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Delirio Nomadi a Centobuchi
Quando la Storia sale sul palco
«Non c’è vita senza un sogno»

MUSICA - Affluenza record per la band di Beppe Carletti, ospite speciale della Festa di Sant'Anna. Centocinquanta minuti ininterrotti di ricordi e capolavori, da "Il vecchio e il bambino" fino a "Io vagabondo". L'omaggio a Michele Scarponi e Marco Pantani
I Nomadi cantano "Io voglio vivere"

di Walter Luzi

Delirio Nomade. Parcheggi in tilt e traffico impazzito per la festa di Sant’Anna a Centobuchi. Un festone, considerando che è lunedì, ma al gran pienone hanno decisamente contribuito anche loro, i Nomadi. Che cambiano continuamente formazione ma senza mai snaturare la loro anima. Si spiegano così cinquantotto anni di successo.

Solo e sempre Nomadi (le immagini sono di Nazzareno Cipollini)

Beppe Carletti ha saputo mantenere per oltre mezzo secolo la barra della sua band sempre a dritta. E anche di chi non c’è più da tempo, Augusto Daolio, si avverte ancora, ogni volta, viva, forte, emozionante, la presenza in  palcoscenico. E’ lo spirito Nomade. Che fa percorrere centinaia di chilometri ai fans più fedeli (i più lontani giunti da Altamura e Putignano nelle Puglie), che fa cantare a squarciagola anche i pensionati le stesse canzoni di quand’erano ragazzi. Non c’è trucco, non c’è inganno. Forti, puri, veri. Senza nulla concedere al business, al vuoto narcisismo. Nell’epoca della futile apparenza qui si continua a guardare solo alla buona sostanza.

Carletti e Cilloni omaggiano Michele Scarponi

La scenografia è basica, essenziale, primordiale. Poco importa. Le immagini che scorrono alle loro spalle, su un maxischermo, pensa tu, roba da Paleozoico, accompagnano il concerto meglio di qualunque sofisticatissimo, moderno effetto speciale. Perchè le foto, le immagini, soprattutto quelle di un tempo, si fondono con i suoni e i testi dei Nomadi, e sanno parlare all’anima meglio di ogni superfluo marchingegno. I sei indossano tutti una semplice t-shirt nera. Su quella di Yuri Cilloni, la nuova voce solista, c’è stampato il volto di Augusto Daolio che fa capolino sorridente sotto il gilet nero. Qui passato e presente sono una cosa sola. Qui non si inseguono le mode.

Carletti e Vecchi

Si inizia sulle note di “Paese”, si chiude con “Io vagabondo“. In mezzo centocinquanta minuti di Nomadi senza risparmio, senza tirare il fiato, che a una certa età ci vorrebbe pure, senza cali di tensione. Sergio Reggioli, che è nato qui vicino, a Recanati, e suona di tutto, emoziona con il suo violino. Beppe Carletti, il Nomade padre fondatore, si allontana dalle sue tastiere solo per imbracciare la fisarmonica. Le barbe e i capelli bianchi del batterista Paolo Lancelotti, di Massimo Vecchi e Cico Falzone, chitarre e voci, non nascosti ma orgogliosamente ostentati, narrano della Leggenda dei Nomadi.

La torcida a ridosso delle transenne ha portato come sempre, insieme al grande cuore Nomade, doni, bandiere e striscioni per i loro miti. Messaggi letti in diretta, come ogni volta, uno ad uno. Solo qui. E’ la debordante Umanità della grande famiglia Nomade. Che non dimentica. I grandi come gli ultimi. Marco Pantani e Michele Scarponi. Le vittime dei campi di sterminio e di Hiroshima. Bandiere della Pace e le note di “Bella Ciao”. Emozioni di sempre che rivivono ogni volta. “Il vecchio e il bambino”, scritta da Francesco Guccini, ci riporta a quando “crescevano gli alberi e tutto era verde”. Gran bei tempi, evocati nell’overshoot day. Con i vecchi cavalli di battaglia come “Cielo grande cielo blu” e “Un pugno di sabbia” anche i nonni fanno la ola. I ritornelli finali di “Io voglio vivere” e “Io vagabondo” sono replicati in coro, a squarciagola, a oltranza. Alla fine tutti a casa senza voce. Potenza dei Nomadi. E grazie. Non c’è vita senza un sogno.

 


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