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“Gli occhi degli orologi” di Giorgia Spurio

ASCOLI - In questa seconda puntata, la rubrica “Leggi che ti passa” ospita l'ascolana Giorgia Spurio e il suo romanzo distopico, ambientato in un futuro arido, grigio e indifferente che per molti aspetti ricorda il tempo in cui viviamo
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Giorgia Spurio al “Salone del libro” di Torino nel 2019

di Federico Ameli

Ci eravamo lasciati con un romanzo, quello di Franco Cordiale, che dagli insegnamenti di un maestro d’eccezione come Cecco d’Ascoli cerca di proporre dei modelli di comportamento utili agli ascolani del Duemila non solo sul piano letterario, ma anche nella vita di tutti i giorni.  Procedendo lungo lo stesso filo conduttore, ma partendo da una prospettiva diametralmente opposta a quella de “L’acerba vita”, in questo secondo appuntamento con “Leggi che ti passa” andremo a conoscere più da vicino “Gli occhi degli orologi” di Giorgia Spurio, un romanzo incentrato su un futuro distopico ma che guarda, neanche troppo velatamente, al nostro presente.

Ascolana, musicista e insegnante impegnata nel sociale, da dieci anni a questa parte Giorgia Spurio si dedica attivamente alla scrittura. Da semplice amante della letteratura, Giorgia si è infatti riscoperta autrice di libri e racconti premiati e di successo, che hanno ottenuto consensi sia in Italia che all’estero. All’interno della sua già ricca e variegata produzione letteraria, che spazia dalla narrativa alla poesia, “Gli occhi degli orologi”, scritto nel 2015 e pubblicato tre anni più tardi da Il Camaleonte Edizioni, occupa senza dubbio un posto di assoluto rilievo. E non solo per un aspetto narrativo che finisce per coinvolgere anche emotivamente il lettore, ma anche soprattutto per la delicatezza dei temi trattati e per un’attualità impossibile da non riconoscere nelle pagine del romanzo, anche se formalmente la vicenda è ambientata in un futuro caratterizzato da ben poche luci e fin troppe ombre.

Giorgia Spurio premiata al “Salone del libro” di Torino nel 2017

Tanto per cominciare, il dolore con cui Julienne, la protagonista del racconto, è costretta giorno dopo giorno a convivere, in continuo conflitto con un padre che lei stessa stenta a riconoscere a causa degli effetti devastanti della guerra sulla sua psiche, ricorda infatti molto da vicino quello di tanti ragazzi e ragazze di oggi, che spesso faticano a relazionarsi con i propri familiari. «Sembra quasi che, da distopico, il libro si trasformi in un vero e proprio romanzo di formazione» ammette l’autrice. «Ho voluto offrire al lettore una focalizzazione attenta sulla famiglia, sugli affetti e sull’importanza dei rapporti familiari, sull’essenza delle relazioni che vanno a influenzare il nostro essere e la nostra identità. In un mondo sempre più al servizio della tecnologia, la freddezza e l’indifferenza rischiano di prendere il sopravvento, in particolar modo nel mondo che ho immaginato dove ognuno pensa a sé stesso per paura di commettere un errore di fronte agli occhi degli orologi».

Il titolo stesso del romanzo sembra infatti richiamare la distorsione della realtà in cui Julienne si trova suo malgrado a vivere, una realtà in cui chi gestisce il potere monitora costantemente i movimenti e soprattutto i pensieri della cittadinanza proprio attraverso gli orologi, che da simbolo di un’ordinaria quotidianità diventano un autentico strumento di controllo delle masse. Un mondo in cui ogni parola ha un prezzo e il tradimento è sempre dietro l’angolo, che tuttavia Julienne non si rassegna a voler cambiare in meglio. «Prende così vita» prosegue la Spurio «la figura di una ragazza alla ricerca della normalità e di una serenità ormai perduta, in un percorso introspettivo che ben presto diventa una silenziosa battaglia di ribellione. La guerra che racconto nel libro, così simile a quelle che ben conosciamo, ha cambiato radicalmente suo padre, tornato a casa malato, violento e affetto da psicosi. Nonostante tutto, però, è innegabile che la famiglia generalmente intesa rappresenti il posto dove tutti noi vorremmo rifugiarci, una sorta di archetipo di luogo sicuro in grado di offrire protezione, in cui la stessa Julienne, desiderando ardentemente di diventare madre, cerca riparo».

Futuro e presente presentano dunque più di un’analogia, in un continuo alternarsi di riferimenti più o meno velati ai nostri giorni che fa del romanzo un’opera quanto mai attuale. Di conseguenza, come sottolineato anche dall’autrice stessa, che il tema del tempo sia uno dei cardini dell’opera non può e non deve stupire. «Il tempo è un elemento sulla quale la filosofia ha discusso e ne discute ancora. È lineare, con un inizio e una fine, o è invece da intendere come circolarità? È prigioniero di noi esseri umani o è lui stesso ad ingabbiarci nella nostra quotidianità? Il tempo è prigioniero o ci imprigiona? Spesso sembra non bastare mai, facendoci rendere conto di quanto la nostra vita sia effimera. Per questo motivo ho scelto l’orologio, inteso come metafora del tempo che scandisce i nostri istanti. Senza dubbio, i punti di contatto tra il futuro in cui vive Julienne e il nostro presente sono molteplici. Innanzitutto, immagino l’infanzia della protagonista nel nostro presente, che, immaginazione a parte, con il nostro comportamento irresponsabile, le nostre paure e le nostre considerazioni superficiali costituisce la principale ispirazione anche per il futuro di Julienne. Ho scritto questo romanzo ormai cinque anni fa, ma rileggendo l’incipit qualche giorno fa io stessa mi sono meravigliata di quanto sia attuale nel periodo storico che stiamo vivendo in questi ultimi mesi. Spesso mi capita di fermarmi a riflettere sul futuro del nostro pianeta, finendo per essere catapultata in un vortice di ipotesi distopiche, tra catastrofi naturali provocate dall’inquinamento, altro “virus” letale del nostro tempo, e l’imminente scoppio di una terza guerra mondiale. In questo senso, credo che la distopia che distorce negativamente la realtà sia il mezzo migliore per comunicare messaggi importanti come quello legato all’ecologia e alla salvaguardia del nostro pianeta, ma anche alla difesa delle nostre libertà, dei nostri diritti e della nostra memoria storica».

Mentre firma le copie a “Più libri Più Liberi” di Roma nel 2018

Un aspetto “sociale”, quello emerso in queste ultime righe, che non può non ricordare il vissuto personale di Giorgia Spurio, insegnante da sempre impegnata in ambito sociale, nonché vicepresidente della cooperativa “Il Melograno”, che porta avanti progetti dedicati al sostegno scolastico e post-scolastico. A questo punto, l’ipotesi che Julienne, la protagonista del suo romanzo, possa aver portato con sé tra le pagine del libro alcuni dei tratti distintivi della personalità dell’autrice, in fondo, potrebbe non essere poi così azzardata. «Sì, a Julienne probabilmente ho donato alcune mie caratteristiche, anche inconsciamente. Le ho dato i capelli ricci, l’amore per la musica, la passione per Chopin, il fascino della lettura e in particolare quella dei testi di Jack London. Probabilmente molte delle sue incertezze sono un po’ anche le mie.
Ad ogni modo, nonostante si possa provare compassione, ammirazione o disapprovazione per i loro comportamenti, non posso far altro che nutrire una tenera simpatia per i miei personaggi e in un certo senso sentirmi orgogliosa della loro intricata psicologia».

Ma come nasce un romanzo del genere, ambientato nel futuro ma con degli evidenti risvolti nel presente? Se quello di George Orwell, indiscusso maestro del genere distopico, risulterà senza dubbio un nome familiare ai lettori, le parole della Spurio ampliano ulteriormente l’orizzonte narrativo di riferimento, con delle interessanti considerazioni sul processo creativo alla base dell’opera. «C’è da dire innanzitutto che l’ispirazione procede per percorsi stravaganti, mettendo in relazione pensieri più spiccatamente letterari alle preoccupazioni per i problemi della nostra società che noi tutti abbiamo sotto i nostri occhi. Ad ogni modo, senza dubbio Orwell è stato il primo autore al quale ho pensato scrivendo il romanzo. Non a caso, la vicenda è ambientata nel 2048, una data che rimanda al 1984 di orwelliana memoria. Da lui riprendo la teoria del bipensiero, per la quale qualsiasi concetto può esser sostenuto e allo stesso tempo negato, così come il concetto di ”fattoria degli animali”, alla quale non manca qualche riferimento. Un’altra significativa influenza letteraria è stata quella di Paolo Volponi, scrittore urbinate del secolo scorso, e del suo “Il pianeta irritabile”, così come particolarmente significative si sono rivelate le letture di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury e di “La svastica sul sole” di Philip K. Dick. Distopia a parte, non mancano cenni a diverse esperienze psicologiche, come quelle tipiche dei libri di Dostoevskij, anche se qualche lettore mi ha confidato di aver notato alcuni particolari che si avvicinano un po’ a Flaubert. Non mancano inoltre degli echi sveviani e dei riferimenti a Pirandello, che invita a riflettere sul senso di questa vita, forse nient’altro che un grande spettacolo teatrale in cui tutti indossiamo una maschera».

Con la sua complessità e la sua molteplicità di aspetti, non solo narrativi, “Gli occhi degli orologi” ha conquistato la critica, aggiudicandosi nel 2017 il Premio InediTO – Colline di Torino nell’ambito del Salone Internazionale del Libro di Torino. Un riconoscimento importante per l’opera, ma soprattutto per l’autrice, che lo ricorda come «un’emozione incredibile. Prima di partire per Torino ho cominciato a immaginare il salone, la premiazione stessa e il momento in cui sarebbe stato recitato un estratto del libro. Devo confessare che la prima volta al Salone, tra l’altro da protagonista, è qualcosa di simile a un sogno in cui felicità e adrenalina si fondono. Ho avuto l’opportunità di conoscere di persona grandi scrittori, ho sfogliato le pagine dei libri tra gli stand, e, ovviamente, ho fatto anche qualche acquisto, cercando di vivere l’esperienza sia da lettrice che da scrittrice. La premiazione è stata magica, un momento davvero adrenalinico in cui, come agli altri eventi a cui ho avuto poi modo di partecipare da scrittrice, ho avuto la possibilità e il privilegio di approfondire il rapporto con i lettori. Ciò che mi sta a cuore e che è alla base dei miei libri, infatti, non è il cercare l’approvazione del pubblico o l’avere uno stuolo fan pronti a comprare qualsiasi cosa io scriva, ma la volontà di poter regalare riflessioni ed emozioni associate alle mie pagine, delle sensazioni che restino, in un certo senso, uniche».

 


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