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Pozza, la memoria è viva
Riapre il sacrario partigiano

ACQUASANTA TERME - Lo spazio con le 37 lapidi restituito alla collettività dopo la chiusura dovuta al sisma ed alla nevicata del gennaio 2017. Settantacinque anni dopo l'eccidio che si consumò in queste zone il ricordo non muore. Commozione quando l'attore Pietro Benedetti declama ottave in rima scritte dal testimone oculare Guido De Julis
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Il Sacrario Partigiano di Pozza

di Walter Luzi

Tenere viva la Memoria. Ora e sempre. Settantacinque anni dopo l’eccidio di Pozza l’imperativo è più forte che mai. Riapre il sacrario partigiano internazionale nella frazione dell’Acquasantano, dopo significativi interventi di consolidamento e restauro seguiti al sisma del 2016. Dal 1974 vi riposano le spoglie dei partigiani di cinque diverse nazionalità trucidati dai nazifascisti su queste montagne nel 1944. Trentasette lapidi, dopo trent’anni in una fossa comune, a rendere il giusto onore, uno per uno, a quei martiri della Resistenza. Diciannove jugoslavi, tredici italiani, due inglesi, due greco-ciprioti e un canadese. Nazionalità, lingue e culture diverse unite nella lotta, accomunate nella morte, dallo stesso, comune, nemico. Trentasette lapidi che sono valse alla Provincia di Ascoli Piceno la medaglia d’oro al valore per l’attività partigiana. Dispiace che in troppi se ne dimentichino quando si elencano le bellezze, le peculiarità e le eccellenze della nostra terra. Di quella medaglia si deve andare orgogliosi. Perché il sangue di quei migliori ha contribuito a restituire la dignità ad una nazione intera.

C’è il sole a Pozza. A scaldare il desiderio di tenere viva la Memoria. Ci sono le Istituzioni, c’è l’Anpi, le associazioni combattentistiche, gli esponenti di Jugocoord Onlus, il coordinamento nazionale per la Jugoslavia, e tanta gente. E poi i bambini. Quelli che non dovrebbero mancare mai in occasioni come questa. E’ sabato. Giorno di vacanza per i giovani allievi della scuola secondaria di primo grado di Acquasanta, ma il preside Sergio Spurio e la professoressa Latini hanno avuto l’ottima idea di accompagnarli fin quassù. Dove si respira l’aria fresca della montagna, e della libertà. Dove montanari e pastori semianalfabeti, settantacinque anni fa, non esitarono a mettere a rischio la propria vita accogliendo nelle loro case militari sbandati e partigiani allo stremo in fuga da Bosco Martese, sul vicino versante teramano, già teatro di scontri con i nazi-fascisti.

Prendono la parola per primi i bambini, dopo il saluto iniziale di Giuseppe Parlamenti. Il vice presidente provinciale dell’Anpi non sarà un granché come oratore, ma nell’associazione, e in questa operazione, ci ha messo l’anima. La stessa passione di un’altro ospite inusuale per questo tipo di cerimonie. L’attore Pietro Benedetti, che declama ottave in rima scritte da Guido De Julis, pastore con la quarta elementare e poeta a braccio, testimone oculare di quei tragici avvenimenti, e ritrovate di recente grazie ai discendenti di qualcuno di quei reduci slavi che le aveva, provvidenzialmente, trascritte. Come ogni documento storico diretto, sgrammaticato ma eloquente. E, sempre, commuovente. Da questi scritti forse nascerà uno spettacolo teatrale. Per non dimenticare.

Nel vecchio cimitero di Pozza gremito come non mai, prendono la parola anche Susanna Angeleri di Jugocoord, il sindaco di Acquasanta Sante Stangoni e il vicesindaco di Arquata Michele Franchi. Per la Prefettura c’è la dottoressa Aurora Monaldi. Per la Provincia decorata di Ascoli c’è Sergio Fabiani che cita le parole di Santayana incise a Dachau: “Quelli che non sanno ricordare il passato sono costretti a ripeterlo”.  Gli fa eco Pietro Perini, presidente provinciale dell’Anpi, come suo costume senza troppi giri di parole: «Il fascismo è tornato. Ha solo cambiato nome. I partigiani combattevano un nemico forte, che appariva invincibile. Capirono subito che solo restando uniti avrebbero potuto vincere. Unità. Una parola, purtroppo sconosciuta alla politica di oggi». Chiude gli interventi la vicepresidente della Regione Marche Anna Casini. E’ originaria di queste parti, Poggio d’Api, pochi chilometri in linea d’aria. Anche suo nonno ospitò partigiani alla macchia in casa sua, sul versante arquatano. La scampò solo perchè abitava troppo fuori mano.

Il sindaco Stangoni

Andò peggio a Pozza e Umito nella notte fra il 10 e l’11 marzo 1944. La neve alta e il gran freddo non impedirono l’accerchiamento e il massacro da parte di truppe scelte tedesche e collaborazionisti fascisti locali. Questi ultimi indossarono, per l’occasione, pastrani germanici e passamontagna nel tentativo, vile e maldestro, di mascherare l’infamia che nessun revisionismo potrà cancellare.
Giuseppe Parlamenti ha voluto che i nomi dei caduti slavi fossero scritti giusti sulle nuove lapidi. Con un paziente lavoro di ricerca, translitterazione e corretta accentazione ci è riuscito. Oggi i parenti di quei martiri, arrivati a Pozza dopo un lungo viaggio, si fanno fotografare accanto a quelle lapidi con la vecchia bandiera della ex Jugoslavia. E ringraziano, con il messaggio letto dal nipote di uno di quei caduti, in un italiano stentato ma accorato. I bambini avranno qualcosa di davvero importante da raccontare a casa, o magari agli amici su Facebook. Qualcosa di davvero importante in cui credere, ideali nobili, e ricordi vivi, da tramandare ai loro figli, quando ne avranno.
I lavori di ristrutturazione del Sacrario Partigiano, con robusta palificazione a valle sul costone franoso e nuovo muro di cinta, sono costati 72.000 euro. Il Comune di Acquasanta, Jugocoord e A.N.P.I. hanno unito, come settantacinque anni fa, le forze. Era una priorità questa, in una zona ancora segnata dal terremoto? Anna Casini ha dato, a nome di tutti, la risposta giusta. .

La vicepresidente della Regione Casini


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