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“L’acerba vita” di Franco Cordiale

ASCOLI - Franco Cordiale, pseudonimo del professor Luigi Grossi, e il suo ultimo libro “L’acerba vita” sono i primi ospiti di “Leggi che ti passa". Fulcro dell’opera la complessa figura di Cecco d’Ascoli, rivisitata tra storia, filosofia e autobiografia
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di Federico Ameli

Inizia il viaggio di “Leggi che ti passa”, la nuova rubrica di Cronache Picene che intende dar voce alle principali produzioni letterarie locali nel tentativo di conoscere più da vicino le opere del nostro territorio, a partire dalle parole di coloro che quei testi li hanno scritti, i loro autori. Un angolo culturale che di settimana in settimana, tra ultime novità e intramontabili classici, cercherà di offrire degli spunti di lettura utili a trascorrere qualche ora in compagnia di un buon libro.

La copertina del libro

E da dove poteva mai partire questo nostro approfondimento nella cultura locale, se non da un’opera che, senza nascondersi, mira dichiaratamente alla rivalutazione e alla celebrazione di uno dei personaggi più rappresentativi della storia di Ascoli? Una figura controversa, troppo spesso male interpretata e vittima di una critica fin troppo severa nei suoi confronti. È Cecco d’Ascoli il primo ospite “virtuale” della nostra rubrica, presentato per l’occasione da Franco Cordiale.

Docente di, tra le altre, Letteratura Dantesca, Storia Medievale e Filosofia all’UniTre di Cesano Maderno, nato e cresciuto in Lombardia ma di chiare origini ascolane, Franco Cordiale, all’anagrafe Luigi Grossi, ha pubblicato nel 2019 il suo terzo romanzo “L’acerba vita”, edito da Lìbrati. La ricorrenza del 750° anniversario dalla nascita di Cecco ha rappresentato l’occasione ideale per la stesura di un’opera senza dubbio complessa, che l’autore stesso fatica ad inquadrare in un unico genere letterario. Se il punto di partenza è infatti costituito dall’elemento narrativo, è evidente come il testo possa essere letto non solo come un romanzo di matrice storica, ma anche come saggio divulgativo e filosofico, pur non avendo pretese di scientificità.

Uno dei tratti fondamentali dell’opera è senza dubbio rappresentata dalla componente autobiografica, un aspetto che Cordiale stesso, rifacendosi alla lezione di Manzoni e Moravia, ritiene irrinunciabile in un’opera del genere. «Nel caso del mio libro» esordisce Cordiale «la cornice ascolana è schiettamente autobiografica. Mia madre era ascolana, di porta Cappuccina, così come è ascolana anche l’esperienza del terremoto del 26 novembre 1972, del quale fui testimone diretto e che viene descritta in uno dei primi capitoli del libro. Non solo: l’esperienza autobiografica riguarda trasversalmente l’intero racconto. Riemerge in un punto per me speciale, in occasione di un viaggio in treno, che da sogno premonitore diviene a tutti gli effetti un’avventura notturna nel cuore della città».

Ascoli, dunque, con la sua storia, le sue piazze e le sue locuzioni dialettali – «eredità di nonno Giuseppe, di zio Emidio e di una mia cugina cartomante» – non si limita a fare da sfondo alla vicenda, bensì ne diventa ben presto parte integrante. Ma cosa porta Franco Cordiale a scrivere di Cecco d’Ascoli? «Tanto per cominciare, Cecco ho dovuto e voluto leggerlo e studiarlo, proponendone al lettore gli elementi ritenuti essenziali e per certi versi moderni, come quelli legati all’ilemorfismo, la concezione medievale della natura e dell’uomo, microcosmo in essa, in polemica con la visione scientifica razionalista e cartesiana.

È per questo che “L’acerba vita” è, almeno in parte, anche un saggio divulgativo. La figura di Cecco, frastagliata e contraddittoria nella sua indiscutibile e mal compresa genialità, mi è parsa esemplare per svariate ragioni, prima fra tutte la sua proverbiale assertività, la stessa che potevo riscontrare nei miei vecchi ascolani di famiglia, così poco politicanti e buonisti. Cecco osava essere professore, nel senso etimologico di colui che professa. E sembra che l’abbia fatto fino all’ultimo, mentre già il rogo ardeva sotto di lui».

Professore, proprio come Franco Cordiale nella vita di tutti i giorni, proprio come il protagonista del romanzo nei confronti dei giovani di oggi, che ha modo di incontrare nell’ennesimo viaggio in treno – altro tema fondante dell’opera – nel corso del quale non può fare a meno di muovere una critica nei confronti del sistema scolastico dei nostri giorni, riecheggiando per certi aspetti la vis polemica di Cecco. «Mentre ritorno a Milano mi imbatto in una combriccola di studenti dell’odierna scuola di massa.

Dopo qualche battuta iniziale, cerco di condurre i miei interlocutori verso la ricerca del senso di quella storia della letteratura che dovrebbero apprendere sui banchi di scuola. Tuttavia, ben presto emerge un drammatico spaesamento, da non ricondurre solamente a una prevedibile svogliatezza e indisciplina dei ragazzi, ma soprattutto alla manifesta incapacità di questa scuola, del suo apparato fatto di sovrastrutture pletoriche quanto dispendiose, e dei troppi adulti che ci lavorano, di presentare alle giovani menti qualcosa che davvero valga la pena di essere appreso. È necessario formarsi in un cammino coerente, guidati da qualcuno che si ponga come maestro. Proponendo modelli autorevoli e verità condivisibili, attraverso la conoscenza e la dialettica. Quello che appunto Francesco Stabili sapeva fare, con i suoi pregi e i suoi difetti».

Dalle pagine de “L’acerba vita” emerge un Cecco d’Ascoli moderno e anticonformista, lontano dalla nube di stereotipi da cui è rimasto troppo spesso avvolto. Un gigante della nostra città che, come testimoniato dall’esempio di Cordiale, dimostra ancora una volta come il suo spirito di ricerca, onesta e priva di compromessi, possa costituire un esempio quanto mai attuale e in grado di parlare ai suoi concittadini, anche a distanza di secoli.

 


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