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Crisi Whirlpool, trema anche l’indotto:
«Noi, artigiani senza ammortizzatori»

COMUNANZA - Fine mese in ferie "forzate" sia per i dipendenti della multinazionale americana sia per i fornitori legati alle sorti della fabbrica che produce lavatrici. Il caso dell'azienda Chiaramarini che produce i "top". Oggi pomeriggio summit al Piceno Consind tra i sindaci e Ceriscioli
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di Maria Nerina Galiè

L’ultima settimana di giugno nello stabilimento Whirlpool di Comunanza non si lavora in ragione della fermata media mensile cui è “condannato” dal calo della produzione. Negli stessi giorni, restano a casa anche i 13 lavoratori della ditta artigiana “Chiaramarini”, anch’essa con sede a Comunanza, una delle tante piccole e medie aziende della filiera, e del territorio, che risentono delle incertezze dell’unità produttiva del brand americano. Ma con un’aggravante: le imprese che contano meno di 15 dipendenti, per legge, non godono di ammortizzatori sociali.

Pietro Chiaramarini

Un particolare non trascurabile che Pietro Chiaramarini, titolare dell’omonima ditta, ha anche sottoposto all’attenzione dei parlamentari (Latini, Silvestri, Fede e Verducci) lo scorso 22 giugno nell’incontro con Paola De Micheli, i sindaci e i sindacalisti, nella sala consiliare del Comune di Comunanza. «Ben vengano l’impegno per salvaguardare i posti di lavoro alla Whirpool – spiega l’imprenditore – però la busta paga è il perno di progetti e aspettative di tutte le famiglie. Non possono esserci differenze, a fine mese, tra quello che entra in casa di un mio dipendente e nelle tasche del collega della Whirlpool. Sia l’uno che l’altro, usciti dal lavoro, hanno figli da mantenere, devono fare la spesa e pagare le bollette. Le esigenze sono le stesse. La crisi non può generare discriminazioni sociali». 

La ditta Chiaramarini lavora esclusivamente per Whirlpool, prima Indesit, per cui arrivava a produrre fino a 11 mila “top” (coperchi superiori di lavasciuga e lavatrici) al giorno. Forniva gli stabilimenti di Torino e Brembate, fino alla loro delocalizzazione, e Comunanza dove ha visto quasi dimezzarsi la richiesta nel giro di pochi anni, passando da 6.500 pezzi ai 3.800 attuali. Un drastico calo della produzione dunque che comporta l’alleggerimento dello stipendio dei lavoratori, alcuni con oltre 25 anni di esperienza alle spalle. A ben vedere la cassa integrazione è arrivata, anche se a spizzichi e bocconi, e “grazie” al terremoto. «Si, parte del 2017 e i primi due mesi del 2018 sono stati coperti con i fondi regionali e con l’Ebam (Ente bilaterale artigianato Marche) che ci garantisce 13 settimane di cassa integrazione da utilizzare in due anni. La De Micheli (il 22 giugno su imbeccata del sindaco di Comunanza Alvaro Cesaroni riguardo al problema dell’indotto, ndr) ha detto che a fine luglio si sbloccheranno altri soldi legati al terremoto, per un’altra deroga dalla durata al momento imprecisata. Nel 2019 avremo ancora le 13 settimane. Poi cosa facciamo?»

Paola De Micheli (foto Vagnoni)

L’esigenza è chiara, altrettanto la proposta che fa Pietro Chiaramarini, anche a nome dei tanti che si trovano nelle sue stesse condizioni e non necessariamente nelle aree interne picena e fermana. «Come impresa artigiana con meno di 15 dipendenti non ho diritto alla cassa integrazione ordinaria e quindi non verso il relativo contributo. Pago un obolo minore all’Ebam, che però, come detto, copre 13 settimane in due anni, insufficienti se la crisi perdura. Propongo per prima cosa di dare facoltà alle piccole e medie imprese di aderire all’una o all’altra forma di sostegno al reddito e pagare i contributi in base alla modalità scelta. Inoltre, se un’azienda non ha diritto alla cassa integrazione ma può dimostrare di lavorare esclusivamente per una ditta che invece ci può contare, dovrebbe beneficiare dello stesso trattamento».  

In soldoni, dalla Whirpool dipende il futuro di tante aziende satelliti e rappresenta l’ultimo, imprescindibile, anello della filiera produttiva. «Senza i coperchi, lavatrici e lavasciuga non si fanno – dice ancora Chiaramarini – e c’è il rischio che tra una fermata e l’altra della Whirlpool la mia ditta non ci sia più».

Ad ogni buon conto, l’imprenditore comunanzese non ritiene gli ammortizzatori sociali la soluzione di tutti i mali, soprattutto se utilizzati per anni senza il corredo di azioni volte al rilancio. E fa un esempio più che calzante: «Un camion passa continuamente su una strada piena di buche. Gli ammortizzatori si consumano e bisogna cambiarli spesso. Non sarebbe più opportuno rifare, una volta per tutte, l’asfalto?».

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