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Quel pasticciaccio della Serie B

CALCIO - Ricorsi e controricorsi, ripescaggi sì e ripescaggi no, minacce e denunce, sospensioni e rinvii, promesse e dietrofront, dichiarazioni e smentite. Siamo alla frutta, ma nessuna sedia resta vuota. Le dimissioni di massa ci stanno tutte, ma non in Italia
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La sede Coni di Roma, la “casa” dello sport italiano

di Andrea Ferretti

Non era mai accaduto che si arrivasse a Natale con le squadre di calcio ancora incerte che le partite già disputate siano quelle giuste. Cioè se abbiano azzeccato il campionato e se nel girone di ritorno non debbano magari disputarne un altro. Sembra una barzelletta, ma è quanto sta avvenendo nel mondo del calcio di un Paese con un governo calcistico che definire confuso è un elegante eufemismo. Squadre di B che reclamano un posto in A, squadre di C che vogliono la B, ricorsi e controricorsi, dichiarazioni a dir poco avventate, smentite, minacce e denunce: anche le società coinvolte hanno perso il conto di tutte le puntate.

Giovanni Malagò, presidente del Coni

Il Governo tace e il cosiddetto governo sportivo continua nella farsa, iniziata d’estate ma che si sta prolungando in maniera inquietante verso l’autunno. In qualunque altro Paese del mondo questo non sarebbe successo. Si sarebbe cioè intervenuti prima. Fare il dirigente sportivo a certi livelli, sia ben chiaro, non è una passione, nè una missione, ma si tratta di incarichi di grande responsabilità anche molto ben retribuiti. Che in Italia lo sport, in primis il calcio, non funzioni più è del tutto evidente. Della palla rotonda restano solo i bombardamenti mediatici che ripropongono un gol da 27 angolazioni diverse.

Il Coni – la Federazione delle Federazioni sportive – ha una marea di dipendenti. In compenso i medaglieri azzurri sono da terzo mondo dello sport. Negli Stati Uniti, ad esempio, avviene il contrario: pochissimi e qualificatissimi addetti, in compenso tecnici preparati e atleti vincenti. I massimi rappresentanti degli organismi sportivi, che in queste ultime settimane (anzi mesi) sono sulla bocca di tutti, sono quattro romani. Anzi, tre romani e un sardo naturalizzato romano. I primi tre sono il presidente del Coni Giovanni Malagò, il commissario straordinario della Federcalcio Roberto Fabbricini e il presidente del collegio di garanzia del Coni Franco Frattini. Il quarto è Mauro Balata presidente della Lega B.

Malagò, 59 anni, più di trent’anni fa era un bravissimo giocatore di calcio a cinque che vinceva scudetti e giocava in Nazionale. Poi è diventato imprenditore di successo, e da cinque anni il numero uno dello sport italiano.

Fabbricini, 73 anni, era il segretario del Coni nazionale dal 2013  fino a che un bel giorno di sette mesi fa non gli hanno rifilato la patata bollente di commissario straordinario di una Federcalcio ormai ai minimi termini (vogliamo parlare della Nazionale?).

Frattini, 61 anni, è stato due volte ministro degli Esteri nei governi Berlusconi e anche commissario europeo.

Balata, 55 anni, faceva l’avvocato prima di diventare capo della Lega B. Nel 2012 si è messo in bacheca l’onorificenza stella di bronzo al merito sportivo, nel 2016 quella d’argento, nel 2014 quella di cavaliere della Repubblica e lo scorso anno la presidenza della Lega B.

Dando per scontato che Malagò qualche partita di calcio nella sua vita l’aveva vista, magari da semplice tifoso, sugli altri sono in tantissimi a nutrire forti dubbi. L’unica certezza è che in un altro Paese, giunti a questo punto della storia, si sarebbero dimessi tutti e quattro. In Italia no.


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