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Memoria del territorio:
le case di terra cruda nel Piceno

VALLATA DEL TRONTO - Fino a qualche decennio fa era frequente incontrare gli "atterrati", suggestive testimonianze di un’architettura arcaica e rurale. Da lì deriva il nome "pagliare", come la popolosa frazione di Spinetoli. Sono pochi ad essere rimasti in piedi, tra cui quello restaurato di Castignano
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Un atterrato nella zona di Offida

di Gabriele Vecchioni

Fino a qualche decennio fa era frequente, nell’area della Vallata del Tronto, incontrare gli atterrati, le case di terra cruda, testimonianze di un’architettura arcaica, vecchia di millenni. È affascinante pensare che una tecnica costruttiva si sia mantenuta inalterata per millenni e si sia tramandata inalterata, resistendo al passare del tempo: l’architetto Renzo Piano ha affermato che «la ripetizione del gesto è più duratura di qualsiasi marmo».

Un’altra costruzione vicino Torano (Te)

Questo tipo di costruzione è diffusa in tutto il mondo, in aree dove sono presenti suoli argillosi, la “materia prima” utilizzata da­i costruttori. Nelle Marche sono state costruite case di terra fino al secolo XIX, per la “fame di abitazioni” legata all’aumento demografico e, successivamente, per la crisi agricola e la condizione di estrema po­vertà dei contadini che non potevano permettersi un altro tipo di dimora. In epoche passate, questo tipo di costruzione era abbastanza diffuso, tanto che al­cune località, come la popolosa frazione di Spinetoli, cresciuta lungo il corso della Salaria, e altre zone vicine (nel territorio di Monsampolo del Tronto) hanno preso il nome di Pagliare proprio dalla loro presenza.
Il termine con cui sono state definite è atterrati, espressione presente in alcuni documenti del secolo XVI (ad terrinam) ma che vanta un’origine ben più antica, derivando dall’aterato presente nella canzone a contrasto del Castra, citata da Dante nel De vulgari eloquentia (sec. XIV). Nella nostra zona, esse venivano denominate con il termine dialettale li pagliarë perché, per la costruzione, veniva mescolata alla terra una certa quantità di paglia, con funzione antiritiro. In aree limitrofe (Abruzzo), il nome con il quale venivano denominate è pinciaje, termine che deriva dalle pince, nome dato ai coppi, le tegole curve usate per coprire il tetto.

Un muro interno

Dal punto di vista della funzione, le case di terra erano “legate” al terreno da coltivare, come edifici di ser­vizio per il fondo da condurre. Esse presentavano i caratteri tipici della casa colonica, con una semplice pianta rettangolare, più o meno allungata. Di solito erano costruite a un solo piano, per aggiunte successive; se avevano un secondo livello, i vani al piano terra erano a­dibiti a ricovero per gli animali e a ripostiglio; il locale per la cu­cina era situato al primo piano, con un solaio di legno e al quale si accedeva con una scala esterna in mura­tura (secondo lo schema classico della casa rurale marchigiana); il focolare era di pietra. Le aperture (porte e fine­stre) erano di dimensioni modeste (per evitare la dispersione del calore interno durante la stagione invernale), chiuse da sportelli di tavole.
Il materiale usato dai costruttori era la terra argillosa che veniva utilizzata senza preventiva cottura in fornace ma semplicemente lasciata essiccare all’aria e al sole. La tecnica di realizzazione, assai diffusa nel Medioevo e perpetuatasi fino ai primi secoli del Novecento, è sicuramente antichissima, traman­data da­gli etruschi e attestata in epoca romana, ma risalente, molto probabilmente, al periodo protostorico.
Per quanto riguarda i metodi costruttivi, essi erano principalmente due. Il primo consisteva nella compattazione della massa d’argilla in casseforme di legno; il secondo prevedeva l’utiliz­zazione di “mattoni” di terra essic­cata. In entrambi i casi, il lavoro preparatorio era effettuato spianando l’area prescelta e segnando il perimetro dell’edificio da costruire. Come affermato in precedenza, la materia prima era l’argilla che, mescolata con acqua e paglia frammentata, ve­niva lavorata a lungo, per permettere un buon amalgama dei diversi componenti; nella zona della bassa vallata del Tronto, all’impasto veniva spesso mescolato letame e ghiaia. Veniva quindi prelevata una zolla che subiva un’ulteriore lavo­razione manuale, fino a prendere la forma di un rozzo mattone che, appena consolidato, veniva sistemato per costruire il muro perimetrale; veniva innalzata una parete di circa un metro d’altezza, per una larghezza di circa 60 cm. A questo punto, il lavoro veniva sospeso per due-tre settimane, allo scopo di far asciugare il muro, dopo averlo lisciato su due lati (e sperando che non piovesse!). Successivamente, la parte superiore veniva bagnata, per farla “le­gare” con le successive aggiunte di terra, e si riprendeva il lavoro con la stessa tecnica descritta.
Porte e finestre venivano realizzate inserendo armature di legno. Arrivati all’altezza voluta, veni­vano posate le travi di sostegno dei solai, realizzati in cannicciato o con assi di legno, sempre ricoperte da uno strato di argilla. Il tetto, a capanna a due spioventi, era costituito da travi di legno sulle quali venivano appoggiati tra­vetti che sostenevano canne ordite e ricoperte, anch’esse, di terra. Infine, venivano posati i coppi. I muri pote­vano essere intonacati con argilla e imbiancati con calce, a scopi igienici.

L’atterrato restaurato di Castignano

Le falde del tetto erano piuttosto sporgenti, per meglio proteggere i muri dall’azione dilavante delle precipitazioni meteoriche. In alcuni casi, la base dei muri poteva essere rinforzata con un alzato di mattoni di argilla cotta, per contrastare la risalita dell’acqua per capillarità dal terreno. Gli accorgimenti per la protezione delle pareti erano fondamentali per la messa in sicurezza della casa: l’azione della pioggia, unita all’ab­bandono e alla conseguente mancanza di manutenzione, è uno dei motivi della scomparsa pressoché totale delle pagliare. Ricordiamo qui un proverbio inglese (anche nell’Europa settentrionale erano piuttosto diffuse le case di terra!): «Per du­rare secoli, alle case di terra bastano un buon cappello (il tetto spiovente) e dei buoni stivali (la base in mattoni)».
L’altra causa è di ordine sociale: molti edifici sono stati deli­beratamente abbandonati o addirittura abbattuti perché ritenuti sconvenienti in quanto sinonimo di povertà.
Nella nostra zona sono pochi, ormai, gli atterrati “rimasti in piedi”; migliore è la situazione nel Maceratese, dove è stato restaurato un intero quartiere nella città di Macerata (è Villa Ficana), adibito parzialmente a museo e albergo diffuso. In Abruzzo, invece, la strada scelta è stata quella della protezione: a Casalincontrada (la “città della terra cruda”), in provincia di Chieti, esiste un Centro di Documentazione permanente sulle case di terra che ne ha censite 124, nel solo territorio della cittadina.
Sarebbe opportuno, per ragioni di memoria storica (le case di terra sono la testimonianza di una tradizione costruttiva antica che ha rappresentato una pagina importante della lunga storia insediativa del comprensorio), che anche sul nostro territorio fosse conservato qualche esemplare di queste costruzioni, come è stato fatto nel comune di Castignano dove, in Contrada Sant’Angelo, è stata restaurata una casa che “continua a vivere” tra gli ulivi.


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