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Coronavirus, l’appello della Cna Picena:
«La filiera della moda è a rischio
se non riparte entro il 20 aprile»

L'ASSOCIAZIONE presieduta da Luigi Passaretti reagisce al mancato inserimento delle aziende del settore nell'elenco delle attività che possono riaprire in ragione del nuovo decreto Conte. Intanto imprenditori e maestranze non sono rimaste con le mani in mano, hanno prodotto 250.000 mascherine alla settimana si stanno organizzando per ottenere le autorizzazioni alla realizzazione di presìdi più "complessi". Trillini: «Azione che ci inorgoglisce per l'utilità sociale»
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Il direttivo della Cna Picena sul palco di Fashion Mood della scorsa estate, uno degli eventi organizzati per dare slancio al settore

Non basta, per mantenere in vita il sistema moda del Piceno, l’enorme sforzo che hanno sostenuto numerose aziende riconvertendosi nella produzione di mascherine. Per non rimanere inermi di fronte ad una crisi annunciata e nello stesso tempo rendersi utili alla comunità, mettendo a disposizione materiali, mezzi e forza lavoro.

Luigi Passaretti e Francesco Balloni

«Il settore deve ripartire. Ed entro il 20 aprile sia pure con tutte le precauzioni necessarie. Sono a rischio altrimenti le collezioni  autunno inverno 2020-2021 e la programmazione per la primavera estate del prossimo anno», affermano i vertici della Cna Picena, il presidente Luigi Passaretti e il direttore Francesco Balloni, commentando il mancato inserimento delle aziende, che operano nella manifattura della moda italiana riempiendo le passerelle e i negozi del mondo, nell’elenco delle attività per cui l’ultimo decreto Conte ha autorizzato la ripartenza il 14 aprile, dopo il lockdown per Coronavirus. «Per la moda – aggiungono presidente e direttore – la partita per il futuro delle imprese si gioca soprattutto sulla ripartenza della filiera e sulla possibilità, in tutta sicurezza, di procedere per approntare le prossime collezioni».

Per l’emergenza Covid 19, le aziende sartoriali e artigianali della Cna Picena sono arrivate a realizzare 250.000 mascherine alla settimana, coprendo un fabbisogno di oltre un 1,5 milioni di pezzi.

Arianna Trillini

«Abbiamo avviato un’azione – spiega Arianna Trillini, imprenditrice ascolana del settore moda, vice presidente provinciale dell’associazione e portavoce di Federmoda – che ci inorgoglisce per l’utilità sociale messa in campo dai nostri artigiani e perché  sta contribuendo a dare motivazioni. Imprenditori e maestranze non sono rimasti con le mani in mano. Da imprenditrice però devo ragionare anche con i parametri di chi fa moda. Per questo la produzione di accessori con cui dovremo convivere per abbastanza tempo deve rispettare tutti i canoni di sicurezza. Senza però trascurare le peculiarità che caratterizzazioni il made in Italy e che vanno dall’attenzione verso i materiali utilizzati, alla comodità d’uso, passando per la cura dell’estetica. Non vergognamoci di dirlo: siamo maestri del bello e del ben fatto».

«Come Cna – interviene Irene Cicchiello, responsabile Federmoda di Ascoli – siamo attivi per coordinare la filiera che sta producendo strumenti di sicurezza importanti per le persone e per la collettività. Per le mascherine in tessuto e lavabili procede tutto speditamente. Per quelle più “complesse” e più strettamente di protezione personale sono invece richiesti ulteriori passaggi burocratici che stiamo portando avanti come Cna Picena per sostenere le richieste di autorizzazione avanzate dalle singole imprese».

Non bisogna però dimenticare che le aziende della filiera della moda contribuiscono a fare grande il sistema economico fatto di artigianato e Pmi che crea ricchezza, occupazione, valore, esportazioni e partecipa in maniera sostanziale alla coesione sociale grazie al profondo radicamento territoriale. L’artigianato e le Pmi della moda non sono fuggiti all’estero, sono rimasti ancorati ai luoghi dove gusto e qualità hanno la meglio sulla competizione al ribasso sui prezzi.

Doriana Marini

«Il nostro settore della moda – spiega Doriana Marini, imprenditrice sambenedettese, vice presidente nazionale e presidente regionale di Federmoda Marche – è un’industria stagionale. I passaggi produttivi e commerciali sono molto rigidi, rigorosamente di sei mesi in sei mesi. Si parte con nuove collezioni che vanno presentante, vendute e consegnate. Se non riapriremo le nostre aziende entro il 20 di aprile, o comunque nell’immediatezza di quella data, non avremo i tempi tecnici per consegnare le produzioni autunno/inverno 2020/2021 che vanno pubblicizzate entro luglio in tutto il mondo. E, allo stesso modo, difficilmente potremo produrre in tempo utile le collezioni primavera/estate 2021. A questo si aggiunge un rischio ancora maggiore, cioè che chi non trova le nostre produzioni di filiera le vada a cercare in altre parti del mondo. E una volta che questo è accaduto nessuno ci può garantire che torni da noi quando saremo nuovamente operativi».

«Non far ripartire le filiere del tessile, abbigliamento, pelletteria e calzature – conclude il direttore Balloni – significa condannare alla chiusura migliaia di imprese che hanno in portafoglio ordini che non potranno soddisfare, perdendo clienti e mercati faticosamente conquistati e rischiando di essere così estromesse delle catene globali del valore. Gli imprenditori sono pienamente consapevoli della necessità di conciliare la ripresa delle attività economiche con il massimo rispetto delle misure di prevenzione del contagio e sono già pronti a rispettare rigorosamente le condizioni di sicurezza previste dal protocollo sottoscritto tra Governo e parti sociali. A tal fine è indispensabile che le aziende del settore possano ripartire e, al contempo, contare sulla continuità delle forniture dei dispositivi necessari a mantenere i più elevati livelli di sicurezza sul lavoro».


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