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Giovane carabiniere rapito e ucciso,
dopo trent’anni un ascolano finisce nei guai

RAVENNA - La vittima fu prelevata e poi portata in un casolare abbandonato nel ferrarese dove venne barbaramente ammazzata. Ora la Procura ha indagato tre persone per l'omicidio, il sequestro e l'occultamento di cadevere

di Renato Pierantozzi

Si chiamano “cold case”, i grandi misteri della cronaca nera rimasti irrisolti e dunque “congelati” per decenni prima di essere tirati fuori dal “freezer” e magari risolti con l’ausilio delle moderne tecnologie. L’ultimo caso risale giunto ad una svolta è rimasto nel cassetto per 31 anni, visto che risale al 1987, precisamente ad Alfonsine (Ravenna). Tra i protagonisti, in negativo, c’è finito anche un ascolano oggi 55enne, ma all’epoca carabiniere proprio nel ravennate. E’ accusato, insieme, ad altre due persone (un siciliano trapiantato a Pavia e un idraulico di Alfonsine) di sequestro di persona, di omicidio e di occultamento di cadavere come hanno rivelato diversi organi di informazione romagnoli e l’agenzia Ansa. La vittima del sequestro, tragicamente uccisa, è Pier Paolo Minguzzi, all’epoca 21enne, studente universitario, carabinieri di leva a Mesola (Ferrara) nonché rampollo di una famiglia di ricchi imprenditori della zona. Minguzzi, secondo la ricostruzione dell’Ansa, fu rapito verso l’una di notte del 21 aprile 1987  mentre rincasava, fu portato in una stalla abbandonata di Vaccolino, nel Ferrarese, dove fu ammazzato per poi essere gettato nel vicino Po di Volano dopo essere stato legato a una massiccia grata sradicata proprio dal casolare. Il suo corpo riaffiorò la mattina del successivo primo maggio.


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