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«Un anno fa riaprivamo
la nostra porta santa»
Il Santuario dell’Ambro
faro della ricostruzione

IL SIMBOLO - Nel ricordo dell'intervento di ripristino voluto dalla Carifermo e della storica notte di Natale del 2018 è stata posta una targa celebrativa. Il monumento caro a tutta la zona montana dei Sibillini e all’intera comunità marchigiana

Scatto a un anno di distanza dalla riapertura del Santuario

di Andrea Braconi

Una giornata “diversa”, per certi versi “strana”, voluta fortemente per celebrare il primo compleanno della riapertura di un tempio come il Santuario della Madonna dell’Ambro, caro a tutta la comunità montana e all’intera comunità marchigiana. Un recupero realizzato grazie all’impegno della Carifermo, che ne ha finanziato interamente gli interventi, e del suo presidente Amedeo Grilli, che nel corso degli anni successivi ai terremoti del 2016 si è speso in prima persona organizzando anche incontri, seminari, visite guidate e ogni forma possibile di coinvolgimento da parte di istituzioni, tecnici, mondo della scuola e dell’università.

«Era la notte di Natale quando quella porta, che noi consideriamo santa, è stata riaperta» ha ricordato con una certa emozione padre Gianfranco Priori, rettore dello stesso Santuario, in apertura della celebrazione eucaristica, presieduta da monsignor Rocco Pennacchio, arcivescovo di Fermo. Accanto a loro, tra i tanti, anche  il presidente della Provincia di Ascoli Sergio Fabiani e il presidente del Parco Nazionale dei Monti Sibillini Andrea Spaterna.
«Abbiamo assistito al miracolo impensabile di una folla che nelle domeniche e durante il periodo estivo ha raccontato e detto a tutti noi di una domanda di bellezza e accoglienza, realtà impensabili prima. In un momento in cui la lentezza della ricostruzione rischia di desertificare questa zona, l’Ambro è diventato un faro irradiante speranza. E questo sarà un evento che non sarà scritto su carta, ma su marmo» ha aggiunto padre Priori.  Perché per imprimere in maniera indelebile nella storia questo momento, all’esterno della chiesa è stata affissa e scoperta una targa con su scritto: “Questa chiesa, consacrata alla Vergine Maria, fu gravemente danneggiata dal terremoto del 2016. Restaurata e riportata all’antico splendore per il sollecito intervento della Cassa di Risparmio di Fermo, è stata riaperta al culto nella notte nella notte di Natale del 2018 da S.E. Mons. Rocco Pennacchio, arcivescovo di Fermo”.

Ma la celebrazione è iniziata anche ricordando due persone che, con i loro gesti, hanno dato un contributo determinante per il recupero di questa meraviglia incastonata tra i monti Sibillini: l’imprenditore Giorgio Squinzi, ex presidente di Confindustria e amministratore unico Mapei, scomparso il 2 ottobre scorso, e sua moglie Adriana Spazzoli, morta soltanto 50 giorni dopo. «Vogliamo ricordare Giorgio e Adriana, che hanno messo la firma a questo santuario donando tutti i materiali specifici per la ricostruzione. A loro va il nostro devoto ricordo» ha rimarcato il rettore.
Al termine della funzione, quella che è stata definita “la piccola Lourdes dei monti Sibillini” è stata raccontata dagli amministratori locali, a partire dal sindaco di Montefortino Domenico Ciaffaroni. «Quella notte di Natale sembrava inverosimile: era una notte di speranza, della rinascita di questo territorio. Un grazie particolare alla Carifermo, il cui aiuto è stato fondamentale per ripartire e ridare ai fedeli del centro Italia questo luogo, che è anche un luogo di incontro. Grazie a chi lo mise in sicurezza e che permise di non farlo crollare. La piccola comunità di Montefortino si è sentita in dovere di consegnare la cittadinanza alla Carifermo, affinché rimanesse per sempre nella nostra storia. Per questo è stato un autentico miracolo».

Monsignor Pennacchio e padre Priori

Sia da Sergio Fabiani, presidente della Provincia di Ascoli Piceno, che dal sindaco di Smerillo Antonio Vallesi sono arrivate parole di ringraziamento per chi ha lavorato in questi anni al recupero del Santuario.
Di maestosità del luogo ha parlato Andrea Spaterna, neo presidente del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. «Più di tre anni fa su questi territori è sceso il buio e ogni volta che si partecipa al recupero di una struttura, in modo particolare di una chiesa, si riaccende una luce -ha sottolineato-. Sono questi segnali che ci permettono di recuperare e consolidare quei valori come identità e senso della comunità, senza i quali tutto perderebbe di significato, anche la ricostruzione che tutti attendiamo». E il Parco, ha dichiarato, deve fare e farà la sua parte per cercare di trasmettere la percezione che vivere in un territorio come questo sia un’opportunità: «Insieme possiamo riguadagnare quella fiducia e quella speranza, per tornare a concepire la nostra vita qui».
Un’occasione importante, quella che ha avuto la Carifermo per dare un segno tangibile, riconoscibile e visibile che, con la coesione ed il coinvolgimento di tutti gli attori, è possibile raggiungere un obiettivo in tempi certi e con un percorso stabilito, anche se difficile, e condiviso. «Grazie all’arcivescovo – ha affermato il presidente Amedeo Grilli – che con un atto di fiducia ci ha dato possibilità di intraprendere tutte le azioni necessarie per fare, in tempi certi, la restituzione di questo luogo che abbiamo visto quanto sia amato, non solo da chi è venuto alle cerimonie ufficiali ma dalle decine di migliaia che dallo scorso Natale lo hanno affollato. È la testimonianza che è possibile continuare a vivere nelle aree colpite dal terremoto».
Esattamente un anno fa all’interno della chiesa c’era parte dei 16 chilometri di impalcatura utilizzati per realizzare quella che Grilli ha definito «una magistrale opera fatta dall’impresa Alessandrini». “
Due gli aspetti che in questi 2 anni hanno colpito monsignor Pennacchio. «Il primo è l’efficienza: in quel marzo 2018, quando facemmo qui una conferenza stampa, i lavori erano appena iniziati e chiesi quanti mesi ci sarebbero voluto per ultimare i lavori -ha concluso-. Mi risposero 10 e così pensai che a Natale avremmo potuto inaugurare. Qualcuno sudò a freddo, ma qui si è detto 10 mesi e 10 sono stati. Infine, quella notte di Natale perché pensavamo non fosse opportuno fare la messa con il rischio di ghiaccio. Invece, il Signore ci ha invece regalato una notte mite ed un momento veramente unico».


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