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Amarcord Ascoli Calcio:
Mario Vivani,
artista della palla fredda

CALCIO - L'intervista all'ex "bandiera" e recordman, che Stefano Pellei (storiografo bianconero) ha pubblicato sul proprio profilo facebook. "Ho un grande ricordo di tutti. Mi chiedi quale fosse il segreto? Io so soltanto che Mazzone non doveva dirci nulla prima di entrare in campo. Ognuno di noi sapeva quello che doveva fare. Eravamo una macchina perfetta"
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Mario Vivani è il calciatore del vecchio Ascoli con il maggior numero di presenze dal secondo dopoguerra ad oggi. Per eccesso di pignoleria potrei aggiungere che lo è dalla seconda parte degli anni trenta. 263 presenze, la prima il 21 gennaio 1968, l’ultima il 19 giugno 1977. Cresciuto, poco più che diciottenne, con l’equilibrio di un trentenne ed una tecnica metodista innata, nel senso che la sua azione in campo si riassumeva nella massima: “la palla prima di tutto”, Mario Vivani aveva l’indole di chi doveva far scaturire l’azione dall’esatto e costante controllo della sfera di cuoio. L’episodio fugace non gli apparteneva, dico il narcisismo che poteva condurlo agli altari ed ai turiboli del “divo”.

Mario Vivani

La costanza, la qualità, la disciplina, la sua precisione nel lavoro alla catena di produzione della squadra lo rendevano ingegnoso interno di centrocampo, peraltro sempre ponderato nel cogliere la misura del tocco verso chi, nel frattempo, dettava il passaggio. Maestri, Camaioni, Capelli; Follari, Pierbattista, Scichilone; Gasparini, Beccaccoli, Mariani, De Mecenas, Vivani. Che squadra è? Che giorno era? 21 gennaio 1968, domenica. I titoli dei quotidiani sono tutti dedicati al violento sisma che ha sconvolto la Sicilia. Par di leggere un quotidiano di oggi: “IL GOVERNO HA STANZIATO 45 MILIARDI PER I SICILIANI COLPITI DAL TERREMOTO”. 21 gennaio 1968. Campionato di Serie C, Girone B, diciottesima giornata. La Del Duca ospita la Torres Sassari sul proprio terreno di gioco. Sin lì, la squadra diretta da Dino a Costa ha ottenuto sei vittorie, cinque pareggi e sei sconfitte, l’ultima sette giorni prima, con l’Arezzo. Siamo agli sgoccioli del girone d’andata e non troppo lontani dall’avvento di Costantino Rozzi. C’è un ragazzo originario di Cagli che si è messo in luce nel corso delle ultime settimane. Poco più di un mese dopo compirà diciannove anni. Si chiama Mario Vivani.

“Ricordo che, prima della partita, Da Costa aveva più di un dubbio. Ce la giocavamo in due-tre. Fu Carlo Mazzone, quel giorno squalificato, a consigliargli il mio impiego. Se ero emozionato? No, per niente. Ti ricordi Stefano? “STADIO”, in quel periodo, dava i voti dall’uno al cinque. Quel giorno Nino Castelli mi assegnò un quattro scrivendo che avevo fatto un ottimo esordio”. Confermiamo. E negli spogliatoi arrivò anche il positivo giudizio di Dino Da Costa. Trascorrono tre settimane e Mario viene riproposto contro il Siena, stavolta con la maglia numero dieci. Mario, quel giorno, ad una settimana dal suo diciannovesimo compleanno, realizza il primo gol in casacca bianconera. Lo stuzzico. “Mario, scommetto che non te lo ricordi?” Ride. “Come non me lo ricordo. Ci fu un tiro-cross nel bel mezzo dell’area. Ero sicuro di segnare. Ho tirato deciso ed il portiere, Piccoli si chiamava, si è buttato alla cieca”. Del Duca Ascoli 2, Siena 1, rete decisiva del Mario con il numero dieci. “Il centravanti era Palma, mi ricordo Dolgan, una mezzala, e poi Adelmo Capelli”. Già, l’Adelmo “Penna bianca”. “Si, Stefano, grande Adelmo (e si commuove). Veniva a trovarmi quando allenava il Sassuolo. Mi voleva un bene dell’anima. Lui sapeva giocare in tutti i ruoli”. Gli parlo di Paolo Pierbattista e la voce si incrina ancora. Paolo Pierbattista è uno spilungone tutto muscoli e sostanza. Gioca da centromediano. Originario di Rapagnano, va a segno otto volte in bianconero ed in una circostanza lo fa dopo aver chiesto una rapida “sponda” a Mario Vivani, 1-1 contro l’Empoli, 2 giugno 1968. “Paolo Pierbattista mi voleva bene. Ricordo che, quando con Carlo Mazzone, organizzava partitine a carte, io ero spesso con loro. Paolo era un fumatore e, quando non aveva più sigarette, mi diceva, anche all’una di notte, di andargliele a prendere. Scusami Stefano se mi viene ancora da piangere. Ricordo che mio padre mi accompagnò il giorno che lui morì”.

Mario Vivani quando giocava

Paolo Pierbattista viene sconfitto, a poco più di trent’anni, da un’epatite virale fulminante. E’ il capitano della Triestina, che ha appena disputato il primo derby, in Serie D, contro la Ponziana. Al “Grezar” ci sono più di ventimila spettatori. Persino Nereo Rocco, il celebre “Paron”, è triste. “Non potrò esserci perché a quell’ora sarò sulla panchina della Fiorentina ad Ascoli”. Mario Vivani chiude la stagione 1967-’68 con otto presenze ed una rete. La stagione successiva le presenze sono diciotto. Si siedono sulla panca bianconera Evaristo Malavasi, 1968-’69 ed Alberto Eliani, 1969-’70. In tutte e due le circostanze vengono rimpiazzati da Carlo Mazzone. Per Mario è trascorso anche il periodo in cui doveva portare le valigie dei compagni più grandi: “Non era come oggi. Sai quante volte ho dovuto portare le valigie a Bigoni quando avevo diciassette anni!”. Carlo Mazzone impiega Mario il lunedì nella squadra “De Martino” ma, non appena prende le redini della squadra gli consegna la casacca con il numero dieci, quella con il numero sei ed infine quella che diventerà la sua per più di un lustro, la numero otto. Costantino Rozzi e Carlo Mazzone nel frattempo, danno l’avvio al riempimento del “puzzle” che porterà alle due promozioni consecutive. Tra il ’69 ed il ’70 arrivano Bertarelli, Campanini, Castoldi, Gola, Pagani e Schicchi. Solo due inaspettate sconfitte, ad Imola, 2-3, trentaquattresima, e contro il Ravenna al “Del Duca”, 0-1, trentaseiesima, non permettono la clamorosa promozione già nel 1970. “Non eravamo preparati – mi racconta Mario. Sarebbe venuta per caso, in anticipo, Quella squadra venne costruita davvero con una progettazione studiata. Nel ’72 l’opera fu completa dopo che, nella stagione precedente, era salito il Genoa che, comunque, battemmo ad Ascoli e dovette aspettare il risultato della S.P.A.L. sino al novantesimo per essere certo della promozione”.

Nel 1969-’70 Mario realizza il suo secondo gol in bianconero, contro il Prato, 1-0. 9 novembre 1969: “Segnai di testa, una cosa per me inusuale per me, verso la fine del primo tempo”. Trentaquattro presenze e poi ancora trentaquattro nel 1970-’71. A ventidue anni e mezzo gioca la centesima in bianconero contro il Giulianova, 3-1, quando Renato Campanini fa impazzire il suo avversario diretto Falcomer firmando una tripletta. Sul podio, dietro Renato c’è Mario, con Steno Gola. Sul quotidiano sportivo “STADIO” Renato prende cinque, gli altri due quattro. I voti, val la pena ricordarlo, vanno dall’uno al cinque. Il Giulianova gioca in dieci dal 35′ del primo tempo per un fallo di reazione di Mambrin proprio sul numero otto bianconero. “Qualche giorno dopo ricevetti una targa per la mia presenza numero cento. Ma la cosa che più ci rallegrò fu la conquista del primo posto in solitudine dopo sei giornate, che non lasciammo più sino alla fine”. – racconta ancora Mario. Che ricaccia ricordi talvolta scusandosi per qualche inganno della memoria. “Contro la Sambenedettese in casa, Stefano, il mio avversario era Antonioli, un buon giocatore. Sai cosa scrissero il giorno dopo?: “Antonioli doveva seguire Vivani, che non era un compito da comuni mortali ma da marziani”. 2-0, doppietta di Giuliano Bertarelli, siamo alla ventisettesima giornata, la S.P.A.L.. ed il Parma finiscono sotto di quattro punti. Mario Vivani, sempre presente nella stagione della prima promozione, dimostra una straripante regolarità. E’ ancora lui a raccontarmelo: “C’era il “Corriere Adriatico”, giornale per noi nemico, che stilava la classifica dei migliori del girone, giornata per giornata. Dopo mezzo campionato ero in vantaggio su tutti, nettamente, attraverso la media dei voti. Ed alla fine vinsi, nonostante qualcosa non mi apparve logico nel distacco sugli altri”. Gli chiedo di parlarmi ancora di qualcuno dei suoi compagni di quel periodo. “Mario, di Vezzoso che mi dici?”. Pausa. Silenzio. “No, Sergio no, non ce la faccio”. La voce, stavolta quasi scompare, l’incrinatura lo sovrasta. Difficile chiedergli ancora qualcosa. Mario ci riesce dopo una decina di secondi, sopraffatto dal ricordo. “Io posso solo raccontarti un episodio che dice tutto. Sergio, da terzino, si inseriva spesso sulla fascia. Lui mi dettava il passaggio ed io lo servivo. Quando sbagliavo sai cosa faceva? Si girava e mi chiedeva scusa. Lui a me”. Difficile trattenere le lacrime. Difficile non accorgersi che quel calcio era un altro calcio, tutt’altro che svuotato di sentimento come quello odierno. E Mario Vivani che, se si potesse, meriterebbe un titolo d’onore atletico oltreché tecnico, si conferma un signore in sensibilità.

Mario Vivani oggi

Nel corso dell’intervista non si esprime mai in senso negativo contro tutti i compagni che ha avuto. “Ho un grande ricordo di tutti. Mi chiedi quale fosse il segreto? Io so soltanto che Mazzone non doveva dirci nulla prima di entrare in campo. Ognuno di noi sapeva quello che doveva fare. Eravamo una macchina perfetta”.Provo a stuzzicarlo ancora..”Però qualche volta Mazzone ti ha fatto qualche rimbrotto?. “Quando comprai l’auto nuova, una “Fulvia Coupè. La prima volta, con un dirigente, feci il mio primo viaggio. Giocavamo al “Dorico” contro l’Anconitana. Giocai malissimo, infatti Mazzone mi sostituì con Cherubini nella prima parte della ripresa. Feci la doccia chiedendo di poter ripartire. Avevo un appuntamento a Roma.Il martedì, prima dell’allenamento, il nostro allenatore mi prese da parte e mi disse: “Allora? Sei stato a Roma? L’hai visto il Papa?”. E Pagani, Mario?, rintuzzo ancora. “Abramo era un figlio di… Però era il nostro primo difensore. Appena c’era un fallo su uno di noi scattava lui. Sembrava un gigante, uno da metro e novanta. Metteva paura a tutti”. Gli chiedo di Rossano Giampaglia:”Eh, Rossano. Per me è stato, tecnicamente, il migliore del mio periodo”. Torno ancora a parlargli di emozioni. L’esordio in Serie A al “San Paolo” contro il Napoli, 6 ottobre 1974. “No, non provai particolari emozioni neppure quella volta. Ti dico che fu peggio quando affrontammo il Napoli nella stagione successiva. Loro avevano vinto a Roma contro la Lazio, 1-0, gol di Boccolini, ed erano in testa alla classifica. Allo stadio c’erano 75.000 spettatori, settantamila erano gli abbonati, una bolgia. Riuscimmo a strappare lo 0-0 ma all’inizio rimasi per un attimo elettrizzato”. Che poi Mario Vivani fu il migliore in campo, con Marcello Grassi e Mario Colautti, lo aggiungo io. Mario duellò con Salvatore Esposito riuscendo pian piano a superarlo per dinamismo e dal punto di vista delle iniziative. Negli spogliatoi, quando alcuni giornalisti partenopei gli chiesero di fermare anche la Juventus nella partita successiva, Mario rispose: “Cercheremo di farlo, provando a fermare la Juventus per pareggiare il conto”. Mario tira fuori ancora un aneddoto a proposito della stagione 1975-’76. “A Firenze, ero capitano, facemmo 0-0, verso la metà del primo tempo mi scontrai con Casarsa. L’episodio accadde nei pressi della panchina viola, dove sedeva Carlo Mzzzone. Solo per un soffio, sulla spinta subita, evitai lo spigolo di un cartellone pubblicitario. Allora erano di alluminio. Mazzone scattò dalla panchina urlando contro Casarsa per poi sincerarsi delle mie condizioni”. Come finì quella stagione lo sappiamo. Retrocessione per differenza-reti peggiore nei confronti della Lazio. Dopo il primo tempo pareva fatta: Roma-Ascoli 0-1, Como-Lazio 2-0. Finì con due pareggi.

“Tanto – mi dice Mario – se noi avessimo fatto il 2-1 quelli facevano il 3-2. Lasciamo perdere”. E’ il momento di raccontare delle occasioni mancate. Mario Vivani disputa tre stagioni straordinarie tra il 1971 ed il 1974, saltando solo sei partite. Nell’estate del 1973 lo cerca il Torino, che offre Vernacchia più settanta milioni. Rozzi, ma soprattutto Mazzone, si oppongono. Vivani non si tocca. Il trainer trasteverino si ricorda di lui quando sbarca a Firenze. Gli telefona: “Mario, te la senti di venire a Firenze?”. Lui ne è entusiasta. Costantino Rozzi, che ha tutt’altro che digerito il “tradimento” di Mazzone, neppure prende in considerazione l’ipotesi. Nell’estate del ’76 a Firenze arriva invece Steno Gola e, dal Cesena, un altro vecchio pallino dello storico trainer delle due promozioni: Giuliano Bertarelli. Non è finita. Un anno prima a Firenze è arrivato pure Giovanni Bertini. “Io, Stefano, mi sentivo come la Sora Cecilia, tutti la vogliono e nessuno la piglia. Nel 1972, dopo il meraviglioso campionato che disputai nell’anno della promozione, le squadre più blasonate avevano puntato gli occhi su di me. Mi rinfranca il pensiero di quanto Carlo Mazzone ha detto, parlando di me, nelle tante interviste concesse dopo il suo addio alla panchina. Una volta gli hanno chiesto quale fosse stato il giocatore che ricordava con maggior piacere fece il mio nome. Di questo lo ringrazio”.

Parlando di Gola, Mario ci tiene a raccontare un altro aneddoto di quel periodo: “Io e Steno ci ritrovavamo spesso insieme. Ricordo con piacere soprattutto le serate a cena da Francesco Marinelli, con tanti amici: Miranda, Rossella, la signora Teresa che cucinava splendidamente, poi Giovanni, Isabella e Giovanna, che non mi hanno mai fatto mancare il loro apporto. Persone vere, che non finirò mai di ringraziare”. Tra i dispiaceri, Mario mette anche l’infortunio che lo costrinse a disputare solo una dozzina di gare nel primo anno in Serie A.”Rimasi fuori per l’intero girone di ritorno. giocai solo due volte da titolare”.I ricordi di Mario sono piccole perle che talvolta hanno la leggerezza e la precisione della pinza di un orologiaio. Qualche volta si scusa perché i ricordi si attorcigliano. E’ stato il primo marchigiano a giocare in Serie A con la casacca dell’Ascoli. Ascolano adottivo, arrivato sedicenne nella città picena, a Cagli era finito in collegio dopo la morte della madre, ma lui ed il collegio erano due cose completamente diverse. Mosse i primi passi nella Cagliese ed ebbe un angelo custode, Don Romano Magnoni, autentico factotum della squadra pesarese. Fu lui, insieme al Presidente Corsaletti, a riportarlo a Cagli dopo che il padre lo aveva portato in Svizzera con lui. Don Romano ne ha seguito la carriera giornalmente. Sostenitore interista, una volta scrisse che uno come Mario sarebbe stato utile in un match di Coppa dei Campioni contro il Borussia Moenchengladbach, stagione 1971-’72. Ci vorrebbe un’altro lungo capitolo per raccontare Mario Vivani.

Ancora una domanda. Perché quel soprannome?: “Bruschetta”. “Perché cominciammo ad andare da “Cefelò”, sulla strada per San Marco, dopo l’allenamento. Con De Mecenas, Pierbattista ed altri prima, con Colombini, Schicchi ed i compagni del periodo dopo. Ci portavano sempre questa bruschetta e alla fine arrivò questo soprannome”. Come puoi stancarti di scrivere quando ti incontri con la storia? E quella volta che Mazzone ti chiese di seguire Rivera?. “Si. Rivera, Stefano, non potevi aspettarlo a zona. Io lo controllai ad uomo cercando di anticiparlo e far ripartire l’azione. Falli non potevo farne perché rischiavo di farmi male io. E comunque non è vero che Rivera non correva. Il problema poi è che se riusciva a girarsi non potevi farci nulla”. Comunque Mario, quel giorno, prende tre, come Rivera, sul quotidiano sportivo “STADIO”. Decide Chiarugi, doppietta, segnando uno dei suoi gol direttamente da calcio d’angolo. “Contro l’Atalanta, in casa, nel 1974, Corsini mi mise addosso Fabio Bonci, che giocava da centravanti. Quando affrontammo il Como il mio avversario era Renato Curi, che era anche un mio amico. E Mazzone non la prese bene. Comunque la spuntai io anche quella volta”. Vivido per Mario è anche il ricordo del 2-2 al “Liberati” di Terni, ventiquattresima giornata del campionato 1973-’74. “Quelli della redazione di “STADIO” si scusarono il giorno dopo scrivendo che, per un refuso, mi avevano assegnato il tre ed invece era un cinque. Perché in quella partita ero stato il migliore in campo”. Tutto vero. Perché Riccomini, nella seconda metà della ripresa, dopo un paio di marcature saltate, decise di piazzare su di lui addirittura il roccioso stopper Agretti.

Potrei continuare a scrivere per ore di Mario Vivani. Di certo non finisce qui la storia di questo interno sobrio, capace di cuna rapidissima e precisa operazione mentale prima di avventurarsi alla caccia del pallone ma, soprattutto, distribuirlo con raffinatezza. Un artista della palla fredda, questo è stato Mario Vivani, uno che pareva avesse addosso un misterioso apparecchio calcolatore che gli consentiva di cogliere sempre la zolla giusta, nell’interdire ma, soprattutto, nel costruire con raffinatezza. Mi fermo qui. Ma c’è ancora tanto da scrivere. Al prossimo capitolo, grande Mario.


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