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La grotta sul monte del mistero
Il mito della Sibilla
nel corso dei secoli

UNA STORIA che da sempre conquista e affascina il territorio Piceno e non solo. Dalle avventure del Guerin Meschino nella grotta della profetessa fino a luoghi dalla toponomastica inquietante come il Pizzo del Diavolo e l’Infernaccio, tra oracoli e negromanti
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L’affilata cresta che conduce alla cima della Sibilla

di Gabriele Vecchioni

(foto di Antonio Palermi, Claudio Ricci e Gabriele Vecchioni)

Il Monte Sibilla (2.173 metri) dà il nome alla catena dei Sibillini, nonostante non sia la cima più elevata del gruppo. La sua fama è dovuta all’ipotizzata presenza della Sibilla, una delle profetesse dell’antichità; in realtà, ci sono altre ipotesi sull’origine dell’oroni­mo: potrebbe derivare dal nome di Cibèle, la Magna Mater, divinità orientale cooptata dai Romani, o da quello dei Sabelli, antichi abitatori di queste zone.

«… per la sua forma singolare fece chiamare la stessa montagna anche col nome di Monte Corona (Guida della Pro-vincia, 1889)»

Questi monti sono, da sempre, legati a storie e presenze “ai confini della realtà”. Nell’area esistono luoghi dalla toponomastica inquietante: Pizzo del Diavolo (contrapposto alla Cima del Redentore), Pian Perduto (legato a episodi guerreschi), l’Infernaccio (orrido scavato dal fiume Tenna tra i monti Priora e Sibilla) e altri; anche Giacomo Leopardi scriveva di «arcani mondi», a rimarcare l’atmosfera misteriosa dei «monti azzurri». Ad essi sono associati personaggi leggendari quali la Maga Alcina, il Guerin Meschino, le Fate, l’ebreo Macco.

«Volendo rotolare in basso una pietra, se ne perderebbe la vista in un baleno (Antoine de La Salle)»

La geologia. Nel comprensorio dei Sibillini è presente un carsismo ipogeo ridotto. Prospezioni e studi recenti (2007) di ricercatori del­l’Università di Camerino «[…] hanno sottolineato un sistema carsico di alta quota (a circa 2000 metri) che è ben sviluppato in livelli orizzontali a diverse altitudini, uniti tra loro da cavità verticali e inclinate. […] il sistema si sviluppa in tutto per circa 600 metri, dall’ingresso della grotta alla sorgente del Fosso delle Vene. […] Queste forme carsiche, con lo sviluppo orizzontale prevalente, rappresentano un episodio raro, se non l’unico, nelle aree più elevate per l’Appennino umbro-marchigiano, generalmente contraddistinte dal carsismo in sviluppo verticale».

Il Monte Sibilla da Santa Maria in Casalicchio, in contrada Tofe di Montemonaco

La struttura più “importante” è la Grotta della Sibilla, la caverna che nasconde uno dei misteri più affascinanti dell’intera catena appenninica. Della topografia della grotta conosciamo solo il vestibolo, disegnato dal cavaliere provenzale Antoine de La Sale (secoli XIV-XV) e ancora visitabile all’inizio del Novecento. Nel 1889, la Sezione ascolana del Cai lo fece “ripulire” e apporre una lapide che recitava; «Questa grotta che la leggenda disse fatidica stanza della Sibilla Appenninica […]»; la targa rimase in situ per circa un trentennio.

La cresta est. Parallelamente, corre l’“incomprensibile” strada sterrata

Luogo di culto protostorico, la spelonca fu dimora supposta della Sibilla, personaggio mitico che ha inciso profondamente nell’immaginario collettivo della gente di montagna. Gli altri particolari sono fantastici, associati agli archetipi della caverna e del lago (il vicino Lago di Pilato, prima Lacum Sibyllae), legati a pratiche di iniziazione o sacralizzazione.
La forma caratteristica del Monte Sibilla (la “corona”) è riconoscibile a distanza ed è legata alla minore erodibilità delle rocce sommitali di scaglia rosata (calcari mar­nosi di colore rossastro) rispetto alle sottostanti marne a fucoidi (rocce fogliettate con tracce lasciate da ver­mi). Per gli amanti dell’horror, un interesse particolare è dato dallo sfregio, visibile a decine di chilometri di distanza (ma anche dallo spazio… basta cercarlo su Google Earth), della strada che non conduce in nessun posto, la famigerata Zeta. Questa ”strada interrotta” segna il paesaggio magico dei Sibillini con una traccia praticamente ineliminabile perché la rottura del cotico erboso nei pascoli d’alti­tudine innesca processi erosivi di difficile controllo, per la forte acclività.

L’ingresso della mitica grotta (un deposito di frana lo ostruisce dagli anni ’30 del Novecento ma è dagli anni ’60 che la chiusura è “totale”)

Ma torniamo alla Sibilla e alla sua leggenda. La Grotta, localizzata sul versante di Montemonaco, a 2.175 metri di altitudine, è stata un importante punto di riferimento territoriale. Il difficile accesso alla “corona” ha fomentato l’aura di mistero che alimenta le leg­gende: il posto ha visto passare maghi e negromanti ma anche cavalieri e uomini di lettere. Sulla nascita delle leggende nelle aree montane sono stati versati fiumi di inchiostro ed è pleonastico tornare sull’argomento. La fama della presenza della Sibilla su queste montagne deriva, probabilmente, dall’“adozione” della Sibilla Cumana da parte degli Umbri, alleati degli Etruschi contro i Romani nell’area di Cuma, vicino Napoli. Fu il fermano Lattanzio, confessore di Costantino e uno dei Padri della Chie­sa, a tramandare il trasferimento di Amaltèa (la Sibilla Cumana) sui nostri monti. In realtà, la Sibilla Appenninica sembra essere un personaggio autoctono, una sòrta di nume tutelare delle popolazioni montane. Ricordiamo solo che diversi autori hanno scritto, riferendosi alla Sibilla, di stratificazioni culturali: dall’indovina saggia di epoca preromana alla sacerdotessa di Cibèle, dalla vergine Sibilla, profetessa di Apollo, alla medievale Maga Alcina; con l’arrivo delle tradizioni nordeuropee il Mon­te Sibilla diventa il Venusberg (il Monte di Venere).

Lungo il percorso, i pilastri rocciosi del Monte Priora

Enea Silvio Piccolomini, futuro Papa Pio II (sec. XV), scrisse che «[…] nell’antico Ducato di Spoleto, non lungi dalla città di Norcia, vi è un sito dove sotto una scoscesa rupe trovasi una caverna. […] havvi un convegno di streghe, di demoni, di ombre notturne e chi ha il coraggio può vedervi gli spiriti e parlare con loro e apprendere le arti magiche». Il cartografo fiammingo Abraham Ortelius, nel suo Theatrum Orbis Terrarum (sec. XVI) asserì che «Nell’Appennino che sovrasta questa regione è l’orribile antro che dicono della Sibilla e che ritengono essere i Campi Elisi. Il popolo si sogna che la Sibilla nella sua Grotta possieda un grande regno meraviglioso con palazzi e giardini e grande abbondanza di ogni genere di delizie».

A sinistra, copertina dell’opera “Guerino il Meschino” (Edizione Bertieri e Vanzetti, 1923); a destra, “Guerino giunge alle porte del Regno della Sibilla” (da “Guerino detto il Meschino”, Ed. Guglielmini e Radaelli, 1841)

La leggenda della Sibilla vuole che la vergine profetessa fosse stata condannata a vivere nella grotta perché avrebbe peccato di superbia avendo voluto essere lei la prescelta dal Padreterno per essere la madre di Cristo. Col tempo, la storia si arricchì di particolari: nel Regno della Sibilla (la grotta) sarebbero conservate grandi ricchezze, custodite da draghi spaventosi, «fatti artificialmente» e dagli occhi fiammeggianti (un must), e la presenza di bellissime ragazze lussuriose (le Fate, altro must) con il “compito” di attirare cavalieri ignari del pericolo. Nel poema drammatico “Sibilla” (1922), scritto e illustrato da Giulio Aristide Sartorio, così vengono descritte: «Là, sopra l’Appennin selvaggio, fra l’erte rupi una caverna appar: vegliano le sirene quel faraggio, fremono i canti e fanno delirar». Ma… c’era un prezzo da pagare, raccontato da Leandro degli Alberti, storico domenicano del Cinquecento che, nella sua Descrittione di tutta l’Italia (1550), così scrive: «[…] A cui è vicino (però in detto Apennino) la larga, et horrenda, et spaventevole spelonca nominata Caverna della Sibilla. Della quale è volgata fama (anzi pazzesca favola) esser quivi l’entrata per passare alla Sibella, che dimora in un bel Reame, ornato di grandi, et magnifichi palagi habitati da molti popoli pigliando amorosi piaceri ne’ detti palagi, et giardini con vaghe damigelle. Et ciò fanno di giorno, et poi la notte tanto i Mascoli, quanto le femine doventano spaventose serpi, insieme con la Sibilla; et che tutti quelli che desiderano entrarci, gli bisogna primieramente pigliare lascivi piaceri con le dette stomacose serpi». I cavalieri che fossero entrati in questo Regno onirico dovevano abbandonarlo, al massimo, entro l’anno (per l’esattezza, il 330esimo giorno), pena la reclusione eterna, un “ergastolo del piacere” ma con l’obbligo della trasformazione perio­dica in «sto­macose serpi». Nella “Descrittione” si confuta però la veridicità della storia della Sibilla, ricordando che né Strabone né Plinio «né altro curioso scrittore» ne avevano scritto.

“I Monti della Sibilla” (disegno a china del sec. XIX, da un originale manoscritto del sec. XV)

Quello che affascina è la continuità culturale della sacralità di questa montagna. L’importanza del rilievo (e della sua abitatrice) era tanto radicata nella cultura popolare che la religione cristiana se ne appropriò e la Sibilla diventò la profetessa che aveva prean­nunciato la venuta di Cristo. Nei secoli XVI-XVIII, essa venne rappresentata in diverse chiese dell’area montana come a Santa Maria in Pantano e a San Francesco di Amatrice, per poi arrivare addirittura a Roma (Michelangelo le dipinse nella Cappella Sistina, vicino alle figure dei Profeti). Tra gli altri artisti che le raffigurarono, Cola dell’Amatrice e Martino Bonfini (Santuario dell’Ambro, sec. XVII). Non è possibile addentrarci in un campo specialistico come quello delle rappresentazioni artistiche, ricordiamo solo che il numero delle Sibille era lo stesso dei profeti biblici e degli apostoli e che Tommaso da Celano (sec. XIII) nel suo Dies Irae, mette la Sibilla sullo stesso piano di David (Teste David cum Sybilla).

L’attacco del sentiero. In basso a sinistra, il Rifugio Sibilla

Il mito della Sibilla. Già nel sec. I, Svetonio riferì che Vitellio, dopo la battaglia di Bedriaco, «celebrò una sacra veglia sui gioghi dell’Appennino», probabilmente nella Grotta.
Antoine de La Sale visitò il luogo nel 1420 e vent’anni anni dopo raccontò la sua avventura (“Le Paradis de la Reine Sibylle”). Così descrive l’entrata della spelonca: «L’ingresso è piccolo e ha la forma di uno scudo, acuto sopra e largo sotto. C’è davanti una roccia e chi vuole entrarvi deve abbassarsi molto e muoversi carponi. […] si entra in una cameretta quadrata che trovasi a destra del pertugio, nella quale sono intagliati dei sedili». Antoine scopre dei nomi incisi sulla parete di roccia e intaglia «con molta difficoltà per la durezza della roccia» il suo monogramma, senza procedere oltre. Il cavaliere racconta che «cinque uomini di Montemonaco avanzarono per questa parte larga della grotta sempre discendendo secondo loro per almeno tre miglia. Allora trovarono una fenditura attraversante la grotta, da cui usciva un vento così orrido e strano che non vi fu chi osasse fare ancora un passo o mezzo passo: appena essi si avvicinavano, pareva che il vento li trascinasse via».

Un escursionista sale il gradino di roccia aiutandosi con una catena. Antoine de La Sale scrive di «corde grosse e piccole»

Nel 1473 Andrea da Barberino scrisse il “Guerin Meschino”, storia di un cavaliere alla ricerca delle proprie origini. La storia, ispirata a testi francesi del sec. XIII, “arrivò” nell’Europa germanica; Richard Wagner ne trasse una delle sue opere più ispirate: Tannhäuser, giunto al Venusberg e sedotto dalla Maga, riesce a liberarsi dalla malìa dopo un anno e si reca a Roma per chiedere perdono a Papa Urbano IV.
Per concludere, la bella frase introduttiva di un articolo di Stefano Cazorla (L’alito della Sibilla, 2019): «Sui Monti Sibillini tutto è avvolto dal mistero e anche la nebbia sembra l’alito della Sibilla, oracolo, maga, maestra, ammaliatrice ma soprattutto personificazione imperitura della Dea Madre, divinità femminile ancestrale comune a tante civiltà».

Un ambiente quasi dolomitico. Foce, frazione di Montemonaco, e la valle del Lago di Pilato (Piano della Gardosa)

La chiesa di Santa Maria in Pantano (o delle Sibille), a Montegallo, prima e dopo il sisma del 2016-17. Nella foto a sinistra (Archivio Diocesi Ascoli Piceno), gli affreschi del Bonfini (sec. XVII), con le Sibille e i Profeti; a destra, le condizioni attuali dell’edificio


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