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Bera, la pasionaria di Capodacqua

CAPODACQUA - Non dimenticare il passato, non abbandonare i luoghi dell’anima più cari, non fuggire lontano, non mollare mai. Questo è il credo di Berardina Di Cesare. La sua battaglia per la rinascita della sua terra ferita dal sisma continua
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Berardina “Bera” Di Cesare

di Walter Luzi

Capodacqua nel cuore c’è scritto su tutte le tante felpe del suo guardaroba. Non è solo uno bello slogan, è l’essenza della sua vita, il proclama della sua missione. La pasionaria di Capodacqua si chiama Berardina. Bera per tutti. Innamorata come pochi altri del suo paese, legata alle proprie radici, fiera custode delle sue tradizioni e della sua storia prima del sisma, e attivista irriducibile, sempre in prima linea, dopo. Per non dimenticare il passato, per non rassegnarsi alla necrosi del presente, per non rinunciare al sogno di rinascita in un futuro.

Selfie con i Vigili del fuoco

«A quelli che mi esortano a guardare avanti -esordisce Bera- non chiedo di essere consolata, o compatita, perchè il terremoto lascia ferite che non si rimarginano mai. Mai. Hai perso amici, la casa, ma, soprattutto, l’identità. Perchè i luoghi che hai amato di più, quelli dove sei nata e vissuta, non esistono più, e quindi è come se, in un certo senso, non esistessi più neanche tu. Ci salvano le foto del passato e la Memoria. Capodacqua prima di tutto. E’ sempre stato così per me. Continuerà ad esserlo».

CAPODACQUA – L’angolo più remoto della provincia ascolana al confine con l’Umbria, proprio lì sotto, una volta scollinato il valico di Forca Canapine. Sorto su un crocevia di grande transito fra la valle del Tronto e l’antica via Francigena. Territorio vasto, che svaria da Accumoli al Pian Piccolo, ricco della sua acqua purissima, che disseta con il suo acquedotto due province, e delle sue dodici fontane. Ricco della operosità della sua gente semplice e tenace. Montanari, contadini, allevatori, attaccati alla loro terra e alle loro tradizioni, alle loro feste popolari, ai loro tanti santi. Venerati, anno dopo anno, per secoli.

PAESE DI SANTI E MADONNE – Sant’Antonio Abate, il protettore degli animali, è festeggiato in gennaio, anche con due metri di neve. Vino e pagnottelle di pane benedette per tutti. Benedizione del sale grosso destinato agli animali, così preziosi nel lavoro di ogni giorno. I Santesi, i paesani deputati alla organizzazione delle feste religiose, ancora al lavoro per la Madonna del Sole, il giorno dopo Pasqua. Altro che Pasquetta, è una festa solenne quassù. E’ lei la vera patrona del paese, venerata nel tempietto ottagonale risalente al 1500, adottato dal F.A.I. dopo il sisma. Il due maggio tocca a Sant’Atanasio, santo tedesco protettore delle campagne che vengono benedette dopo la processione. In giugno nelle aie si costruiscono altari sontuosamente addobbati con fiori e candele per ospitare le stazioni delle processioni in occasione del Corpus Domini e del Sacro Cuore. Sempre a giugno, il tredici, per la grande festa di Sant’Antonio da Padova, venerato nella chiesa più antica del paese (XIV° secolo), i discendenti delle famiglie Centoni e Cortellesi tornano ancora oggi appositamente da Roma e da Grosseto per perpetuare la tradizione degli avi: la distribuzione ai compaesani delle pagnottelle e del vino benedetti.

L’ultima foto della Confraternita Madonna del Carmelo, scattata nel luglio 2016, un mese prima del devastante terremoto

I santi Pietro e Paolo a fine giugno, adorati nella chiesa grande, distrutta poi dal terremoto, introducono la festa principale della Madonna del Carmelo, che cade il sedici luglio. Celebrazioni solenni a cura dell’omonima Confraternita, risalente al 1700, fiera dei propri antichi camici bianchi e blu. La chiesetta costruita nel 1965 a Forca Canapine è intitolata a un’altra Madonna, quella del Carmine. A metà settembre arriva invece la festa di fine estate, la Madonna delle Coste, venerata con la tradizionale camminata verso l’eremo di Accumoli, antica dominatrice del paese con Amatrice e Spoleto. Bastano un paio d’ore a piedi su un bel sentiero in quota, fra i boschi. Tutti insieme. Perchè le feste, tutte le feste, erano, sono, saranno sempre le feste di tutti i capodacquari, bigotti o senza dio che siano. Feste che si fatica a mantenere solo perché mezzo paese ora è zona rossa. Tradizioni che si mantengono anche per lo straordinario impegno di una associazione che nasce nel 1989.

Il tempietto ottagonale del XIV secolo prima del sisma

Capodacqua viva è una associazione che Bera stessa, fra i fondatori, definisce radical chic. Fa pulizia e manutenzione dei due corsi d’acqua, il Fosso e il Rio, Lu Rrì, i due antichi lavatoi, il parchetto giochi, la piazzetta principale. Risistema staccionate, dà impulso alla cultura aprendo una biblioteca, organizza sagre, persino di pesce a 880 metri di quota, ed eventi. Soprattutto mantiene viva la Memoria di usi, costumi e tradizioni paesane. Capodacqua rifiorisce. Trenta residenti in inverno diventano cinquecento nei fine settimana o d’estate, con i ritorni da Roma e da Ascoli. Le seconde case non bastano più e così si riattano fienili e stalle, si ristrutturano case fatiscenti per accogliere figli nipoti ed amici al seguito. Una gara a rendere più bello il proprio cortile con le fioriere, più accoglienti gli ambienti delle proprie case e le vecchie aie.

Gli avi di Berardina Di Cesare

«Negli anni d’oro della stazione sciistica di Forca Canapine, raggiungibile in pochi minuti – ricorda Bera- sotto le feste di Natale c’erano pienoni inverosimili sulla neve. Negli anni Sessanta l’apertura degli impianti di risalita ha dato un notevole impulso all’economia locale grazie al sindaco Augusto Giammiro. Forca luogo del cuore e di svago, di vacanza. In pochi chilometri avevamo tutto. L’acquedotto poi, ci ha garantito, anche con tre metri di neve, sempre i collegamenti aperti. Mai rimasti bloccati, o isolati, come capita invece molto spesso altrove».

Il tempietto ottagonale messo in sicurezza dai Vigili del fuoco e adottato dal Fai

TERRA DI EMIGRANTI – Proprio sulle nevi di Forca, quelle della sciovia della Madonnina, si erano conosciuti i genitori di Bera. Giancarlo, di Capodacqua, ed Erminia, di Faete. Dal loro matrimonio nasceranno due figlie femmine, Berardina e Sabrina, cresciute un pò da maschiacci, all’aria aperta, fra gli animali e la campagna intorno. Ci sono anche i loro bisnonni e, successivamente, i fratelli del loro nonno, nelle prime ondate migratorie dei primi anni del Novecento verso l’America. Trentadue giorni di mare ammassati in una stiva con la concreta possibilità di essere rimandati indietro, “come back home” potevano dirti, dopo la lunga quarantena a Ellis Island. Invece lo zio Pasquale, sbarcato con le sue scarpe fatte di stracci annodati, le canotte di lana di pecora e un sacco di juta per valigia, in America è diventato qualcuno. Mr. Dicesar, come lo hanno frettolosamente censito all’arrivo, storpiando l’originario Di Cesare, ha saputo farsi strada con il suo lavoro, con la tenacia e il valore propri di ogni capodacquaro. Negli anni Quaranta e Cinquanta, quando “si batteva la fame con la pertica”, la nuova frontiera della emigrazione invece è verso Roma, dove tanti capodacquari hanno aperto botteghe in qualche caso diventate storiche.

Il film “Serafino: la comparsa a cavallo é il padre di Bera

IL PAESE DI SERAFINO – Nel 1968 Pietro Germi sceglie questi posti per ambientarci la storia di Serafino, il pastore schietto e godereccio dal grande cuore, reso celebre dall’interpretazione di Adriano Celentano. Molte scene del film vengono girate proprio a Capodacqua, in tante inquadrature regalate alla storia del cinema italiano, location ancora oggi riconoscibili, che neanche il sisma è riuscito a cancellare. Tanti i capodacquari ingaggiati come comparse allora, che si ricordano bene quelle cinquemila lire al giorno guadagnate con poca fatica, e che conservano ancora come una reliquia la foto ricordo insieme al giovane molleggiato. Quasi tutti i rioni di Capodacqua, immortali, in quella vecchia pellicola: Vicinale, Villa, Dal Rì, Rua, Capo La Villa, Costarella. Altri tempi. Bei tempi. Forse era meglio davvero, quando era peggio.

LA SANTA ALLEANZA – Tufo, Forca Canapine e Capodacqua, una santa alleanza che va oltre la vicinanza geografica. Comunione di spiriti e di cuori. Unite nella sofferenze del terremoto, alleate nella lotta per la rinascita. Carlo Moscati è il presidente di un altro battagliero comitato, Ricostruire Tufo, molto attivo al fianco delle iniziative di Bera. Come il compagno di vita di Bera, Paolo, un ligure spezzino adottato da questi monti, e “Cortello” Fabio Cortellesi. «Il villaggio delle soluzioni abitative di emergenza sarebbe dovuto sorgere proprio qui, fra Tufo e Capodacqua -ricorda Bera- ma non se ne fece nulla e oggi, per questo motivo, ci ritroviamo senza allacci di acqua luce e gas in paese. Però un minimo di illuminazione, autoalimentata, siamo riusciti a ripristinarla, pagandocela di tasca nostra, con Alessio Centoni e Monia De Angelis. Una luce simbolica. Che continua ad illuminare comunque il nostro paese. Anche se è disabitato. La luce che vince il buio, come vita opposta alla morte, come ricordo contro l’oblìo. Come segno di speranza». A venticinque anni Bera se n’è andata, si fa per dire, da Capodacqua per motivi di lavoro. Ha girato l’Italia intera ma non è mai mancata a una festa, una iniziativa, una rimpatriata. Lavoro, ferie, viaggi, impegni, tutto, sempre, è stato condizionato da Capodacqua. Che viene, sempre, prima di tutto. Litiga con gli amici perché non va ai loro matrimoni pur di tornare nella sua terra. Incorregibile. Salta solo una Pasqua in paese, ma solo perché la Sicilia è troppo lontana per potercela fare a rientrare in tempo al lavoro. Bera a Capodacqua c’era, ovviamente, anche in quell’agosto del 2016.

Capodacqua devastata dal terremoto del 2016

QUELLA NOTTE – «Abbiamo fatto nottata con delle amiche per ripulire il parchetto giochi, la piazzetta e il circolo dopo lavoro, finita la festa -racconta sempre lei- come faccio sempre, per godermi le intere giornate in paese, viaggio di notte. Siamo ripartiti alle due e mezza con il mio compagno, in macchina, verso la Liguria per arrivare puntuali al lavoro l’indomani. Alle quattro mi ha telefonato da Ascoli la mia amica Alessandra Allevi. Sulle prime non mi sono allarmata, ho sempre considerato Capodacqua invincibile da ogni emergenza. Ma quando ho sentito di Amatrice e Accumoli distrutte sono andata nel panico. Eravamo a Bastia Umbra, ho chiamato un collega annunciando che non sarei tornata al lavoro. Torniamo subito indietro invece, con ansia immensa e crescente. Il mio telefono ha squillato in continuazione per tutto il viaggio. Mi hanno chiamato persino dall’America per avere notizie. A Norcia stavano chiudendo al traffico la galleria. Siamo stati gli ultimi a transitarvi prima della lunga chiusura senza sapere cosa avremmo potuto incontrare lungo i quattro chilometri del tunnel. A Capodacqua erano già al lavoro forze dell’ordine e le prime squadre di soccorso. I tre campanili delle chiese c’erano ancora, ma il silenzio era irreale, sinistro. Avevo lasciato, solo poche ore prima, cugini e amici, giovanotti eleganti, vigorosi ed abbronzati, birre in mano e sorrisoni. Ho stentato a riconoscerli. Vivi per fortuna, ma ridotti a maschere di polvere, sangue e dolore, di un colorito bianco cadaverico. Scalzi, terrorizzati, avvolti nelle coperte, che vagavano fra le macerie sotto shock. Una immagine apocalittica in uno scenario di distruzione pressochè totale. Era iniziato l’anno zero del dopo catastrofe».

GLI OGGETTI DELLA MEMORIA – «Mi sono vergognata anche un po’ a pregare i Vigili del Fuoco – racconta sempre Bera- di recuperare alcuni oggetti senza alcun valore intrinseco nella mia casa pericolante. Ma quelle cose contavano per me più di tutto. Un bambinello di gesso appartenuto al mio bisnonno che avrà duecento anni, il camice della confraternita di mio padre, tutte le foto del paese e delle mille iniziative che ne hanno fatto la storia. Quando l’hanno demolita, per ragioni di sicurezza, ho pregato i ragazzi dell’Esercito di lasciarmi qualche ricordo. Con delle pietre ho realizzato un muretto a secco, come si facevano una volta. Con gli stipiti della porta della stalla delle cavalle ci ho costruito invece una panchina, con gli architravi delle porte della nostra cameretta una piccola staccionata. In una teca conservo persino la fulligine del caminetto di quella casa». Ma la Memoria è comune. E allora recupera insieme ai Vigili del Fuoco fra le macerie i reliquiari, che vengono riconsegnati al Priore di Capodacqua Angelo Angeletti. E poi la statua di Sant’Antonio, quella con il Bambinello ed il giglio. «Grazie al colonnello Grasso del nucleo tutela del patrimonio -rivela ancora bera- e del Ministero Beni Artistici e Culturali sono riuscita, con il mio gruppo, a far catalogare e conservare le pietre del campanile a doppia vela del tempietto ottagonale crollato. Così come le cinque campane delle tre chiese. I nostri antenati lo fecero già nel 1907 con la forza delle nude braccia, e lo ricostruirono. Oggi invece qualcuno si è lamentato perché occupano troppo spazio, sottraendolo al parcheggio delle auto. Non capiscono che in quelle pietre antiche e squadrate c’è la nostra Storia». Primi segnali di una divisione.

LA PASIONARIA DI CAPODACQUA – Bera diventa, senza volerlo, l’emblema della volontà di non mollare del suo paese. Brucia ferie e permessi per organizzare manifestazioni, seguire conferenze e riunioni, supportare stampa e televisioni, tenere alta l’attenzione dei media sul dopo terremoto. E’ nata sotto il segno dell’Ariete. E si vede.  Governato da Marte, dio della guerra. Coraggiosa, audace, irruenta, impulsiva. Esagera anche, forse, nella sua battaglia per Capodacqua. I più malevoli arrivano a definire, la sua, una autentica ossessione. «Non sono certo una diplomatica, e nella foga ho commesso sicuramente degli errori. Qualche volta, forse, ho esagerato. Ma io non ho interessi, secondi fini o ambizioni. Ho un lavoro, non ho figli da sistemare e, tanto meno, mire. Conta solo Capodacqua. Anche solo starne a parlare, come sto facendo ora, mi dà gioia. Voglio solo che se ne parli. Che non la si dimentichi. Mai». La sua associazione, Capodacqua viva, si spacca. Lei non ne condivide più obiettivi e strategie. «Questo terremoto non doveva avere un colore politico. Le potenzialità del paese dovevano rimanere comunque in primo piano. Senza andare troppo a braccetto con il potere, senza sposare nessun  politico. La causa è, e resta, Capodacqua». Se ne va sbattendo la porta. Fonda Ancora Capodaqua. Lo scisma è consumato. Doloroso. Come ogni separazione fra chi si è amato. Che aggiunge, anche guardandolo da fuori, ancora più tristezza.

Antica processione in paese

LE BATTAGLIE – Bera continua a portare le telecamere delle principali reti, locali e nazionali, e trasmissioni televisive fin lassù. Cura i contatti, gode di credito e credibilità. «Senza di noi Capodacqua sarebbe finita nel dimenticatoio -afferma lei- la strada statale Nursina verso il valico di Forca Canapine è chiusa dal trenta ottobre 2016. Ti pare normale? E nessuno si muove. Due anni fa ci siamo opposti a un progetto delle due Regioni e dell’Anas volto alla realizzazione di una inutile bretella stradale che avrebbe cancellato definitivamente Capodacqua. Abbiamo raccolto più di mille firme, organizzato manifestazioni e sit-in di protesta, alla fine l’abbiamo spuntata. Il perimetro del cratere poi andrebbe ristretto, ridefinito. O vogliamo considerare i comuni di Arquata e Offida sullo stesso piano?». Una lotta, la sua, in difesa delle tradizioni, ma anche dell’ambiente: «Mi piacerebbe che mantenessimo quello che hanno costruito, preservato e lasciato in eredità le generazioni passate, i nostri antenati nel corso dei secoli. E non parlo solo di case e chiese, ma soprattutto di prati, pascoli e boschi, un patrimonio paesaggistico stupendo e prezioso. Niente male per persone semplici e semianalfabete. Ebbene noi, terremoto a parte, non siamo capaci di mantenerlo. E non tutti se ne rendono conto».

CAPODACQUA OGGI – «Quarto anno, quarto Commissario -chiosa Bera- arrivano e pontificano, ma spesso parlano di situazioni che conoscono poco. Il novanta per cento delle case è stato raso al suolo. La ricostruzione è ancora a zero. Anzi hanno sospeso da un pezzo anche la rimozione delle macerie. A Capodacqua attualmente ci lavorano solo i meravigliosi alpini di Brenzone sul Garda. Stanno costruendo un centro di aggregazione. Una donazione di privati. Tutto il resto è fermo. Dal 2016 scatto foto che pubblico su Facebook. Sembrano sempre le stesse, ma le date sono diverse. E’ la situazione che è sempre la stessa. Purtroppo». Dopo la diaspora Capodacqua potrebbe sembrare un paese fantasma. Non è così. Non ditelo, perchè sennò Bera si arrabbia. «In tanti siamo sempre lassù. Ogni scusa è buona, anche solo per annaffiare i fiori. La maggior parte degli abitanti è sistemata nei villaggi SAE di Borgo1 e Borgo2. Altri hanno trovato sistemazione presso parenti in Ascoli, o altrove, ma qui in tanti si sono costruiti la loro casetta di legno, perchè ci sono gli orti da custodire. La vita continua. Deve continuare. L’emergenza covid è planetaria ma per le zone terremotate è stata una tragedia doppia. Conforta per il futuro uno spiraglio di speranza, come sapere di giovani romani, figli di capodacquari, che prima hanno mandato la loro offerta per ridare luce al paese, e che poi, appena finito il lockdown, son voluti tornare quassù. Per aspettare l’alba di un nuovo giorno, guardando il sole che sorge da Castelluccio».

COMUNANZA DA RITROVARE – Capodacqua terra di Comunanze e Mandatarie fin dal Medioevo. Unità di forze e di intenti da ritrovare, auspicabilmente, al più presto. «Mi dispiace perché, tutti insieme, uniti, avremmo potuto fare di più. Ma se in tutta l’area del cratere, dopo quattro anni, ancora non abbiamo finito neppure di rimuovere le macerie, questo non è certo per colpa dei nostri screzi e delle nostre divisioni. Queste esistono ovunque. Da sempre. C’è chi guarda solo al proprio orticello, al proprio interesse, e chi, invece, la prende più di petto, senza fare tanti calcoli di convenienza, pensando solo al Bene Comune. Il fine dovrebbe essere comune: Capodacqua. Ognuno, comunque, è padrone delle proprie idee, libero di pensare e agire come meglio crede». Su molti architrave dei portoni del paese c’era inciso il simbolo di San Bernardino da Siena, un sole d’oro con i suoi dodici raggi in campo azzurro. La “roba”, la proprietà privata, che ci viene da Dio, non appartiene al singolo individuo, ma alla società intera. La riconciliazione fra persone e famiglie in lite, la risoluzione bonaria di contese, erano i temi costanti delle sue predicazioni. Se ne sente ancora il bisogno, sei secoli dopo, a Capodacqua.

 

 


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