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Piceni nel Mondo: Marco Angelini fotografo in Messico

L'ASCOLANO racconta la sua esperienza di fotografo, per vent'anni in giro per il mondo, innamorato del Messico ma sempre legato alle tradizioni della sua Ascoli

di Francesca Aquilone

Marco Angelini festeggia nel 2020 i 17 anni in Messico (20 fuori dall’Italia). Una vita dall’altra parte del mondo iniziata come un’inconsapevole avventura.

Dove sei cresciuto?

«Sono nato e cresciuto ad Ascoli, a Porta Romana, anche se adesso la mia famiglia abita a Monticelli. Ho frequentato l’Istituto d’arte e lì ho appreso le basi della fotografia, ma sono diventato professionista nel 2000. Prima avevo lavorato in studi grafici oltre ad altri lavoretti».

E come si è presentata l’occasione di partire?

«Nel 2001 io e mio cugino abbiamo mandato, più per gioco, il nostro curriculum ad un’agenzia di Genova e dopo due settimane ero su una nave da crociera cambiando tantissime rotte. Ho visitato l’Africa, l’America Latina, i Caraibi…».

La vita da giramondo però ha trovato una fine…

«Si, poiché Playa del Carmen mi ha rubato il cuore. Dopo l’agenzia di Genova sono stato assunto da una di Torino, entrando nel mondo dei villaggi turistici, sia in Italia che all’estero, ma in Messico è stato amore a prima vista.

Mi sono fermato lì una stagione dopo l’altra e alla fine sono diventato responsabile dei negozi nei villaggi, manager della società, e da ultimo mi sono specializzato in fotografia dei matrimoni arrivando a fare quasi un servizio al giorno».

Chi sono i tuoi clienti?

«Per fortuna non tutte le spose incarnano lo stereotipo delle “stressate esaurite!”. A parte gli scherzi ho clienti da tutto il mondo, pochi europei, la maggior parte vengono dal continente americano».

Sei partito tanti anni fa quando ancora non si studiava la lingua straniera a scuola, quindi, com’è stato il tuo approccio?

«(ride) Sinceramente parlavo un italiano ascolano con forte accento di porta romana…avevo una conoscenza pari allo zero. Dopo 17 anni in un paese latino parlo bene lo spagnolo, anche l’inglese (ma sempre con uno stile molto italiano), portoghese e un po’ di francese».

Torneresti in Italia?

«Ora posso dire tornerò. Ho voglia di vivere la mia famiglia e soprattutto mio figlio che si trova in Italia. Sono sposato felicemente con una messicana e adesso il richiamo delle persone che mi hanno cresciuto è diventato fortissimo».

Cosa ti manca di più?

«L’italianità assolutamente no perché Playa del Carmen è un posto multietnico con una forte comunità italiana. Inoltre, ci sono tanti ristoranti nostrani di buona qualità.

Dell’ascolanità invece mi manca tutto, famiglia, amici, Quintana, olive…sono uno di quelli che quando vede su Rai Italia la Quintana piange».

Vista la tua esperienza, c’è un consiglio che ti senti di dare?

«Sarò abbastanza diretto. Chi rimane imprigionato in Italia è più per paure mentali e personali che altro. Io mi sono “buttato” in questa cosa senza pensarci due volte, e molti mi hanno detto che ho avuto coraggio ma in realtà ci vuole molta più audacia nel rimanere.

Sono stato sempre un “mammone atipico”, volevo uscire di casa con la mia vita privata pur amando la mia famiglia. E avendo visto che era complicato sfondare questo muro in patria, ho deciso di partire.

La lingua non può fermarvi perché nulla vi insegna più della pratica, quindi il viaggio. Ho conosciuto ragazzi italiani laureati in lingue che facevano figuracce.

Andate senza paura!».


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