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“Ogni persona con disabilità è nostro figlio”

ASCOLI - L'Anffas da oltre sessant'anni  sostiene le famiglie nel processo di crescita e di potenziamento dell'autonomia dei congiunti con disabilità e ne favorisce l'inserimento sociale e lavorativo
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di Stefania Mistichelli

“Anffas Ascoli Piceno – Ogni persona con disabilità è nostro figlio”. Questo lo slogan che si legge poco prima di aprire il sito internet di una delle oltre duecento associazioni che compongono la base nazionale di Anffas Onlus, associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e relazionale.

La sezione locale di Anffas nasce in città nel 1968, quando Gina Bernabei, maestra e mamma di un ragazzo con sindrome di Down, volle fare qualcosa di concreto per evitare che suo figlio vivesse nella ghettizzazione. Anffas, infatti, ha proprio questo tra i suoi scopi: favorire l’integrazione sociale di persone con disabilità, sostenendo al contempo le famiglie nella cura quotidiana e costante dei loro congiunti.

«Anffas è un’associazione di famiglie che vivono in casa la disabilità – spiega Maria Daniela D’Angelo, presidente da una decina d’anni della sezione locale – e da sessant’anni siamo ancora qui, nonostante le tante difficoltà. Infatti, pur essendo a livello nazionale un’associazione che conta, sempre presente ai tavoli nazionali sulla disabilità, a livello locale arranchiamo perché i costi della gestione del centro diurno sono tanti e spesso difficili da sostenere».

Il terremoto prima e il lockdown dopo non hanno di certo facilitato le cose, per un’associazione che conta al suo interno una decina di dipendenti tra operatori, educatori, oss, coordinatore e addetta alle pulizie. «L’Asur copre circa il settanta per cento delle spese – continua la presidente – per il resto viviamo di donazioni, proventi del 5 per mille e rette, che potrebbero essere almeno in parte sostenute dall’amministrazione comunale, ma purtroppo così non è. Inoltre, laddove c’è povertà, la situazione diventa ancora più difficile, perché accogliamo tutti ma purtroppo le spese restano».

Oggi l’associazione, con il suo centro diurno che ospita i suoi “ragazzi” dalle nove e mezzo di mattina alle quattro e mezzo di pomeriggio, si trova in corso Mazzini 83, di fronte alla biblioteca comunale, dopo aver dovuto lasciare la sua sede storica di via Vidacilio a seguito del sisma del 2016.

«In un primo momento ci siamo appoggiati al Ferrucci, in seguito nei locali dell’associazione Ada (quartiere San Marcello), infine siamo approdati in corso Mazzini – racconta Maria Daniela D’Angelo – dove, dopo aver potuto aprire la pratica di delocalizzazione, abbiamo le spese di affitto coperte dall’ufficio terremoto. Però, non so per quale strana legge, dobbiamo continuare a pagare il condominio di via Vidacilio (2.500 euro l’anno, ndr), oltre ovviamente a quello di corso Mazzini».

Il centro diurno ha avuto da sempre non solo l’obiettivo di sostenere le famiglie nel processo di crescita e di potenziamento dell’autonomia dei suoi ospiti, ma anche quello di favorirne l’inserimento sociale e, laddove possibile, lavorativo.

Tantissime le iniziative organizzate negli anni con questo scopo: dai laboratori di ceramica alla pet therapy, dai laboratori teatrali (Teatrando è uno dei progetti principali in questo ambito, che purtroppo questo anno non si è tenuto a causa del Covid) a quelli di disegno, pittura e manipolazione, dalla musicoterapia all’attività motoria. «Alle famiglie forniamo trasporto e mensa – spiega Maria Daniela D’Angelo – proponendo ai ragazzi attività che li aiutino nell’incremento dell’autostima personale, nel recupero di abilità cognitive e nella socializzazione. Tra i progetti più recenti segnalo “Ci vuole un fiore” che stiamo realizzando insieme alla Fondazione Carisap, che unisce l’orto-terapia con la pet-therapy e la manipolazione della creta. I ragazzi, infatti, coltivano fiori e piante officinali che poi venderanno all’interno di vasi realizzati da loro».

Il lockdown, come e forse più che in altre situazioni, ha interrotto bruscamente questa routine. «Gli operatori si sono fatti in quattro – racconta la presidente – per evitare che i tredici ragazzi che stavano frequentando il centro diurno non si sentissero abbandonati. Hanno fatto tutto il possibile attraverso lo smart working, rimanendo sempre in contatto con le famiglie, anche se purtroppo molti di loro sono ancora senza stipendio da marzo, perché stiamo avendo problemi ad ottenere la cassa integrazione. Alcuni di loro, fortunatamente, hanno ricevuto lo stipendo tra maggio e giugno. Il fatto è che, pur senza ricevere rette che non possiamo pretendere, tutte le altre spese vanno sostenute, quindi siamo in seria difficoltà. Inoltre, non ci sentiamo molto sostenuti a livello locale, anche se capisco che sul territorio non siamo l’unica associazione che operi nel campo della disabilità. Adesso il centro diurno ha riaperto con nove utenti (perché alcuni sono al mare con le famiglie e altri sono ancora impauriti dalla situazione) e vengono a giorni alterni ad orario pieno in modo da non avere più di sei ragazzi al giorno presenti in struttura».

Tante le difficoltà, dunque, per un’associazione che svolge una funzione sociale importante. «La stanchezza si sente – rivela Maria Daniela D’Angelo – anche perché si tratta di un volontariato che porta ad avere tante responsabilità, non solo quella delle famiglie che contano su di noi ma anche quella dei dipendenti, senza i quali nessuna attività sarebbe possibile. Il coordinatore Fernando Spalvieri fa un grande lavoro e adesso si sta occupando di tutta l’organizzazione del lavoro post-covid, che è doppiamente faticosa. Sentire maggiormente il supporto della comunità e dell’Amministrazione locale – conclude – ci incoraggerebbe ad andare avanti con più slancio».


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