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Il viaggio di Garibaldi nel Piceno
La storia scritta sui muri

NEL GENNAIO DEL 1849 l'Eroe dei Due Mondi fece tappa a Grottammare, San Benedetto, Ascoli e Arquata insieme ai fidati Nino Bixio, Gaetano Sacchi e Andrés Aguyar. Svalicò a Forca di Presta. L'obiettivo era di raggiungere Roma e opporsi ai francesi. Tante le tracce e le testimonianze del suo passaggio
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Il viaggio di Garibaldi nel Piceno ricostruito su una cartina d’epoca. A sinistra, Garibaldi a cavallo, opera dell’abruzzese Filippo Palizzi conservata al Museo de Bellas Artes di Buenos Aires

di Gabriele Vecchioni e Narciso Galiè

(Foto di Carlo Perugini, Claudio Ricci, Gabriele Vec­chioni e d’epoca)

Giuseppe Garibaldi, l’Eroe dei Due Mondi, ha lasciato un segno indelebile nella storia d’I­talia: con l’impresa dei Mille (1860), ideata da Francesco Crispi ma da lui portata a ter­mine “sul campo”, ha infatti contribuito in maniera determinante all’unificazione del Pa­ese. Di­versi anni prima (1848-49) aveva partecipato alla difesa della Re­pubblica Romana e, in tale occasione (170 anni fa), aveva percorso le strade del Piceno, fino ad arrivare ad Arquata del Tronto e da lì raggiungere la futura capitale d’Italia.

La targa e il busto di bronzo all’interno del Palazzo comunale di Grottammare

Il suo agiografo Alfonso Scirocco scrive (2001) che Garibaldi arrivò a Macerata nel dicembre 1848; progettava di trasferire i suoi volontari della Legione italiana dal centro marchigiano a Rieti, una posizione strategica importante, per raggiungere Roma ed opporsi al tentativo di restau­razione dei francesi. Il Generale decise di par­tire con un piccolo gruppo di tre compagni: Nino Bixio, Gaetano Sacchi (futuro senatore del Regno) e il fedele Andrés Aguyar (il “Negro di Garibaldi”), questi ultimi due con lui fin dall’epopea sudamericana.
Fece tappa a Grottammare e pernottò a San Benedetto del Tronto il 24 gennaio 1849. Il giorno successivo raggiunse Ascoli Piceno, accolto con entusiasmo dalla popolazione. Dal Palazzo del Governo (a Piazza del Popolo) arringò la folla; in un articolo di qualche tempo fa, Don Adalberto Bucciarelli scrisse che in quella occasione il Generale pronunciò la “storica” frase: «Ieri eravate figli e schiavi di preti, oggi siete liberi cittadini».
Il patriota (nato a Fermo ma ascolano di ado­zione) Candido Augusto Vecchi, che lo seguì nella seconda parte del viaggio, raccontò che il giorno dopo Garibaldi «volle partire per Rieti, traver­sando la montagna, gremita di neve e di ma­snadieri». Lo accompagnò, per un tratto, il ca­pitano della Guardia Civica Matteo Co­stantini, figlio del leggendario capobanda Giuseppe alias Sciabolone; a lui, ex-brigante convertito agli ideali mazziniani, l’Eroe regalò una spada.
Dopo aver sostato ad Acquasanta, il gruppo raggiunse Arquata il 26 gennaio, accolto in maniera cordiale dal governatore Gaetano Rinaldi, nonostante quest’ultimo fosse espres­sione della parte politica avversa; pernottò nel borgo, in Casa Ambrosi.
È an­cora Vecchi che ci informa che l’indomani (sabato 27 gennaio) Garibaldi e la sua compa­gnia ri­presero il viaggio, salendo per Pretare a Forca di Presta, accompagnati «dal figlio del si­gnor Rinaldi sino alla cima della montagna con una bandiera tricolore di seta». Da Forca di Presta, il gruppo scese ai Piani di Castelluccio e a San Pellegrino di Norcia, dove so­stò. Da lì, successivamente, Garibaldi e il suo seguito raggiunsero Cascia. Candido Augusto Vecchi trova il modo di descrivere un paesaggio idilliaco, scrive infatti che «il vento aveva cacciato i nuvoli; il sole brillava sulle cime nevose; parevano montagne d’argento rilevate su di un fondo azzurro sfumato, verso l’occaso, di vivissima tinta rosea».

San Benedetto del Tronto. La targa commemorativa a Palazzo Neroni-Cancelli, al Paese Alto. A sinistra, l’ingresso della chiesa di San Benedetto Martire e, nel riquadro a destra, in una teca, l’immagine di Giuseppe Garibaldi e il testo «scolpito nel marmo» della lapide

Nelle sue Memorie autobiografiche, Giuseppe Garibaldi raccontò il viaggio che abbiamo ora riassunto: «Soggiornammo sin verso la fine di gennaio a Macerata, da dove partimmo per Rieti, con l’ordine di guarnire la città: la legione marciò a quella volta per il Colfiorito, ed io per Ascoli e la Valle del Tronto, con tre compagni, per percorrere ed osservare la fron­tiera napoletana. Valicammo gli Appennini, per le scoscese alture della Sibilla; la neve im­perversava e mi assalirono i dolori reumatici che scemarono molto il pittoresco del mio viaggio. Vidi le robuste popolazioni della montagna e fummo bene accolti, e scortati da loro con entusiasmo; quei dirupi risuonavano degli evviva alla li­bertà italiana, mentre di lì a pochi giorni, quel forte ed energico popolo, corrotto e messo su dai preti sollevavasi contro la Repubblica Romana ed armavasi colle armi amministrate dai neri traditori per combatterla».
Le lapidi. Il viaggio di Garibaldi nel Piceno è commemorato ancora oggi da una se­rie di lapidi apposte sui muri dei palazzi che videro lo storico passaggio dell’eroe risorgi­mentale: un “viaggio della memoria” nelle prime vicende che portarono all’uni­fica­zione nazionale.
A Grottammare, nel 1911 (cinquantenario dell’Unità d’Italia), la Municipalità ricordò il passaggio di Garibaldi con un busto di bronzo con l’immagine classica dell’Eroe (viso bar­buto con copricapo rotondo), realizzato dallo scultore veneziano Vito Pardo, autore dell’imponente Monumento celebrativo della battaglia di Castelfidardo. Il busto è attualmente collocato nella sede comunale (Palazzo Ravenna) ma in origine era a Palazzo Salvadori (poi demo­lito), dove il Generale fu ospite. La lapide che ricorda l’episodio così recita: «In questa casa/ che i posteri riverenti/ indicheranno/ ai più tardi nepoti/ durante l’epopea/ dolorosa/ del martirio e della lotta/ correndo il gennaio del 1849/ soggiornò/ Giuseppe Garibaldi/ che del romano Cin­cinnato/ ebbe l’anima santa/ di Washington la folgore/ dell’umanità/ la grandezza ed il genio/ A memoria imperitura/ del fatto/ il Municipio di Grottammare/ questa lapide pose».

Ascoli Piceno. Il Palazzo dei Capitani e, nel riquadro, la lapide commemorativa

A San Benedetto del Tronto le lapidi, relative alla sosta del 24 e del 25 gennaio, sono due: una è a Casa Neroni, l’altra è posta sulla facciata del vecchio Palazzo Municipale. Garibaldi fu ospite dell’ottocentesco Palazzo Neroni-Cancelli, in Via Rossini al Paese Alto, dove lasciò un biglietto di ringraziamento per la «civica San Benedetto». L’ammi­ni­stra­zione comunale ricordò l’episodio con l’apposizione di una targa lapidea sulla parete esterna dell’edificio. Sulla pietra si legge: «Il nome immortale/ di/ Giuseppe Garibaldi/ a cura del Comune scolpito nel marmo/ ricordi ai posteri che questa casa/ nei giorni 24 25 gennaio 1849/ ebbe la ventura di ospitare l’Eroe dei Due Mondi/ mentre accorreva alla difesa/ della Romana Repubblica». La seconda la­pide, con la testa del condottiero in rilievo, è posizionata sul prospetto del Palazzo Muni­cipale, vicino alla trafficata Statale Adriatica.
Anche ad Ascoli le lapidi sono due, entrambe inaugurate il 1° maggio 1887. La prima, con l’effigie del condottiero, opera di Serafino Tramazzini, è murata sulla facciata del Pa­lazzo dei Capitani, a Piazza del Popolo, dove il Generale tenne un infiammato discorso alla popolazione. L’epigrafe fu dettata da Giosuè Carducci: «Giuseppe Garibaldi/ di qui/ il 25 gennaio 1849 parlò al popolo/ commovendolo alla guerra/ contro la signoria austriaca e papale».

Arquata del Tronto. La lapide (dal web)

La seconda pietra, sulla facciata di Palazzo Tomassini (all’epoca dei fatti, Palazzo Tran­quilli) in Corso Mazzini, reca inciso «Giuseppe Garibaldi/ in questa casa nei giorni 25 e 26 gennaio 1849/ ebbe albergo, con alcuni dei suoi più fidi tra i quali/ il moro Andrea Anghiar/ e Nino Bixio».
L’ultima tappa del viaggio in terra picena viene ricordata ad Arquata del Tronto, dove fu posta una lapide sotto la Torre civica (caduta per gli eventi sismici del 2016), a cura di un Comitato promotore e con il concorso dell’amministrazione comunale. L’evento fu menzionato dalla Gazzetta di Ascoli Piceno del 27 agosto 1882 che celebrò l’onore concesso al­l’uomo che «tanto influì all’unità e alla redenzione di quest’alma patria nostra».
La lapide, poi sistemata sulla parete di Casa Ambrosi (che aveva ospitato il Generale), fu scoperta di fronte a un folto pubblico nel corso di una solenne cerimonia e recava la scritta: «Qui/ nel 19 febbraio 1849/ traendo alla volta di Roma/ fu/ Giuseppe Garibaldi/ il suo nome e una storia e un’epopea/ a perpetua ricordanza/ Municipio e popolo d’Arquata/ posero/ nel 20 agosto 1882». La data è sbagliata (Garibaldi fu ad Arquata nei giorni 26 e 27 gennaio) ma il fatto non inficia la significatività del gesto degli arquatani che vollero onorare la memoria del personaggio, definito dall’avvocato Saienni, nel discorso tenuto a nome della municipalità, «quell’eroe che raggiunse la grandezza di un Washington» (il paragone con l’artefice dell’indipendenza della nuova nazione americana, già usato per la lapide di Grottammare, derivava direttamente dai resoconti dei corrispondenti esteri durante l’impresa dei Mille del 1860 («… definito spesso Washington d’Italia»).

Ascoli Piceno. La lapide di Corso Mazzini

San Benedetto del Tronto. La lapide sulla facciata del Comune vecchio

Arquata del Tronto. La Torre civica in un’immagine d’epoca (1913) e in una foto scattata poco prima del terremoto del 2016. La “lastra di Garibaldi” fu spostata per fare spazio alla monumentale lapide di Vincenzo Pilotti, in ricordo dei caduti della Prima Guerra Mondiale, sormontata da cinque aquile bronzee

Immagine invernale di Forca di Presta. Così, probabilmente, la vide l’Eroe dei Due Mondi quando traversò «la montagna gremita di neve»

 

 

 


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