica che accomuna i due è quella di ideare anche più maschere diverse per ogni edizione del Carnevale.
«Prima ci lavoravamo anche per mesi, soprattutto quando ci mascheravamo in gruppo. -aggiunge Vagni- Da quando siamo in due, tre (con loro spesso c’è anche Domenico Fioravanti, ndr) facciamo anche all’ultimo momento, l’idea per fortuna arriva sempre. E più è un’idea semplice e di facile realizzazione, più risulta efficace».
Qualche esempio della premiata ditta? Quando misero in scena un concerto alla Scala di Milano con…una scala a pioli alle spalle. O quando, dopo aver mangiato “pesante”, si mostravano con i peperoni…sullo stomaco. Ma le mascherate sono decine, ultima tra le quali, non meno esilarante, quella del 2017, quando…finirono “in mezzo a una strada”, in tenuta casalinga davanti al Battistero, messi al tappeto da banche e crisi economica.

Ercoli in “E’ revenute Manducce” (2002)

«La maschera a cui sono più affezionato? Tra le tante, quando facemmo le conigliette di playboy insieme a Sergio D’Auria, Eraldo Mancia, Nanà il barbiere e Corrado Brozzi, era il 1968. -continua Vagni, che vinse la Mascherina nel 2002- All’inizio degli anni ’90 riaprimmo il casino con tanto di “baffuta” (altra storica figura cittadina, tenutaria di bordello) mentre qualche anno fa facemmo “I salti” in piazza del Popolo parodiando i saldi: io indossavo un tutù e Alberto aveva i pantaloni del pigiama scesi per imitare i prezzi…ribassati».
«Io sono legato ad una mia particolare creazione, vale a dire “Il medico mi ha detto: riguardati”, con cui finii anche nella trasmissione “Uno Mattina”, una quarantina di anni or sono – continua Ercoli, uno dei pochi ad avere in bacheca il Trofeo Ercole Mancini – andavo in giro con uno specchio e…mi riguardavo seguendo il consiglio dell’esimio dottore della Bocconi da cui ero in cura. Ma poi anche i “broccoli strascinati” in giro per il centro e il mini gruppo de “l’asino che vola”, con cui andammo al Carnevale ambrosiano di Milano del ’77-‘78».
A furia di sfogliare l’album del Carnevale sbucano fuori ricordi, aneddoti e mascherate da ogni dove. Come la professoressa Luciani che fece “i pompieri” davanti al Meletti o Ercole Mancini con “li carcerate”, Pino Di Teodoro che camminando all’indietro andava…“dove je tira lu cule”, Ascenzo il muratore che cercava il buco nell’ozono per chiuderlo con il cemento fino a Passarò (altro mito, uno che ha sempre fatto autoironia sul suo difetto alla vista) che “guarda lù atte e frigge lù pesce” (con un occhio guarda il gatto e con l’altro frigge il pesce). O l’eroico Umberto Parissi, che rischiò la salute pur di impersonare il soldato davanti a Beirut, soprannome che fu dato al degrado che avvolgeva una parte di corso Trieste negli anni ’80 e ’90.

I violinisti davanti alla “scala”

«Oggi il Carnevale ascolano è cambiato troppo, le postazioni fisse non ci fanno impazzire, era meglio prima quando c’era un circuito da seguire per le maschere e, prima o poi, il pubblico le avrebbe viste passare comunque a prescindere dalla zona. -va avanti Vagni- Gli stessi giovanissimi ne stanno perdendo un po’ lo spirito, invece di dare i premi ai gruppi sarebbe più utile incentivare i ragazzi e le scuole per ricreare una cultura del Carnevale ascolano, che rischia un po’ di smarrirsi tra centri commerciali e altro».
I possibili eredi, dunque, vanno ricercati tra i vari Marco “micio” Regnicoli, Enzo Impiccini, Vincè Mari, lo stesso Domè Fioravanti, Francesco Mazzocchi, Piero Bistecca D’Ottavi, Franco Laganà, Mario Castelli, Mariolino Vitelli e tanti altri, impossibile citarli tutti, gente che ad ogni Carnevale catapulta la città in un’altra, piacevole e surreale, dimensione. Quella dei nomignoli che non esistono, degli strani appellativi, delle maschere che parlano e ti invitano alla festa più bella del mondo: «Allora, ufficializziamolo: i tre “inossidabili” vi aspettano domenica mattina 11 febbraio in piazza del Popolo».
Chi sono i tre “inossidabili”? Beh, manco a dirlo: «Domè, Zè e Ercoli».

(6-continua)


© RIPRODUZIONE RISERVATA


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2 commenti

  1. 1
    Joaquin Morales Luque il 2 Febbraio 2018 alle 12:25

    Guayarmina Cáceres te acuerdas de mi disfraz? 🙂

  2. 2
    Guayarmina Cáceres il 2 Febbraio 2018 alle 12:34

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