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La “favola” di un vecchio
medico condotto
Storia e ricordi ai piedi dei Sibillini

COMUNANZA - Il romanzo di Ovidio Palombi, 91 anni, racconta un pezzo di Italia oggi scomparsa: dalla sala operatoria dell'ospedale di Amandola, nel 1954, quando «un infermiere o una suora somministravano etere facendola colare da una boccetta», fino al trasferimento nella frazione di Croce di Casale e da lì a Montefiore
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di Maria Nerina Galiè 

Quanti possono dire, a fine carriera, che Ferragosto poteva trascorrere come un giorno feriale, “perché festa era ogni volta che si riusciva a compiere un’opera meritoria”? Ovidio Palombi, nato a Comunanza nel 1927, laureato in Medicina a Perugia, l’ha fatto. Anzi l’ha scritto a novant’anni nel suo libro “La favola vera di un vecchio medico condotto” (Europa Edizioni, distribuito da Feltrinelli) che non più tardi di un mese fa si è distinto nel premio letterario “Nero su Bianco”, intitolato al poeta, scrittore e giornalista Mino De Blasio, a San Marco dei Cavoti (Benevento), ricevendo la “Menzione speciale” nella categoria “opera edita”.
«Mi hanno riservato un’accoglienza che non mi aspettavo -dice del giorno della premiazione- e non dimenticherò mai l’entusiasmo degli studenti del liceo classico che hanno intensamente applaudito il mio intervento. Mi hanno chiesto di tornare. Ho risposto: solo se mi farete mettere dietro al banco. E’ vero ho 91 anni, ma basta invertire i numeri e diventano 19, quelli che mi sento». Tanto che annuncia l’uscita ormai imminente del suo secondo romanzo, dal titolo provvisorio: “Lasciatemi ricordare…sembra ieri”, per raccontare la sua vita a Comunanza prima dell’università, soffermandosi sui difficili anni della guerra.
“La favola vera di un vecchio medico condotto” invece abbraccia la vita professionale del medico e autore che, insieme alle vicende personali, fornisce un quadro ben definito dei luoghi dove ha lavorato e vissuto con la sua famiglia. Nella narrazione s’intrecciano nomi ancora pieni di significato per i conterranei, nella rispettosa descrizione di come vivevano. Si rianimano nel libro paesi ormai quasi disabitati, teatro di avventure incredibili quanto scontate per l’epoca di cui parla. Ci offre uno spaccato di problemi sociali che il medico ha visto superare ma anche svilirsi di fronte all’esasperata ricerca di un benessere preteso.

Ovidio Palombi durante la premiazione a Benevento

Nel 1954, appena laureato, Palombi torna nel suo paese natale dove cerca «aiuto e sostegno al dottor Raul Moreschini, medico condotto del paese». Nello stesso anno diventa aiuto all’ospedale di Amandola, dove rimarrà fino al 1961. Lì conosce Anna, sua moglie, dalla quale avrà due figlie Antonella e Paola. Il nosocomio allora era «l’unico presidio ospedaliero a servizio di un vasto territorio montano, ai piedi dei Sibillini, accogliendo in tal modo ogni anno e per le più svariate patologie circa 1.300 ricoverati. Primario e direttore Domenico Baratto, assistente Ovidio Palombi, nessun altro medico». Non c’erano nemmeno l’anestesista e un cardiologo per la sala operatoria dove «un infermiere o una suora somministravano etere facendola colare da una boccetta».
Nel 1961 Palombi vince il concorso per la seconda condotta medica a Comunanza, con sede nella frazione di Croce di Casale, «panorama mozzafiato, ma con pochissime comodità». L’acqua sarebbe arrivata soltanto nel 1968. Il territorio di competenza era “vasto ed impervio”, ma non c’è mai stata tormenta di neve o sferzata di vento che l’abbia fermato per prestare soccorso ai suoi 600 assistiti. Si ricorreva al medico solo all’ultimo momento, «non solo perché inizialmente la malattia veniva considerata di facile e spontanea risoluzione, non per motivi di opportunità e di eroismo, ma per motivi prettamente economici essendo molti di loro poveri mezzadri o semplici coltivatori diretti con scarso reddito, in zone disagiate, non protetti da assistenza farmaceutica».
E’ a Montefiore dell’Aso, dove si trasferisce nel 1969 e viene poi eletto consigliere comunale e provinciale, che il medico assiste ad importanti cambiamenti.
«Tra gli anni ‘70 e ‘80 era usanza di andare dal medico condotto per farsi diagnosticare una qualche invalidità al fine di percepire la pensione. Noi medici eravamo pressati». E ancora sul servizio di Guardia medica introdotto solo nei primi anni ’80: «Dopo lotte sindacali e speranze frustrate da delusioni, si realizzò finalmente il sogno a lungo agognato della certezza del riposo notturno e festivo per noi medici condotti».
Il dottore confessa: «Ogni volta che leggo un pagina del libro, mi commuovo nel rivivere quelle emozioni». Ma non c’è rimpianto nei suoi racconti, nemmeno di quando nel 1997 riceve l’avviso della cancellazione dall’elenco dei medici convenzionati per raggiunti limiti di età. Anche perché, è chiaro, per lui l’età è solo una convenzione. Ad ottanta anni Palombi ha iniziato a “mettere in rima i ricordi” ed ha pubblicato tre raccolte di poesie in dialetto ed una in lingua dedicata alla moglie scomparsa nel 2003: “Comm’eravame a tembu de caze corte” (2009), “Atturnu la rola” (2011) e “Comm’ eravame quanne ce sse vulia bbe’” (2014), “Con te nel silenzio” (2010), (editore Andrea Livi). Ha scritto anche un libro sulla storia del “Gruppo corale di Montefiore dell’Aso” di cui è stato fondatore. E lo scorso anno ha regalato ai concittadini di ieri e di oggi, ma ancor di più a tanti giovani che si affacciano al mondo del lavoro, un grande esempio di entusiasmo e dedizione professionale. «Sono arrivato ormai lontano negli anni -scrive- ricolmo di ricordi, di pensieri e ricco di una vita vissuta come una favola per l’amore donatomi e per quanto avvenuto durante la mia cinquantenne vita professionale, una ricchezza da poter offrire agli altri; ed allora perché non scrivere?».
E per fortuna continua a farlo, rigorosamente con carta e penna. A mettere tutto su supporti informatici come tempi moderni impongono, conclude Palombi, «ci pensa mia figlia Paola».


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