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Christian Kuate e la sua lettera,
quando la cultura è integrazione

LIBRI - Il giovane autore camerunense racconta le difficoltà affrontate nei 13 anni trascorsi in Italia in "Negro. Lettera ad una madre" pubblicato dalla casa editrice ascolana Lìbrati. Tanti gli spunti di riflessione, dall’instabilità della situazione politica del suo paese alle drammatiche vicende delle ultime settimane, passando per il suo grande amore per la letteratura e la filosofia

di Federico Ameli

Da qualche settimana a questa parte, con Leggi che ti passa abbiamo intrapreso un viaggio nella letteratura locale che ci sta portando a conoscere più da vicino gli autori e le opere del nostro territorio, tra scrittori ascolani, sambenedettesi o anche solo piceni d’adozione.

Christian Kuate Fotso

La produzione letteraria locale resta il principale filo conduttore della nostra rubrica, ma per questa settimana faremo uno strappo alla regola, andando a chiacchierare con un autore geograficamente lontano dalla nostra terra, legato in un certo senso ad Ascoli per la scelta della casa editrice, la Lìbrati, a cui affidare la pubblicazione di un testo che, anche per via di un titolo molto forte e volutamente provocatorio, ha fatto molto parlare di sé e che, alla luce dei recenti avvenimenti, risulta quanto mai attuale.

Parliamo di “Negro. Lettera ad una madre” di Christian Kuate Fotso, un ragazzo camerunense arrivato in Italia nel 2007 per studiare Filosofia all’Università degli Studi di Trento, città in cui vive e lavora, nella speranza di trovare nel nostro Paese un futuro migliore di quello che il suo Camerun poteva riservargli.

«Quando sono partito – racconta Christian – ero un ragazzo molto ambizioso, desideravo fare grandi cose. Innanzitutto studiare filosofia e approfondire le mie conoscenze, ma ti confesso che fin da bambino ho sempre nutrito il sogno di scrivere e pubblicare dei libri. Tuttavia, osservando il contesto in cui sono cresciuto, risultava piuttosto evidente che non avrei mai potuto raggiungere il mio obiettivo restando in Camerun. È proprio questo forte desiderio di dare un senso alla propria vita e di inseguire i sogni nel cassetto a spingere i giovani come me a mollare tutto e cercare fortuna altrove. Un tempo si guardava all’Occidente come a una sorta di El Dorado, nel mio Paese giravano voci secondo cui dai “bianchi” bastava spazzare il pavimento per essere pagato una fortuna».

La copertina del libro

«Questo tipo di visione – prosegue – è venuta meno, oltre che con l’esperienza diretta, con l’avvento, tra le altre cose, della tv via cavo. È stato allora che ci è resi conto che anche altrove regnavano disordine e caos, che anche nel resto del mondo c’erano ladri, assassini, ribelli e così via. Anche per questo motivo, oggi l’immagine dell’Occidente agli occhi dei Paesi più poveri ha subito un notevole ridimensionamento».

L’Italia avrà pur perso parte del suo storico fascino, ma ancora oggi continua a essere una delle mete più gettonate per i giovani migranti africani che decidono di abbandonare la loro terra d’origine per cercare di trovare il giusto riconoscimento nei valori della civiltà occidentale. Come è facile intuire dal titolo del libro, però, la realtà non è all’altezza della fantasia: sogni e progetti sono ben presto costretti a scontrarsi con un presente amaro e dai contorni drammatici.

«Quando sono arrivato a Trento – spiega l’autore – c’erano pochissimi africani. Un mio amico, in Italia già da un anno, mi raccontava che non era così raro vedere qualche trentino scappava alla vista di un nero, specialmente di notte. Oggi, invece, siamo in tanti e per forza di cose la popolazione locale si è gradualmente abituata alla presenza e alla convivenza con gli africani. Ora, un altro importante gap da abbattere resta quello che riguarda l’accesso ai posti di lavoro riservati esclusivamente agli italiani. Man mano che si va avanti, le mentalità si evolvono e, con un po’ di fortuna, le cose possono cambiare, anche se lentamente. L’importante è che si muova qualcosa».

Al Salone Internazionale del Libro di Torino

E in questo tentativo di smuovere le acque è stato lo stesso Christian, nonostante una borsa di studio all’Università di Trento e uno status sociale per certi versi sensibilmente diverso da quello di tanti altri ragazzi arrivati in Italia per cercare fortuna, a metterci la faccia. La sua disillusione nei confronti dei limiti e delle ipocrisie della nostra società, unita alla nostalgia di casa e alla forte tentazione, avvertita a più riprese, di mollare tutto per tornare ai suoi affetti più cari, ha rappresentato il punto di partenza per la scrittura di “Lettre d’un mbenguiste à sa mère”, la prima edizione in francese datata 2017 del testo pubblicato poi l’anno successivo dall’ascolana Lìbrati in traduzione italiana.

«Subito dopo l’uscita del libro – ricorda Christian – è emerso il paradosso della mia situazione: vivevo in Italia, parlavo di vicende avvenute in Italia, ma mi esprimevo in francese. Oltretutto, essendo straniero, sono costretto a convivere con l’annoso problema del permesso di soggiorno, che non viene mai rilasciato in tempo e senza il quale non è possibile lasciare il Paese: di conseguenza, non potevo recarmi in Francia o in Belgio per gli eventi di promozione del libro. Fortunatamente, un amico mi fece il nome del professor Gerardo Acerenza, docente di Lingua e traduzione francese all’Università di Trento, che insieme ai suoi studenti mi ha dato una grossa mano nella stesura della versione italiana. Sempre nello stesso periodo ho avuto modo di conoscere lo scrittore Leonardo Franchini, che una volta letto il libro si è offerto di aiutarmi nella ricerca di un editore, mettendomi in contatto con la Lìbrati. A loro due va il mio più sentito ringraziamento, non ce l’avrei mai fatta senza di loro».

Denunciando le diverse problematiche incontrate giorno dopo giorno nel lungo e complesso processo di integrazione nel nostro Paese, Christian si è messo in gioco in prima persona nel tentativo di lanciare un segnale forte a entrambe le comunità. Trattandosi di un’opera piuttosto recente, come confermato dallo stesso Kuate, forse è ancora presto per poter fare una stima, nel bene e nel male, dell’impatto sociologico reale del testo sulla popolazione, ma a questo proposito, quantomeno nel lungo periodo, l’autore manifesta un cauto ottimismo.

«Sono convinto – afferma – che il mio libro possa sortire qualche effetto positivo in futuro, in particolare nel modo di problematizzare il rapporto tra bianchi e neri in Italia. Tanto per fare un esempio, a differenza di un brano musicale, che al giorno d’oggi impiega pochissimo tempo per fare il giro del mondo, con i libri bisogna avere pazienza. Quel che è certo è che la pubblicazione non è passata inosservata: le presentazioni hanno fatto registrare un ottimo numero di presenze e in molti mi hanno contattato dicendomi di voler regalare una copia a un amico».

George Floyd

A proposito di bilanci, mentre Christian completava il suo percorso di studi a Trento, la già complessa situazione politica in Camerun e le dinamiche legate alla corruzione sempre più dilagante sono evolute piuttosto rapidamente.

«Le cose sono peggiorate – conferma – e continuano a peggiorare. A dirla tutta, mi sono reso conto che a partire dal momento in cui questo Presidente salì al potere – si tratta di Paul Biya, presidente del Camerun dal 1982 [n.d.r.] – abbiamo assistito a un progressivo declino. Ti faccio un esempio banale: la fornitura di energia elettrica, che da noi rappresenta un grosso problema. Un tempo, e ti parlo degli anni ’90, prima di un’interruzione veniva trasmesso un annuncio in televisione con almeno due giorni di anticipo. Oggi, invece, niente più annunci: l’interruzione può avvenire in qualsiasi momento, senza bisogno di preavviso. Le persone ovviamente soffrono per questa situazione, ma come avviene in tutti i regimi a tendenza dittatoriale, non vengono tollerate proteste di sorta».

«Da quando me ne sono andato – prosegue – il Paese ha conosciuto un drammatico decadimento generale. La libertà vengono tollerate sempre di meno, i giornalisti spariscono dall’oggi al domani e se certe cose si vengono a sapere è solo grazie alle pressioni internazionali e ai social network. Al nord spadroneggiano i terroristi di Boko-Haram, mentre a nord-ovest e sud-ovest ci sono due regioni anglofone – il Camerun è bilingue, si parla sia inglese che francese – che nel 2017 hanno preso le armi invocando una secessione. Infine, bisogna registrare l’ascesa di Maurice Kamto, il leader dell’opposizione inviso al regime perché ben presto rivelatosi incorruttibile. Tutto questo avviene in un contesto dominato da un capo di Stato anziano che da molto tempo ormai non appare più in pubblico, tanto da far sospettare che sia morto, con un evidente problema legato alla successione. C’è molta tensione, è innegabile».

Per sua fortuna, Christian è riuscito a fuggire da questo scenario a dir poco drammatico, trovando riparo nel nostro Paese, pur con tutte le difficoltà del caso. Che la distanza e la nostalgia di casa si facciano sentire di tanto in tanto è fuor di dubbio, ma dopo tredici anni Kuate si dichiara grato e felice di vivere nel Belpaese: «L’Italia di certo mi ha dato molto. È stato grazie agli studi universitari e alla mia determinazione che oggi riesco a scrivere su un certo livello intellettuale che in patria, purtroppo, non c’è, e la cosa mi intristisce un po’».

Quella di lasciare la terra natia e gli affetti più cari non dev’essere stata una decisione semplice, ma volgendo lo sguardo al passato Christian non tornerebbe affatto sui suoi passi. Tuttavia, ciò non significa che nel corso di questi anni l’autore non abbia maturato dei rimpianti per una scelta di vita che lo ha inevitabilmente indirizzato verso delle rinunce importanti, tra cui quella di non poter raccontare tutta la verità a quella stessa madre a cui è virtualmente indirizzata la sua lettera.

«Devo dire – sostiene – di rimpiangere “l’impossibile”. Rimpiango la mia famiglia, i genitori, i miei fratelli, la nostra vita felice da bambini semplici e ingenui. Emigrare significa dover crescere velocemente, non c’è più papà o mamma verso cui correre se qualcosa non va, e questo genera molto stress. Nella maggior parte dei casi, noi immigrati non possiamo permetterci di raccontare ai nostri familiari tutto ciò che accade dalla nostra parte del mondo. Voglio dire, se per caso dovessi ritrovarmi senza documenti, difficilmente ne parlerei andrei con mia madre: laggiù si preoccupano subito e riuscire a calmarli è tutt’altro che semplice. Di conseguenza, molto spesso al telefono ci si limita a dire che tutto va bene, o al massimo a tirare in ballo delle sciocchezze».

«Ogni giorno – continua – avverto la mancanza dei miei familiari. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia solida e relativamente benestante, dato che mio padre ha lavorato nella pubblica amministrazione. Non abbiamo mai cambiato casa, i miei genitori non hanno mai divorziato e neanche mai litigato davanti a noi bambini; inoltre, gli zii, i nonni e i miei cugini vivevano a pochi passi da noi. Nella vita da migrante tutti questi privilegi spariscono improvvisamente. Ho un cugino qui a Trento, ma i miei fratelli vivono tra Stati Uniti e Canada, mentre i miei genitori sono rimasti in Camerun: come immaginerai, diventa difficile pensare di rivedersi nel giro di una settimana. La frammentazione del nucleo familiare è l’aspetto che più mi addolora, ma per fortuna tramite Skype e gli altri strumenti informatici riusciamo comunque a tenerci in contatto. Per risolvere il problema alla radice, avremmo avuto bisogno di un contesto socio-economico e politico che, purtroppo, all’epoca non c’era. E io avevo bisogno di inseguire le mie ambizioni. Se potessi tornare indietro rifarei questa scelta, ma forse prima di partire cercherei di vivere il più possibile la presenza dei miei familiari».

Siamo giunti ormai al termine della nostra intervista, ma in un momento storico particolarmente delicato non poteva mancare un commento sulle drammatiche vicende a sfondo razziale che di recente hanno sconvolto l’opinione pubblica mondiale. Prima di esprimersi sull’argomento, però, Kuate non può fare a meno di ricordare come «in casi come questi, l’emotività acceca le menti e non è mai facile dare il giusto spazio alla ragione. Detto questo, credo che si possa instaurare un parallelismo tra il caso George Floyd e la distruzione dei simboli del passato«.

«Indubbiamente, l’uccisione di Floyd è stato uno shock: milioni di persone sono scese in strada per chiedere provvedimenti e in un certo senso possiamo dire che giustizia è stata fatta -va avanti-. Voglio però proporti questo scenario alternativo: immaginiamo, ad esempio, che l’uccisione sia passata inosservata e che quel poliziotto, nel giro di qualche anno, sia diventato per qualche motivo un eroe, con tanto di statua eretta su una pubblica piazza. Se in seguito si dovesse scoprire che la statua appartiene in realtà a un uomo macchiatosi di un orrendo delitto, le persone scenderebbero di nuovo in piazza, ma potrebbe essere già troppo tardi per poter avere giustizia. A quel punto, l’unico modo per “sfogarsi” e manifestare il proprio disappunto sarebbe proprio quello di distruggere la statua. Credo che la questione sia proprio questa: a pensarci bene, le statue in questione rappresentano personaggi le cui violenze in passato sono rimaste impunite o punite solo in parte: nessuno penserebbe di distruggere l’immagine di una persona che abbia già scontato in passato la giusta pena per i suoi errori. Non si tratta, quindi, solo del rifiuto di accettare i personaggi del passato come persone con i loro pregi e i loro difetti, ma anche di filtrare le vicende di un’epoca con i valori di un’altra. E tutto questo, secondo me, si verifica per via dello shock e dell’emozione del momento».

Sono passati ormai due anni dalla pubblicazione del suo libro, ma non si può certo dire che Christian sia rimasto con le mani in mano. Quando si parla di futuro, poi, l’autore sembra avere le idee piuttosto chiare.

«Attualmente – spiega – mi sto dedicando a dei lavoretti saltuari in attesa di qualcosa di “serio”: do una mano nella vendemmia o nella pulizia di alcuni negozi, oltre ad assistere alcune persone con disturbi mentali. Per quanto queste attività portino una certa dose di instabilità nella mia vita, devo dire di avere tempo libero a sufficienza per dedicarmi alle passioni che mi accompagnano sin dall’adolescenza: leggere, scrivere ed esercitarmi in filosofia. È da allora che coltivo il sogno di vivere della mia arte, che è un po’ l’obiettivo di ogni artista».

«Ho iniziato scrivendo un diario di cinque anni, che aggiornavo ogni sera prima di andare a letto -conclude-. Mi sono sempre detto di non fermarmi a un unico libro, e in un certo senso le cose stanno andando in quella direzione: nell’ agosto del 2018 ho pubblicato “Ménage en otage”, mentre a gennaio è uscito “Camerouniaiseries”. Per entrambe le opere è attualmente in corso il processo di traduzione e a breve saranno pubblicati anche in italiano. Nel frattempo, sto lavorando al mio primo libro scritto direttamente in italiano e sono felice di poter dire, con un po’ di orgoglio, di non cavarmela affatto male. Non so se in futuro mi dedicherò ad altro. Potrei far parte di un coro: ho scoperto per caso di avere una bella voce da basso. Potrebbe essere un’idea, chissà».


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