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Cava, grande tra i grandi
Martedì i funerali in Duomo
Quando litigò con Muti

ASCOLI - La proposta di Cronache Picene: un premio per cantanti lirici per onorare la sua memoria. Come basso fu protagonista di oltre 1.500 recite nei più importanti teatri del mondo, su tutti la Scala di Milano. Oltre alla musica il suo grande amore era lo sport
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di Franco De Marco

Con la sua forte personalità aveva anche litigato con Riccardo Muti quando il direttore d’orchestra, durante le prove di una produzione alla Scala di Milano, in disaccordo con il regista, ordinò ai cantanti: «Sciopero». Invece lui si presentò regolarmente al lavoro. Questo era Carlo Cava, il grande basso ascolano, morto a 90 anni nell’ospedale di Viterbo, dove era stato ricoverato a seguito di una caduta a casa di amici a Sutri.
Il funerale si svolgerà martedì 4 settembre alle 10,30 nel Duomo. Ascoli gli rende doveroso omaggio. Ci saranno anche due cantanti, il soprano Iano Tamar e il tenore Cesare Catani, che canteranno in suo onore. Non potrà essere presente, perché impegnato lontano da Ascoli per lavoro, Vittorio Vitelli, il baritono ascolano con il quale Cava aveva un particolare rapporto di amicizia ed affetto. Spesso si incontravano e l’anziano cantante era sempre prodigo di consigli verso il baritono così come verso tutti i giovani cantanti che lo contattavano.

Cava, di spalle, al Ventidio Basso con Ada Gentile, Luca Luna e Antonio Galiè. Era il 1996

Ad Ascoli ha abitato prima nella villa al Marino poi in corso Vittorio Emanuele insieme a sua moglie, bellissima anche in tarda età, Carla Piro, deceduta nel settembre del 2014. Rimase molto addolorato. Oltre alla musica il suo grande amore era lo sport. Spesso, chi lo andava a trovare, lo vedeva incollato al televisore a seguire in particolare il tennis. Era anche un golosone. Fino a pochi mesi fa, quando partì per Sutri per trascorrere l’estate, si ritrovava spesso con gli amici del cuore Gianfranco Silvestri, Mario Maresca e altri per assaporare le prelibatezze del territorio. Veri gourmand. Personalità poliedrica. La sua voce (non quella del palcoscenico) metteva quasi soggezione ma era solo un finto burbero. In realtà un uomo amichevole e generoso. Ascoli non lo ha mai dimenticato. L’Istituto Musicale “Gaspare Spontini” gli ha intitolato la sala prove. In precedenza anche l’associazione “Ascolipicenofestival” gli consegnò un riconoscimento alla carriera. Ora che non c’è più, però, c’è da augurarsi che le istituzioni e le varie associazioni culturali pensino ad un omaggio che lo facciano ricordare ai posteri. Perché, ad esempio, non mettere in cantiere un annuale Premio Carlo Cava da assegnare ad un basso che si è messo particolarmente in luce? O un master nella specifica vocalità? Cronache Picene lancia l’idea.
Personalità brillante e vivace, Cava si è mantenuto sempre aggiornato sul mondo della lirica pur disdegnando l’insegnamento. Con lui scompare forse l’ultimo rappresentante di una generazione di cantanti lirici italiani che hanno fatto la storia del melodramma. Ha cantato nei più grandi teatri del mondo per un totale di 1.500 recite con direttori d’orchestra del calibro di Gavazzeni, Karajan, Giulini, Zubin Metha, Muti, e con cantanti come Scotto, Caballè, Tebaldi, Bergonzi. Giovanissimo vinse il concorso di Spoleto e da lì iniziò la sua straordinaria carriera.
Insieme agli altri cantanti ascolani Giulio Fioravanti, Vittorio De Santis, Luciano Saldari e Antonio Galiè ha costituito un gruppo di primaria grandezza. In gioventù ha ricoperto ruoli anche brillanti come nell'”Italiana in Algeri” o “Elisir d’amore”. Ma i grandi successi son giunti con Giuseppe Verdi. Padre Guardiano ne “La Forza del Destino”, Fiesco in “Simon Boccanegra”, Filippo II nel “Don Carlo”, lo splendido Zaccaria discografico accanto a Tito Gobbi nel “Nabucco”, il Seneca a Salisburgo e a Vienna, l'”Incoronazione di Poppea” diretta da Herbert Von Karajan, il Boris nel “Boris Godunov” alla Scala con Claudio Abbado fino alla celebre edizione dei “Puritani” alla Scala con i concittadini Fioravanti e Saldari. Insomma è stato grande tra i grandi. Trovò degno spazio in anni in cui il grande Cesare Siepi e Nicolai Ghiaurov imperversavano nella scena mondiale della lirica. «Amava dire – ricorda Vittorio Vitelli – “Ho dovuto combattere con i giganti. Oggi avrei fatto ancora di più”». In realtà fece tantissimo e con grande senso del palcoscenico. Ha avuto una vita lunga e piena di soddisfazioni.


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