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Pronto Soccorso, 8 ore di attesa
per una spalla lussata
L’odissea degli accompagnatori

ASCOLI - La protesta di una donna che ha portato il padre di 81 anni alle 14,30 e l'ha atteso fino alle 22,30 sulle scalette esterne del reparto emergenza del "Mazzoni". «Comunicavamo al telefono, complicato anche portargli una bottiglietta d'acqua. Possibile non ci sia una soluzione?»

L’ingresso del Pronto Soccorso dell’ospedale “Mazzoni”

 

di Maria Nerina Galiè

«Prima di 8 ore, non ce la fai». E’ questa la frase che Isabella Mandozzi si è sentita ripetere da più persone, mentre aspettava di avere notizia del padre che aveva accompagnato al Pronto Soccorso dell’ospedale “Mazzoni” di Ascoli.

Ma non si vuole piegare alla rassegnazione e racconta la sua esperienza.

«Premetto che non è la prima volta che mi reco al Pronto Soccorso – sottolinea – due mesi fa, in pieno Covid, ho portato pure mio padre per una tachicardia. L’hanno trattato velocemente dicendomi: signora c’è il Covid, dobbiamo mandar via tutti prima possibile».

Franco Mandozzi, 81 anni, ieri giovedì 16 luglio, si è fatto male ad una spalla cadendo nell’orto di casa.

La figlia alle ore 14,30 lo ha accompagnato al Pronto Soccorso. Sono tornati a casa alle 22,30. 

«Gli hanno fatto la radiografia poco prima. Ha un tendine lesionato. Necessaria la visita ortopedica. Prevedibile.

A quell’ora però la visita non era possibile.

E’ stata prenotata per sabato, domani 18 luglio.

In caso di dolore, gli hanno detto di prendere un antidolorifico che però dovrà prescrivere l’ortopedico.

Se gli fa male quindi dovrà tenersi il dolore fino a domani »

Per le misure anti Covid gli accompagnatori devono rimanere fuori, sulle scalette, che ora sono coperte dal sole o dalla pioggia da un’impalcatura provvisoria.

«Almeno quello», sospira Isabella.

Al paziente, nella sala d’aspetto, è stata misurata la temperatura ed assegnato il codice di priorità: verde.

«Va bene – precisa la figlia – non grave. Ma a maggior ragione. Perchè non lo hanno trattato prima, in modo da poter smaltire le attese? Era possibile fare veloce durante l’emergenza. Ora non più? Una soluzione per diminuire il tempo di attesa deve esserci. Mio padre ha 81 anni. E’ rimasto seduto per 8 ore su una seggiola con la spalla dolorante».

C’era forse affollamento ieri pomeriggio?

«Nelle prime ore c’erano mio padre ed un altra persona soltanto. Arrivava qualche ambulanza ogni tanto. Ma era tutto molto tranquillo, almeno da quello che vedevo da fuori.

Intorno alle 19 la situazione si è fatta più complicata e sono arrivate più persone».

Nel frattempo come faceva ad avere notizie di suo padre?

«Ci sentivamo al telefono. Io dalle scalette, lui nella sala d’attesa.

Verso le 20 mi ha detto che aveva sete. Ho provato ad entrare per prendere una bottiglietta dal distributore automatico.

Mio padre non lo sa fare.

Ma niente. Allora sono dovuta entrare nell’ingresso principale dell’ospedale, dove ci sono distributori al piano terra. Mi hanno preso la temperatura ed ho dovuto compilare l’autocertificazione.

Per prendere la bottiglietta, mio padre è dovuto uscire dalla sala d’attesa.

Forse è stata questa la cosa che mi ha dato più fastidio.

Possibile che all’interno non c’era nessuno che potesse aiutarlo?»

Il Pronto Soccorso, si sa, è sotto organico e intasato. Lo era prima del Coronavirus e sta tornando agli stessi ritmi quando nei cittadini è passata la paura del contagio. Stanno tornando molti codici verde che potrebbero rivolgersi alla medicina territoriale. Ma in questo caso, comunque sarebbe stata richiesta una lastra.

E la Radiologia è ancora peggio, in questo momento, del Pronto Soccorso. Era stato lo stesso primario, Carlo Marinucci, a lanciare l’allarme. Non c’è tempo nè personale per smaltire le liste di attesa, rimaste indietro e di parecchio durante il lockdown.

 


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