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“La Vendetta delle Innocenti”, la violenza di genere al centro del nuovo romanzo di Fania Pozielli

SAN BENEDETTO - La scrittrice sambenedettese e il suo nuovissimo terzo libro, edito da "Mauna Loa", sono gli ospiti questa settimana di “Leggi che ti passa”. La violenza è il principale elemento che accomuna Fiammetta e la sua lontana erede Beatrice, che scoprirà sulla sua pelle che il dolore può essere accettato senza essere necessariamente restituito al mittente
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di Federico Ameli

Due vicende molto lontane nel tempo, accomunate però da una drammatica scia di violenza che, a distanza di secoli, finisce inevitabilmente per segnare e travolgere le vite di due donne della stessa famiglia. Parte da queste premesse l’ultima fatica letteraria di Fania Pozielli, l’autrice sambenedettese che proprio qualche giorno fa ha pubblicato il suo ultimo romanzo, “La Vendetta delle Innocenti”, edito da Mauna Loa.

Fania Pozielli

Nonostante un esordio relativamente recente, quello di Fania Pozielli è un nome che negli ultimi anni ha saputo ritagliarsi un ruolo di primo piano nella scena letteraria locale, ma non solo. «Scrivere è la mia passione – rivela la Pozielli – e quello di diventare scrittrice è il sogno che cullo da sempre. Nella mia vita ho avuto modo di conoscere diversi cambiamenti epocali: ho lavorato a lungo come impiegata, un’occupazione che per certi versi ha soffocato la mia predisposizione alla scrittura, per poi spostarmi, all’età di 40 anni, nel mondo della ristorazione.

Ho iniziato a lavorare come pizzaiola ed è stato allora che ho avvertito la possibilità di dare più spazio alla mia immaginazione e al mio mondo interiore. Troppo spesso, infatti, si pensa che nella vita una cosa escluda l’altra, ma non è così. Cucinare, per me, significa dare piacere agli altri attraverso la gratificazione del palato, così come scrivere vuol dire cercare di comunicare per creare a qualcosa di bello, qualcosa che gli altri possano apprezzare».

La personale concezione della scrittura della Pozielli deve aver evidentemente colto nel segno, dato che è stato proprio il grande successo ottenuto da “I gabbiani non parlano”, il suo primo romanzo, a spingere l’autrice sambenedettese a proseguire sulla strada della narrativa. «Sinceramente – spiega – si è trattato di qualcosa di davvero inaspettato. Il fatto di esordire a 50 anni e di trovare comunque un eccezionale favore del pubblico e della critica mi ha definitivamente convinto della bontà della mia scelta e per questo motivo ho deciso di proseguire su questa strada».

A spazzare via gli ultimi dubbi ci ha poi pensato “Il secolo di Angelo”, il secondo libro di Fania Pozielli, che oltre ad aggiudicarsi il Premio Arquata 2017 è stato ospite dello stand delle Marche nell’ambito del Salone internazionale del libro di Torino. Un riconoscimento importante per un’autrice che, in questa nuova avventura letteraria, ha scelto di approfondire un tema particolarmente delicato e quanto mai attuale, quello della violenza sulle donne.

La copertina del libro

«È uno dei miei sogni da sempre – dichiara la Pozielli – riuscire a dare forma, attraverso due storie immaginarie, ai miei pensieri e alle mie idee sulle fragilità e le difficoltà dell’essere donna. Spesso, al giorno d’oggi, si vive di luoghi comuni: con un romanzo di fantasia ho voluto dimostrare che, anche nella società moderna, non è necessario servirsi della forza fisica per risultare importanti e determinanti. Credo fermamente che uno dei valori fondanti della vita sia rappresentato dalla possibilità di potersi affermare senza dover prevaricare, dimostrando al mondo il proprio valore anche senza ricorrere alla violenza».

Che il messaggio veicolato da Fania Pozielli – che tra le altre cose gestisce anche il blog “Giovani Oggi”, dedicato alle nuove generazioni e alle loro problematiche – potesse andare oltre l’aspetto puramente narrativo si intuisce, ancor prima che dalle pagine del libro, dalla scelta di una casa editrice molto attenta alle istanze delle correnti più spiccatamente etiche della letteratura, ma anche dalla volontà di dedicare un romanzo che ha per protagonista due donne vittime di violenza a un uomo, nella fattispecie Denis Mukwege, premio Nobel per la pace nel 2018 per il suo impegno umanitario in favore delle donne vittime di violenza in Congo. Perché se è vero che dietro una vittima c’è sempre un carnefice, è bene ricordare che esiste un confine che, in ogni caso, è opportuno non oltrepassare.

«Nei casi di violenza subita – spiega la Pozielli – accade spesso che la vittima sia tentata dalla volontà di farsi giustizia da sola. In questo senso, il mio obiettivo è quello di spiegare come, anziché vestire i panni del carnefice, si possa diventare un esempio, dimostrando che esprimere il desiderio di giustizia e libertà non vuol dire necessariamente fare del male agli altri. Dopo aver commesso in prima persona degli errori, proprio come la sua antenata Fiammetta, Beatrice, la protagonista e “antieroina” del romanzo, insegnerà al mondo che si può amare senza essere prevaricatori e si può vivere la propria sessualità senza pregiudizi, esprimendo il proprio amore senza dover necessariamente ferire qualcuno».

Fania Pozielli e Raffaella Milandri (Premio Arquata)

«Il grande problema della violenza – prosegue – è quello dell’isolamento della vittima. Nella maggior parte dei casi, infatti, la violenza si maschera di autorità: l’universo femminile è costellato di violenze subite, accettate e interiorizzate perché perpetrate da una figura autorevole, come un marito o un datore di lavoro, attraverso una forza che può avere natura fisica, ma anche sociale o economica. In questo senso, gli uomini migliori sono quelli che riescono ad affermarsi senza imporsi, ma facendosi semplicemente amare. Uscire dalla spirale di violenza non è semplice, certo, ma è necessario puntare su quelle forme di relazione in cui non c’è alcun rapporto di dipendenza. Bisogna capire e far capire che essere forte non significa avere più denaro o più muscoli, ognuno di noi è importante perché unico e vivo».

“Ritratto di fanciulla” è il titolo del primo capitolo, ma anche l’espediente letterario scelto dalla Pozielli per intrecciare le vicende di Beatrice e Fiammetta, la cui immagine piuttosto inquietante riemerge a due secoli di distanza in una vecchia soffitta abbandonata. L’associazione mentale con il più celebre ritratto di Dorian Gray è piuttosto immediata e ci offre lo spunto per chiedere alla scrittrice se, oltre a una suggestione tipicamente wildiana, il romanzo fosse in qualche modo debitore della lezione di qualche altro scrittore del panorama letterario nazionale e internazionale.

«Devo molto – dichiara – a scrittrici come Sibilla Aleramo e Grazia Deledda, ma anche, in tempi più recenti, a Oriana Fallaci e Susanna Tamaro: nei loro scritti hanno trovato risposte le mie domande di ragazza e le mie convinzioni di donna. In particolare, mi ha colpito la leggerezza delle donne nel sapersi mettere in risalto nonostante le difficoltà e nel manifestare i propri sentimenti, un’esternazione che passa sempre attraverso l’espressione della sofferenza e della fatica di vivere».

Raffaella Milandri e Fania Pozielli

Una scelta senza dubbio originale è quella di inserire, servendosi di alcuni escamotage letterari, dei brevi componimenti poetici al termine di determinati capitoli. Una commistione tra generi letterari diversi che, seppur non sistematica, risulta particolarmente interessante anche per cogliere più da vicino il punto di vista di chi scrive, che senza girarci troppo intorno dichiara che «dove non arriva la prosa arriva la poesia.

A volte capita che fiumi di parole non riescano a esternare sentimenti profondi. Personalmente, nei versi ho trovato una modalità espressiva che potesse trasmettere al meglio le mie sensazioni. Si tratta pur sempre di un esperimento, ma credo di aver trovato nella poesia un modo per racchiudere tutto ciò quello che esprimo all’interno del capitolo. Spero di esserci riuscita, saranno poi i lettori a stabilirlo».

A prescindere dal giudizio del suo pubblico, dalle parole di Fania traspaiono in modo evidente l’orgoglio e la felicità tipici di chi è approdato a una nuova tappa di un percorso fin qui ricco di soddisfazioni, ma non per questo meno tortuoso.

«È una gioia infinita per me – rivela l’autrice – riuscire a portare a termine questo progetto a cui ho dedicato gli ultimi due anni. In questo periodo ho incontrato diverse difficoltà sul mio cammino, ho dovuto affrontare dei seri problemi di salute e non ti nascondo che in più di un’occasione ho temuto di non potercela fare. In quest’ottica, di certo la recente emergenza sanitaria e il conseguente lockdown di certo non hanno aiutato, soprattutto nei piccoli problemi quotidiani legati agli spostamenti necessari per poter pubblicare il libro. Voglio ringraziare il personale dell’ospedale di Chieti e la mia editrice Raffaella Milandri, una donna straordinaria che ha saputo incoraggiarmi ma anche rimproverarmi quando necessario, aiutandomi a trovare il coraggio per portare avanti il mio lavoro. La soddisfazione più grande è quella di poter regalare alle donne una storia che per certi versi rappresenta l’esempio che il mondo può essere sempre cambiato in meglio».

 


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