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L’uomo e la velocità:
la nascita di un mito
fra rivoluzione industriale
e corse automobilistiche

LA VELOCITA' come mito nasce, di fatto, con la rivoluzione industriale e si incarna nell’automobile, che diventa però un bene di consumo di massa solo dagli anni ’50. La prima corsa automobilistica si svolge nel 1895, ma solo dal secondo dopoguerra lo sport automobilistico diviene parte essenziale nella strategia delle imprese del settore
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1964: Andrea Polli su Fiat 500

di Giorgio Tabani

«La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo», scriveva Milan Kundera. L’essere umano, ricorda il professor Domenico De Masi, è tra i più lenti esseri viventi che esistano in natura. Il perseguimento della velocità non è un elemento naturalmente insito nell’uomo: a lungo l’obiettivo dell’innovazione tecnica è stato semplicemente il risparmio di energia e fatica fisica. Dal XII sec. la velocità inizia ad assumere un ruolo sempre più importante. Essa diventa un mito tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900: la velocità è il vero e proprio mito della società industriale. Le persone, abituate ad andare velocissime durante il lavoro, quando escono dalla fabbrica, continuano ad andare in fretta: ormai la velocità si è impossessata di loro.

Il “Manifesto” di Filippo Tommaso Marinetti, atto fondativo di un importante movimento culturale italiano e poi europeo, il Futurismo, recita: «Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo […] un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia».

Quando iniziano a diffondersi le prime auto e a sorgere le prime industrie, l’Italia era molto indietro. Il Paese ha un’industria fragile, soprattutto al sud, e una capacità di consumo molto bassa. Tra il 1894 e il 1918 sono attivi in Italia 39 costruttori di auto. Fra loro ce ne sono sei che segneranno l’industria e la storia automobilistica italiana e internazionale. I modelli che sfornano sono costruiti a mano da meccanici, a metà fra artigiani e artisti. Si va a farsi costruire un’auto come si va dal sarto: un servizio costoso, riservato all’aristocrazia. Negli anni ‘20, l’automobile assume un’importanza sempre maggiore così come il mito della velocità. Il 60% della produzione italiana viene esportato, ma la concorrenza straniera si fa sentire.

Le nuove rombanti auto richiedono la costruzione di nuove strade e – in Italia – viene inaugurata la Milano-Laghi, prima autostrada del mondo. È l’inizio di un’epoca che trova nell’automobile uno dei suoi simboli principali e i giornali chiedono a gran voce una vettura per tutti. Nel 1940, all’inizio della guerra, sono 290.225. In Italia esistono 479 km di autostrade, 20.324 di statali, 42.213 di provinciali e 110.280 di comunali. Dagli anni ’50, con la diffusione di benessere per larghi strati della società, le famiglie possono finalmente permettersi un’utilitaria come la Fiat 500 o 600.

Nel 1895 viene disputata la prima corsa automobilistica della storia, la Parigi-Bordeaux-Parigi. Nel secondo decennio del Novecento le corse passano dai tracciati ricavati da strade cittadine, oppure di campagna, agli autodromi, che sono più sicuri per i piloti e per il pubblico. Nel decennio successivo alla fine della Seconda guerra mondiale, i costruttori di automobili iniziano a intravedere nelle corse una parte integrante delle proprie strategie industriali: campo di prova e di sperimentazione delle macchine di serie oltre che ineguagliabile strumento pubblicitario.

1962: Piero Radiconcini su Alfa Romeo Giulietta 1300

1962: Gastone Petrini su Lancia Appia Sport GT

 


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