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Le Gole del Salinello,
straordinario ambiente di acqua e rocce

ALLA SCOPERTA di un luogo “magico” dove si intrecciano mito e leggenda, memorie storiche e presenze fauni­stiche rare. Distante solo pochi chilometri da Ascoli, è una delle mete più affascinanti e frequentate del Parco Nazionale Gran Sasso-Laga
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Le pareti perpendicolari delle Gole riprese dall’alveo del Salinello

di Gabriele Vecchioni

(foto di Antonio Palermi, Carlo Perugini e Gabriele Vecchioni)

A poca distanza dalla città picena, in una regione amministrativa diversa ma geograficamente vicina, c’è un luogo “magico” dove si intrecciano mito e leggenda, memorie storiche e presenze fauni­stiche rare che concorrono, insieme ai giochi di luce e di acqua, a rendere il posto pieno di fa­sci­na­zione. Sono le Gole del Salinello, scavate dall’azione millenaria del torrente omonimo che dal Monte Pianaccio (1280 metri) arriva fino al Mare Adriatico, dopo aver attraversato la profonda forra tra il Monte Foltrone (Montagna di Campli, a sud) e il Girella (Mon­ta­gna dei Fiori, a nord).

Un affaccio prepotente sulle Gole dal sentiero che le sovrasta

La Riserva Naturale Orientata delle Gole del Salinello, situata all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga, è un’area naturale protetta di circa 800 ettari, situata in provincia di Teramo e compresa nel ter­ritorio dei comuni di Civitella del Tronto e di Val­le Castellana, istituita per tutelare una zona di grande significato ambien­tale, grazie ai suoi valori sto­rici, pae­saggistici e naturalistici.

Le Gole sono un posto affascinante, sia dal punto di vista naturalistico sia da quello storico-culturale. Vediamo di conoscere meglio le loro caratteristiche, ri­leg­gendo le parole scritte nel 1999 con l’amico Narciso Galiè, per il nostro manuale escur­sio­nistico relativo al Parco Regionale Sirente-Velino e dedicate alla genesi delle gole rupestri: «Una delle mete più ambite dall’escursionista è costituita dalle gole rupestri, sia per l’at­trazione quasi magnetica della loro aspra bellezza (a volte sono denominate “orridi”) sia per il loro significato geologico di “passaggio”. Le gole sono incisioni profonde del suolo, con pareti ripide o addirittura verticali. La loro origine (in tempi geologici) va ricercata, oltre che nel lavoro incessante dei corsi d’acqua, anche nella presenza di linee di frattura (le faglie) e nell’azione di pressione dei bacini lacustri che di solito ad esse erano collegati». Tutto il testo è “adattabile” al nostro caso tranne l’ultima affermazione, quella relativa ai bacini lacustri, qui assenti.

Ipogei all’imbocco escursionistico delle Gole. La potenza dei fenomeni orogenetici si evidenzia nella piegatura accentuata delle rocce

La geologia. La stretta valle del Salinello, della quale le Gole fanno parte, è un vero e proprio museo di storia naturale all’aperto. La “nascita” di questa emergenza geologica è legata alla formazione del rilievo: contemporaneamente al sollevamento orogenetico dei Gemelli, il Salinello, aiutato dalla forte pendenza acquisita per i movimenti tettonici, ha “creato” le Gole fino ad arrivare alla for­ma nella quale le conosciamo oggi.

Il sentiero da uno degli ipogei

Le forze di sollevamento hanno causato la compres­sione e la frattura delle masse rocciose, con la formazione di una piega anticlinalica con orientamento Nord-Sud (per inciso, ecco la definizione di anticlinale che dà l’Enciclopedia Treccani: «In geologia, piega degli strati rocciosi con la convessità rivolta verso l’alto, così che il nucleo è lo strato più antico»).

La cascata de “lu cacch’ma”. D’estate, la portata del torrente è ridotta

Il sovrascorrimento delle rocce più antiche sulle arenarie della Forma­zione della Laga ha scoperto i calcari: questi ultimi, parzialmente dissolti dalle acque cor­renti, hanno originato cavità ipogee, anfratti e formazioni carsiche.
Il Salinello taglia la dorsale dei Gemelli nella sua parte centrale, con un andamento all’incirca perpendicolare all’asse orografico. II canyon, lungo 3 chilometri circa, è diviso in due parti da una valletta; nel punto meno ampio, le pareti verticali si avvicinano a soli 5-6 m di distanza. Il canonico teramano Giacinto Pannella scrisse, nel 1897, che qui «Le rupi a perpendicolo si stringono quasi in un amplesso, si baciano; il Salinello mormora, anzi rumo­reggia. Niente, poiché non sono peccatrici là le forze della natura, esse ci dànno la vista di grata cascatella, de la corrente che si frange tra masso e masso, e tra fesso e fesso scappa giù e si spande tra nuove rive e nuovi massi».
L’angusto passaggio mette in comunicazione il tratto alto con quello medio-basso del Salinello e separa i Monti Gemelli (la già citata Montagna dei Fiori, 1814 metri, e quella di Campli, 1756 metri), isola calcarea nel territorio marnosoarenaceo della Laga e delle basse colline del Tera­ma­no. Come visto in precedenza, al fenomeno del carsismo è legata la presenza rilevante di ipogei, specialmente sul versante meridionale del Monte Girella: il medico corropolese Concezio Rosa, alla fine dell’Ottocento, “contò” ben 45 cavità.

Escursionisti ai bordi del bacino di raccolta del salto d’acqua

Una brevissima digressione sulla vegetazione delle Gole. Percorrendole ci si accorge che ci sono alberi cresciuti a decine di metri di altezza dal fondovalle. Sono soprattutto lecci che crescono, quasi senza terreno dove affondare le radici, letteralmente abbarbicati alla roccia.
Lu cacch’ma è la cascata (costituita, in realtà, da una serie di salti, per un’altezza complessiva di circa 40 metri di altezza) che “apre” le Gole del Salinello, dal punto di vista escursionistico. In realtà, si tratta della parte finale delle Gole, prima della bassa valle del torrente. I locali chiamano quest’ultimo tratto lu b’sciò (il serpentone) per sottolinearne l’andamento non rettilineo.
L’inattesa, suggestiva verticalità del salto d’acqua fa del luogo uno dei più frequentati delle Gole, da escursionisti e amanti della pratica del canyoning (o torrentismo).

Torrentista percorre l’alveo del Salinello

Le Gole nella storia antica. Via di comunicazione antichissima, le Gole sono state, per secoli, area di confine tra il Regno di Napoli (a sud) e lo Stato Pontificio (a nord) e testimoni di eventi storici importanti, la memoria dei quali è affidata ai ritrovamenti archeologici. Tracce di riti della fecondità (semine rituali e, alla Grotta di Salomone, ossa di orso e di stambecco, amìgdale e raschiatoi) e ceramiche del Neolitico e di epoche successive sono state rinvenute nell’ipogeo di Sant’Angelo a Ripe, all’imbocco escursionistico delle Gole (i reperti sono conservati presso il Museo archeologico della città di Campli).

Suggestivo scorcio dell’alveo del torrente

Lo stretto passaggio tra i Monti Gemelli era ri­salito da un’antica strada, usata fino al Medioevo per il traffico del sale (minerale indispensabile, nei tempi antichi, per la conservazione dei cibi e per la concia delle pelli). La via risaliva la valle del Salinello e arrivava al Bosco Martese e alle attuali frazioni della Valle Castellana.

Nel 1823 fu ritrovato, in Contrada Vallorino di Sant’Omero, un cippo miliario con l’incisione CAECILIUS METELLUS/ CXIX/ ROMA: il nome del console Cecilio Metello e la cifra CXIX (119). Tanto bastò, allo storico camplese Nic­cola Palma, per ipotizzare l’esistenza di una Via Salaria “altra” (la cosiddetta “Via Metella”), passante per la stretta valle del Salinello; sommando le distanze delle varie tappe del probabile percorso (Roma, Cittareale, Amatrice, Valle Castellana, valle del Salinello, Vallorino, passando per Garrufo e Faraone) il Palma arrivò alle 119 miglia incise sul cippo.

La strettoia (spiegazione nel testo)

La via di Annibale. L’aspetto più interessante riguarda però il presunto pas­saggio, per questa via, di Annibale e dei suoi cartaginesi, respinti nell’assedio di Spoleto, dopo la battaglia del Trasimeno (nel 217 AC) e prima di quella di Canne. Il condottiero avrebbe imboccato il percorso a Cittareale, arrivando ad Amiternum e proseguendo per A­matrice, la Macera della Morte, il Bosco Martese, le attuali Pascellata e Leofara e la valle del Salinello, fino ad arrivare alla costa adriatica, dove avrebbe fatto riposare uomini e animali. Non è possibile in questa sede, analizzare l’ipotesi; ricordiamo solo che non mancarono opinioni contrarie (come quella del Persichetti), anche tenendo conto che Annibale aveva al seguito un contingente imponente di 20.000 uomini e 6.000 cavalieri, oltre a una carovana di migliaia di muli (per le salmerie) e qualche elefante (per chiarire, una “colonna” di diversi chilometri di lunghezza).

Cascatella. Forse è questa la leggendaria, invalicabile “Porta di Ferro” del canonico Giacinto Pannella (1897)

Nel 1989, la scrittrice Joyce Lussu, nata a Firenze ma con “radici” marchigiane e profonda conoscitrice del territorio piceno, propose una valida alternativa: Annibale sarebbe sceso verso la costa adriatica più a settentrione, passando per la più “comoda” valle del Chienti. Anche in questo caso ci sarebbero da valutare oggettive difficoltà: una per tutte, l’attraver­sa­mento di ampi spazi impaludati alle foci del Tenna (ancora nel Medioevo, la località aveva il significativo toponimo di “San Marco alle paludi”) e del Tronto.

Al Medioevo risalgono gli eremi rupestri, poveri ma di straordinario valore antropologico: (articoli precedenti, qui il primo, qui il secondo e qui il terzo). Infine, nel sec. XIII, fu costruito, su uno sperone di roccia, a circa 1000 m di quota, il Castello di Macchia o Castel Manfrino, maniero voluto dallo svevo Re Manfredi, figlio naturale di Federico II, e del quale rimangono resti imponenti (ad esso sarà dedicato un prossimo articolo).

Il formidabile baluardo di Castel Manfrino domina la stretta valle del Salinello

Conclusioni e avvertenze. Le Gole del Salinello costituiscono una delle mète più affascinanti (e frequentate) del Parco Nazionale Gran Sasso-Laga. I percorsi escursionistici sono diversi; quello più utilizzato percorre a mezza costa le Gole, con affacci interessanti e la possibilità di scendere fino all’alveo del torrente e di compiere brevi deviazioni per gli eremi rupestri. Recentemente, una nevicata ha provocato una slavina che, “incanalata” nell’incisione della Vroga della Caccia (circa a metà strada del percorso “classico” per arrivare a Castel Manfrino), ha portato a valle tronchi e materiale di frana, rendendo difficoltoso il transito per un breve tratto del sentiero in quota.

Il castello di Macchia a guardia del confine, tra storia e leggenda


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