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Madonna delle Grazie,
il santuario
e la devozione popolare

SPINETOLI - Inaugurato nel 1763, questo luogo di culto da sempre attira fedeli da più parti; atteggia­men­ti devozionali vistosi quali il lento procedere, scalzi o in gi­noc­chio, nell’ultimo tratto del percorso, evidenziano tra­dizioni dalla forte valenza simbolica. Il miracolo della voce che guidò la costruzione dell'edicola votiva e l'acqua di Santa Lucia

La pietra affrescata nel Santuario della Madonna delle Grazie

di Marzia e Gabriele Vecchioni

(foto di Gabriele Vecchioni e d’epoca)

La seconda settimana di settembre si svolge a Spinetoli la tradizionale festa popolare dedicata a Maria Santissima. delle Grazie, titolare del santuario omonimo ubicato nel paese collinare; in concomitanza, si tiene la “Festa dell’uva”, a ricordo del periodo dell’an­no in cui i contadini si recavano al santuario per ringraziare la Vergine per il raccolto dell’uva. Per inciso, la festa è una rievocazione popolare, con giochi e carri allegorici, tra le più antiche della Provincia, risalendo ai primi del Novecento. In questo articolo ripercorriamo brevemente la storia del luogo di culto.

Il santuario

Il Santuario della Madonna delle Grazie di Spinetoli, conosciuto anche come Santuario dell’Icona, è stato costruito nel secolo XVIII, attorno a una preesistente edicola votiva; vi si conserva un affresco che raffigura una Maternità Sacra, la Madonna con in braccio il Bambino con, a lato, i Santi Francesco e Domenico («Trattasi di pittura popo­lare, ma dignitosa»: così la descrisse, nel 2001, Silvano Montevecchi, ve­scovo di Ascoli Pi­ceno). La tradizione vuole che il dipinto (un affresco su pietra tufacea) sia stato realizzato da un ignoto artista che aveva avuto un’apparizione della Vergine. Danneggiato a seguito del terremoto del 1943, l’edificio fu ricostruito nel 1948; succes­si­vamente (1953), l’affresco fu staccato dalla sua posizione originaria e trasferito nel­l’at­tuale collocazione, sulla parete absidale dell’edificio (dal Catalogo dei Beni Culturali della Regione Marche sappiamo che le delicate operazioni di distacco, riattacco e restauro del dipinto furono eseguite dal restauratore Tullio Brizi).
La storia della settecentesca chiesa inizia in realtà nel Medioevo; nel Quattrocento (ma c’è chi anticipa l’evento di circa un secolo) un pittore di passaggio, uno dei tanti artisti itine­ranti dell’epoca, avrebbe avuto una visione e l’avrebbe “tra­scritta” con la sua arte su una lastra di pietra arenaria. L’immagine della Madonna divenne rapidamente oggetto di de­vozione popolare, per le voci che parlavano di presunti miracoli ottenuti da fe­deli devoti.
La tradizione vuole che una donna di Spinetoli, recatasi a pregare davanti all’immagine, abbia sentito una voce che chiedeva riparo dalla pioggia. La donna, di fronte a quella ri­­chiesta, effettuata in una serata limpida, convinse alcuni suoi concittadini a recarsi con lei presso l’icona; anche queste persone udirono la richiesta di aiuto. Fu così iniziata una rac­colta di fondi presso la popolazione, convinta di essere di fronte a un evento miraco­loso (le audizioni): in breve tempo fu possibile costruire un’edicola che proteggesse il dipinto in caso di maltempo. Per l’afflusso continuo di fedeli e la voce popolare che considerava l’im­ma­gine miracolosa per le tante grazie elargite, l’allora vescovo di Ascoli, monsignor Lionardi, diede l’avvio (1759) alla costruzione di un edificio religioso che inglobasse l’edi­cola; la chiesa fu inaugurata l’8 settembre 1763.

La cartolina d’epoca rivela la presenza di un porticato che si appoggiava sulla parete laterale

In origine, sotto l’altare principale scaturiva una polla d’acqua sorgiva (chiaro simbolo delle grazie elargite dalla Vergine), poi scomparsa a seguito dei «restauri e dell’amplifica­zio­ne del Tempio». Era conosciuta come l’“acqua di Santa Lucia” perché ritenuta benefica per le malattie degli occhi. Attilio Camaioni riferisce (1971) che «Quest’acqua, convogliata in una vaschetta sita appositamente sotto l’Altare di Maria e alla quale si accedeva me­diante una gradinata in mattoni protetta da una grata, in solide verghe di ferro, retrostante lo stesso altare, è stata fonte di numerosi miracoli…».
La presenza di acqua “sorgiva” all’interno di un edificio sacro non è rara nella nostra zona, basti pensare alla chiesa offidana di Santa Maria Assunta (la Collegiata) dove, nella sug­ge­stiva cripta, è stata ricostruita (in miniatura) la grotta di Lourdes, con tanto di acqua che scorre. La sorgente di Spinetoli, per «l’incresciosa soppressione», non c’è più e con essa è scomparso uno dei poli di attrazione del Santuario.
L’immagine. Al centro della composizione pittorica c’è la Vergine velata, con in grembo il Bambino. Ai lati, San Francesco d’Assisi (con le stimmate) e San Dome­nico di Guzman, prete spagnolo fondatore dei Frati predicatori. Una voce popolare, però, identifica la se­conda figura (a sinistra della Vergine) con Sant’Antonio abate, il santo eremita che ha tra gli attributi il bastone a forma di tau e il fuoco, entrambi presenti nel dipinto.

A sinistra, un “santino” del secolo XIX (Archivio Lelli); a destra, l’immagine della Madonna di Spinetoli (olio su tela), dipinta dal francescano Padre Pietro Mariani (Archivio Vagnoni), che viene portata in processione dai fedeli

La devozione popolare. La chiesa è un santuario, termine che identifica un luogo consi­de­rato sacro perché c’è stata la manifestazione del divino: nel santuario viene omaggiata la divinità e le viene tributato il culto. In realtà, non c’è una legge ecclesiastica che assegni il titolo di san­tuario a una chiesa; se manca la proclamazione vescovile, sono la tradizione e la devo­zione popolare (in termini di affluenza) che danno l’attributo; è questo il caso della chiesa di Spinetoli. Nato nel Settecento, il santuario vide cre­scere, nel corso del se­colo suc­ces­sivo, la frequentazione di devoti provenienti anche da località del cir­condario e dal vi­cino Abruzzo. La partecipazione convinta dei fedeli si ma­nifestava anche con atteggia­men­ti devozionali vistosi quali il lento procedere, scalzi o in gi­noc­chio, nell’ultimo tratto del per­corso, secondo una tra­dizione dalle forte valenza simbolica.
Quello di Spinetoli è uno dei numerosi santuari mariani delle Marche (sono ben 106); la regione ha visto aumentare fortemente il numero fin dai secoli XIV e XV, grazie all’opera degli Or­dini religiosi e alla “vicinanza” del Santuario della Santa Casa, a Loreto, famoso e fre­quentato centro di venerazione mariana.
Le offerte votive. Alle pareti del santuario, vicino all’altare, si conservano numerosi ex-vo­to (il termine deriva dal latino ex voto suscepto, per dono ricevuto) lasciati dai fedeli. È an­cora il vescovo Silvano Monte­vecchi che chiarisce che «La presenza di numerosi ex-voto, con­segnati al Santuario spe­cialmente durante la seconda guerra mondiale, testimo­nia la devo­zione del popolo il quale in un momento di tragica eventualità ricorreva alla Ma­donna per avere protezione per i figli in guerra e consolazione per le famiglie nel do­lore». In realtà, ci sono anche diversi ex-voto legati a episodi della vita di tutti i giorni e alla malattia; comunque, tutti testimoniano l’intensa devo­zione popo­lare.

Una delle stazioni della Via Crucis, realizzate su disegno dell’artista Pericle Fazzini

Le offerte dei frequentatori del Santuario sono di tipologie diverse: si va dalle tavole vo­tive, ai cuori di argento stampato, ai gioielli (d’oro e d’argento), alle foto con dedica. Non è possibile esami­nare in dettaglio questo interessante aspetto della pietà popolare; ri­cordia­mo solo che l’usanza dell’offerta votiva, omaggio alla divinità e attestazione di fede in cambio di una gra­zia ri­cevuta (da qui l’acronimo P.G.R. – Per Grazia Ricevuta – presente sulle tavole dipinte), è antichissima e certifica che il ”tempo della disgrazia” si è tramutato in “tempo di grazia” (G. Battaglia e D. Multari, 1997).
Gianni Carlo Sciolla chiarisce (2015) che «L’ex-voto è un oggetto d’arte cosiddetta “popo­la­re” […]. Manufatti artigianali singolari, gli ex-voto sono importanti documenti della devo­zione e della religiosità di una comunità; testimonianze di un rapporto particolare tra uo­mo e mondo soprannaturale; di memoria e riconoscenza tangibile di un evento tauma­tur­gico, considerato eccezionale, che spesso si colloca tra storia e leggenda; molto simile, per alcuni aspetti, alla reliquia».
Le tavolette dipinte. Gli ex-voto più interessanti (sia dal punto di vista artistico sia da quello antropologico) sono le cosiddette “tavolette dipinte”. Ancora lo Sciolla spiega che «Sotto il profilo forma­le, gli ex-voto, in particolare quelli effigiati sulle tavolette di­pinte, sono ac­comunati dalla rappresentazione schematica e allusiva del tempo e dello spazio nel rac­conto; dal­l’accentuazione dei valori antinaturalistici nelle figure e nel pae­saggio; dalla re­sistenza al­l’evoluzione stilistica convenzionale di forme e immagini; infine, da un intri­gante rapporto con l’arte cosiddetta “colta”».
Purtroppo sono poche quelle giunte fino a noi (solo 9 rispetto alle centinaia che erano de­positate nel santuario), ma assai significative della devozione della gente, per lo più di u­mile condizione. In tutte c’è il racconto schematico (si può definire naif) della grazia ri­chie­sta e l’immagine della Madonna con il Bambino, figure circondate da un alone lumi­noso.

Alle pareti, centinaia di foto con dediche, con funzione di ex-voto

L’area sacra del santuario. A sinistra, com’era all’inizio del secolo scorso (foto Archivio Vagnoni) e, a destra, oggi. Do­po l’ultima funzione, veniva calato un velario a coprire l’altare e gli ex-voto; al mattino, si solle­vava: un’ope­razione in uso anche in altri santuari mariani

Una delle tavolette votive. In basso a sinistra, la scritta “P.G.R.” (Per Grazia Ricevuta)

Un’altra tavoletta dipinta. Sullo sfondo, una rappresentazione del santuario

 

 

 

 

 


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