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Senti come… jazza! Il sound di Caterina Accorsi (video)

ORIGINARIA di Mozzano, Caterina ci racconta la sua storia musicale tra Torino ed Alessandria, riuscendo a fare di una passione, un lavoro

di Francesca Aquilone

Il talento è fondamentale, ma senza lo studio si rischia di restare in un eterno limbo di insoddisfazione.

Questo lo sa bene Caterina Accorsi, classe 1993, che ha fatto della sua passione, il canto, una professione, tra insegnamento, concerti e una continua preparazione nel labirinto del Jazz.

 

A che età hai iniziato a cantare?

«Da quando ne ho memoria, probabilmente l’ho sempre fatto e, soprattutto, ho sempre studiato. In maniera seria prima mi sono concentrata sulla tastiera e il pianoforte a 10 anni e poi, a 12-13 anni, ho intrapreso la via del canto.

Dalla scuola di musica “LeArti” con Giorgia Cordoni sono passata al conservatorio ad Alessandria. Ho studiato Canto jazz e ora Composizione jazz a Torino».

Quali sono stati gli ascolti che ti hanno avvicinato al jazz?

«La cantante che mi ha svoltato è stata Ella Fitzgerald, il mio imprinting: il mio fraseggio improvvisativo parte da lì anche se ora canto cose diverse.

Nel jazz c’è una connessione ritmica, oltre quella armonia… il famoso swing, quella pulsazione sincopata magnetica che mi ha attratta».

E ascolti italiani?

«Mina è la voce, ma a livello pop non c’è stato qualcuno che ha segnato la mia strada. Per l’esperienza artistica, sicuramente posso dire Lucio Battisti».

Come mai hai deciso di affiancare anche una laurea “tradizionale” allo studio del canto?

«Ho studiato filosofia e la vera motivazione forse l’ho capita solo ora. Fai delle scelte alla ricerca di qualcosa e alla fine un senso arriva sempre.

È stato faticoso dividere la vita tra Torino ed Alessandria, l’ho fatto cercando di rimanere a galla, con due tipologie di studio diverse.

Torino ha una realtà musicale jazzistica importante e sono stata da subito inserita in questo mondo».

Che progetti stai portando avanti attualmente?

«Gli ultimi due anni hanno costituito un periodo molto proficuo… mi sono capitate tante cose belle! L’esperienza più assurda che sto facendo è dirigere un’orchestra balcanica, un tipo di musica che ha connessioni col jazz ma al contempo ha canoni propri.

Poi c’è il mio trio con il quale suono il repertorio con cui mi sento a mio agio, dagli anni ’60 in poi oltre ai miei brani.

E infine gli Easytips, un progetto nato in quarantena con brani a cappella a due voci, ma arriveranno anche concerti».

Il palco o l’evento che ti ha toccato di più?

«Il concerto di laurea che ho fatto su Carla Bley: ho arrangiato per trio + violino e sassofono tenore dei brani di questa compositrice americana. Lì ho capito che quello era il mio mondo artistico e sono riuscita a liberarmi».

Sogno nel cassetto?

«Voglio girare e viaggiare grazie alla musica che io faccio e quindi venire a contatto con realtà diverse. Il mio sogno è vivere di musica e lo sto facendo, ma ancora meglio e di più. Ho scoperto che mi piace insegnare e dirigere».

Come descriveresti il rapporto del cantante jazz con i suoi strumentisti?

«Nel jazz ho capito che la voce è uno strumento, quindi fa parte degli altri strumenti e, come tutti gli altri, ha una tecnica propria che serve per suonare musica. Devi padroneggiare un linguaggio musicale al 100% nel jazz.

Devi parlare la stessa lingua degli altri musicisti. Ho avuto sempre una forte attitudine musicale e questo mi ha permesso di avere feeling, ma la voce non è proprio come gli altri strumenti, ha una caratterizzazione così identitaria che non è facile mixarla con gli altri, e poi c’è l’immediatezza del messaggio e l’espressività.

C’è tanto da gestire e devi sapere come fare e con chi farlo».

Come mai ad Ascoli non riusciamo ad ampliare il fronte musicale verso queste direzioni?

«La cosa assurda è che il territorio di Ascoli è pieno di talenti della mia generazione e questo non si spiega rispetto all’assoluta mancanza di un tessuto culturale vivo. L’interesse verso qualcosa non nasce dal nulla, va stimolato e certe cose devono partire dall’alto.

Le persone non hanno interesse per quello che fanno gli artisti e così si perde il quotidiano».

Torneresti ad Ascoli?

«Secondo me la musica e l’arte non esistono se non c’è una comunità e una comunità non si crea da sola. Non tornerei ora perché non ho la posizione e la competenza, oltre a delle esigenze artistiche differenti.

Mi piacerebbe fare ciò che Paolo Fresu ha realizzato per la Sardegna e per l’Italia».

 

Qui per ascoltare i suoi pezzi!


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