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Stefano Massini
incanta la platea di Ama Festival
con le sue storie

OSPITE FINALE dell'edizione 2019 “Facciamo che io ero un albero” nella Comunità terapeutica “Casa Ama”. La sua capacità di narrare l’ha portato, di fronte al folto pubblico, a rintracciare e collegare storie ricreandole dai materiali più diversi, come accade nei suoi interventi su "La7", nei romanzi, saggi e opere teatrali diffuse in tutto il mondo

Stefano Massini

di Giorgio Tabani

«Hai mai scritto per il teatro?». Sarà questa domanda di Luca Ronconi, il grande regista innovatore del teatro italiano, a cambiare la vita del giovane Stefano Massini. Laureato in papirologia sulla statuaria di Iside, si avviava già alla carriera di docente quando esplode il talento per il racconto. Romanziere, saggista e autore teatrale di fama internazionale risulta vincitore di una raffica di premi di ogni tipo. A distinguerlo la magistrale capacità di coniugare la notevole vena letteraria a un intenso estro di narratore dal vivo, che il grande pubblico italiano ha saputo apprezzare su La7.

«Credo ci siano delle storie che meritano di essere raccontate perché hanno un potere universale e ci raccontano il mondo in cui viviamo». Massini si occupa sempre, a suo modo, di attualità. Il suo talento è quello di saper individuare il nocciolo poetico delle cose per poi valorizzarlo nel suo stile multiforme che sa mescolare le suggestioni più varie, sempre alla sua maniera magnetica e inesorabile. «Se vale la pena scrivere è perché sai che qualcosa può cambiare». Per Massini, chi entra in contatto con le sue storie deve uscirne migliore, «cioè che abbia conosciuto qualcosa che non sapeva o abbia esplorato un’emozione che nella vita non aveva sondato».

Stefano Massini è stato ospite di Ama Festival “Facciamo che io ero un albero”, il festival delle arti parlate, musicate e rappresentate che si è svolto il 6 e 7 luglio presso la Comunità Terapeutica “Casa Ama”, organizzato dalla Cooperativa Sociale Ama Aquilone con il patrocinio del Consiglio Regionale delle Marche e la collaborazione dell’Associazione culturale “I Luoghi della Scrittura” e della Galleria “Gliacrobati”.

L’albero, tematica del festival di quest’anno, è stato uno dei fili conduttori della sua cavalcata narrativa. «Raccontare vuol dire gettare un seme che subito germoglia, chi ascolta non si infatti limita a restare passivo ma a sua volta racconta, dentro di sé, senza verbalizzarlo ma creando e ricreando, personalizzando il contenuto di quanto viene narrato». L’albero è radicato a terra ma, «allo stesso tempo, più va in profondità più le sue fronde si spingono verso l’alto. Gli alberi certo non volano, ma sono aerodinamici, conoscono i venti contrari ma sanno vincerli solo finché non arriva una tempesta là dove meno se l’aspettano: proprio come gli esseri umani».

Il volo, uno dei più grandi sogni dell’umanità, uno dei progetti più ambiziosi al quale l’uomo si sia mai avvicinato è stato un altro degli elementi comuni alle innumerevoli storie raccontate. Dal mito di Dedalo e Icaro fino al progetto Dedalus di trasvolata dell’Egeo, organizzato dal Mit e dalla NASA nel 1988. Dall’Ornittottero di Leonardo da Vinci ai fratelli Wright, passando per quelli Montgolfier. Nel rievocare queste esperienze, Massini voleva disvelare l’elemento profondamente umano della Storia e delle storie: la tenace osservazione di Leonardo, la forza di volontà di Kanèllos Kanellòpoulos, la depressione di Wilbur Wright, il desiderio di non apparire dei fratelli Montgolfier. Forza di volontà, tenacia e capacità di elaborazione di fronte alle continue sconfitte della vita ma anche rifiuto della dittatura del buonumore e dell’apparire, oltre che dell’ossessione della vittoria sempre e a ogni costo come unico criterio di valore dell’esistenza: questo il messaggio.

A far da tramite a un discorso ancor più intimamente psicologico, la tragedia dell’Apollo 1. Un volo abortito a terra per un incendio che causò la morte degli astronauti, una morte prodotta dalla mancanza di una maniglia esterna sul portellone. «I pericoli non vengono mai soltanto dal di fuori di noi, in quel caso dall’ignoto spazio profondo, ma sono insiti anche all’interno». La tragicomica vicenda della battaglia di Karànsebes viene, quindi, presentata come esemplare: 10.000 soldati che, aspettando il nemico turco, fecero troppa baldoria, iniziarono a litigare e lasciarono a terra 9.840 cadaveri per fuoco amico. «Ci sono momenti in cui avverti la pluralità di persone che ti porti dentro e la vita è imparare che puoi e devi conviverci, come fece Edward Mordrake». La leggenda rievocata è quella dell’“uomo dai due volti”, diventato celebre nell’Inghilterra di fine XIX secolo: dopo aver tentato di farsi asportare la seconda faccia, impara a rendersi conto che è parte di lui.

«L’albero ha poi un forte senso del tempo, lo sfida come gli ulivi secolari o le sequoie, e lo segna con la ciclica caduta e rinascita delle foglie». Gaspar de Guzmán y Pimentel (1587-1645), conte di Olivares viene presentato come il simbolo della contemporaneità nella sua ossessione per il lavoro: solo dedicando a esso ogni forza, pensiero ed emozione si può occupare il tempo utilmente. Eppure dimostra il contrario la storia di Ehrich Weisz, in arte Houdini, che promise alla moglie Bess di provare dopo la morte a liberarsi anche dalle catene della morte. Il più grande mago della Storia non vi riuscì, facendo piangere di gioia Bess: «Noi esseri umani abbiamo un tempo limitato, quello della nostra vita, e lui ha scelto di passarla con me». Ecco quindi che per Massini, «la vera contrapposizione non è fra tempo libero e tempo occupato ma fra tempo prezioso e tempo sprecato».

Il grande scrittore Franz Kafka dedicò tre fra le sue ultime settimane di vita a scrivere lettere a una bambina che aveva incontrato in un parco, che aveva visto piangere disperata per la perdita della sua bambola preferita. Kafka fece credere alla bambina che la bambola fosse partita per un viaggio in giro per il mondo, raccontandole le sue avventure. Alla fine Kafka le regalò una bambola, ovviamente diversa da quella perduta, ma in un biglietto accluso spiegava: «I miei viaggi mi hanno cambiata». Kafka avrebbe commentato: «Mai come in queste settimane mi sono sentito più utile. Far smettere di piangere un’unica bambina. Questo secondo me è il senso vero del raccontare».

 


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