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Un pezzo di storia:
la Cartiera papale
di Porta Cartara

ASCOLI - Nel Quattro­cento, accanto ai Mulini sul fiume Castellano, sorse l'edificio di proprietà della Camera Apostolica, restaurato nel 1512 sotto Papa Giulio II. La vicina porta d’accesso alla città cambiò nome. In origine si chiamava Porta Santo Spirito e prima ancora San Nicolò in Ponticello

di Gabriele Vecchioni

Una delle sette porte di accesso alla città di Ascoli Piceno (quella verso l’area montagnosa, a occidente dell’abitato) era Porta Cartara. Il nome le deriva dalla presenza dell’opificio conosciuto come Cartiera Papale, che sorgeva lungo le rive del prin­cipale affluente del Tronto, il Castellano.

La monumentale facciata dell’edificio rinascimentale

Questa via d’accesso alla città si è chiamata anche Porta Santo Spirito e, prima ancora, San Nicolò in Ponticello, denominazione che riprendeva quella del vicino convento; più tardi “diventò” Porta Molinara perché lì erano ubicati i mulini idraulici della città che sfrutta­vano la massa d’acqua del Castellano, l’affluente principale del Tronto. Giuseppe Cesari, nel 2004, scrisse che «[…] la Cartiera antica era sorta adiacente ad un an­tichissimo mulino ivi sorto in luogo adatto a sfruttare la corrente del fiume, come i tanti altri mulini, sorti lungo la Valle Castellana, quasi tutti di proprietà delle “reverende con­tesse” benedettine di Sant’An­gelo Magno, oppure delle rigide monache “Damianite” di S. Spirito».

Il ponte di Porta Cartara fotografato da quello che rimane della pista ciclabile. Nel riquadro, il ponte com’era prima di essere minato, nel 1944, dai tedeschi in ritirata. La doppia arcata dell’acquedotto era stata progettata (1850) dall’ingegner Ga­brielli, padre di Giulio, figura di spicco della società ascolana a cavallo dei secc. XIX e XX

I mulini devono il nome al latino molinum, derivato dal verbo molere, triturare. Le strutture erano allocate sulle rive di torrenti ricchi d’acqua (e qui e nella vicina Laga ce ne sono), nei punti in cui esisteva un certo dislivello; producevano la­voro meccanico grazie al flusso della corrente, per­me­t­tendo ­la macinazione soprattutto dei cereali, per la produzione della farina. Il mulino ad acqua, già noto ai Romani ma poco usato, venne perfezionato, dal punto di vista tecnologico, nell’alto Medioevo, diventando più comune ed efficiente. Uno stretto canale artificiale indirizzava, velocizzandolo, il flusso dell’acqua sulla ruota i­drau­lica; a volte, come nel nostro caso, un bacino di raccolta del­l’acqua permetteva di sfruttare me­glio il dislivello dell’acqua, “regolarizzando” il flusso.
I mulini hanno maci­nato re­go­larmente fino al termine della Prima Guerra Mondiale; esiste­vano già nell’Alto Me­dioevo (1104) e, ancora nel secolo XIII, facevano parte del patri­monio delle potenti mo­nache di Sant’An­gelo Magno che li davano in affitto mediante una gara d’ap­palto. La proprietà fu poi del Libero Comune di Ascoli Piceno e quindi, nel 1312, essi divennero possedimento della ricca famiglia ascolana dei Guiderocchi. Nel Quattro­cento, accanto ai Mulini sorse la Cartiera papale, proprietà della Camera Apostolica (Go­verno Pontificio), restaurata nel 1512, sotto Papa Giulio II: la vicina porta d’accesso alla città di­venne Porta Cartara.

Il complesso della Cartiera papale visto dal Colle Pelasgico (area della Fortezza Pia). Ben visibili le con­dotte forzate che portavano l’acqua alle turbine e, al centro, il cortile-vasca di recupero

Il complesso della Cartiera papale era, in realtà, un opificio polifunzionale, costituito da quattro edifici, co­struiti in tempi diversi fino ad arrivare alla figura attuale, re­staurata in tempi recenti (2002). Il primo edificio fu la struttura molitoria, alla quale si ag­giunse una gualchiera (o valcherìa, sec. XV), un frantoio (pistrinum aquaticum), una fer­riera (e ramiera). L’ultimo step fu la rea­lizzazione della cartiera.
Come anticipato, la ristrutturazione fu voluta da Papa Giulio II Della Rovere, eminente fi­gura di pontefice rinascimentale, passato alla storia come “papa guerriero” (ironia della sorte: era fran­ce­scano!) per la sua inin­ter­rotta attività di riaffermazione del potere temporale della Chiesa romana; fu però anche il papa mecenate che permise l’estrinsecazione del genio artistico di Michelangelo, Raffa­el­lo e Bra­mante. Sotto il suo pontificato i diversi elementi dell’opificio furono riuniti in un unico corpo. L’opera fu affidata (1504) ad Alberto da Piacenza, aiutante di Bramante e au­tore di altre, importanti opere di commit­tenza papale e, in seguito (nel 1525, da parte di Papa Clemente VII), a Nicola Filotesio. Que­st’ultimo, più noto come Cola dell’Amatrice, ha lasciato ad Ascoli, sua città d’elezione, importanti opere, sia pittoriche sia archi­tet­toni­che. Per quanto riguarda le testimonianze artistiche, ricordiamo la splendida lunetta della Salita al Calvario (1519) nel­l’ex-refettorio del convento dell’Annunziata (ora sede della Fa­coltà di Architettura) e l’interessante soluzione adottata per l’ingresso monumentale del Duomo di A­scoli, con due mezze colonne murate “al contrario”, originale eccentricità ma­nieristica.

La “cascata” subito dopo l’ansa del torrente, dove sorge la Cartiera

Nel 1512 fu terminato l’edificio che ospitava la fabbrica, insieme con la galle­ria scavata nella roccia, che serviva per convogliare le acque al sito di utilizzazione.
Sulla facciata dell’edificio si aprono due portali. Sull’architrave di quello di destra si legge la scritta Julius II Pont Max MDXII (1512). Sulla mensola del portone di sinistra sono pre­senti due grossi dadi di pietra con, in rilievo, ghiande e foglie di quercia, chiaro riferimento al Della Rovere. Anche qui c’è la data, scritta però in maniera poco corretta (MCCCCCXII).
La scelta del luogo era otti­male poiché poteva essere sfruttata la notevole potenza motrice del corso d’acqua che, in realtà, diverse volte era straripato, causando danneggiamenti all’edificio e ai macchinari. Per la produzione della pasta che sarebbe diventata carta erano necessarie macchine mosse dall’acqua (le già ricordate gualchiere). Secondo lo storico lo­cale Giuseppe Marinelli, queste macchine preindu­striali sa­rebbero state costruite dai mo­naci cistercensi del vicino convento.

Proprio di fronte al lato settentrionale dell’opificio c’è l’imponente flessura della cosiddetta Anticli­nale di Porta Cartara, scoperta dall’erosione del Castellano sulle arenarie del Colle Pelasgico

La pre­senza ad Ascoli di una officina per la produzione della carta aveva attirato mae­stranze specia­lizzate pro­ve­nienti da Fabriano e da Piòraco (storici centri di produ­­zione) ed era giustificata dal fatto che in città esisteva una delle più antiche tipografie italiane, dalla quale, già dal 1477, era­no uscite opere importanti quali le Historie di Sant’Isi­doro e gli Sta­tuti cittadini.
La produzione della carta era collegata direttamente con l’attività di raccolta degli stracci che, per lungo tempo, rimase di pertinenza della comunità ebrea cittadina. Nonostante la Cartiera di Ascoli fornisse carta a tutto lo Stato Pontificio, l’attività dei produttori non era molto remunerativa e si ebbero frequenti cambi di gestione; la qualità del prodotto rimase però molto alta: ad una Esposizione tenuta nel 1888 le carte ascolane furono giudi­cate le migliori.

La “mezza colonna” del portale d’ingresso del Duomo ascolano, sormontata da un capitello ionico (spie­gazione nel testo)

La produzione della carta raggiunse l’apice nel periodo a cavallo tra i secc. XVIII e XIX. L’abbandono dell’opifìcio risale all’epoca in cui essa terminò l’attività molitoria, alla fine della Prima Guerra Mondiale. In realtà l’e­dificio fu utilizzato per alloggi di fortuna fino a qualche decen­nio dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Dopo un’incuria durata di più di mezzo secolo, la Cartiera, diventata di proprietà del­l’Amministrazione provinciale, è tornata a nuova vita con il restauro che ne ha ripristi­nato l’architettura. Attualmente viene utilizzata per ospitare mostre e convegni e, dal 2006, è sede un Polo scientifico-museale, con diverse sale utilizzate, oltre che per esposi­zioni tem­poranee (per le quali si utilizzano le antiche, ampie sale di essiccazione della carta), an­che per ospitare strutture stabili.
Il Museo della carta espone la ricostruzione di macchinari per la produzione della carta e un per­corso didattico per i visitatori. Il Museo di Storia naturale “Antonio Orsini” accoglie mi­gliaia di reperti raccolti e catalogati dall’illustre scienziato ascolano dell’Ottocento.
In conclusione, la storia della Cartiera pontificia è lunga e interessante, anche perché ha vi­sto il coin­volgimento di famiglie “storiche” ascolane (Guiderocchi, Merli, Galanti): chi fos­se interes­sato ad approfondire questo aspetto, può trovare soddisfazione in uno dei lavori de­dicati al complesso e al suo restauro.

 

 

La Cartiera papale e gli opifici di Porta Cartara nella Pianta pseudoprospettica del Ferretti (1646)

Gli interni della Cartiera

Architrave del portale minore

 


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