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“Benevolenza cosmica” di Fabio Bacà,
quando la fortuna non è un buon segno

SAN BENEDETTO - Lo scrittore abruzzese presenta il romanzo rivelazione del 2019. Un’opera che nasce dall’esperienza diretta, e neanche troppo fortunata, dell’autore e da una domanda particolarmente complessa, a cui non è semplice rispondere
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di Federico Ameli

Vi siete mai chiesti cosa succederebbe se, all’improvviso, ogni singola sfumatura della vostra vita prendesse una piega inaspettatamente fortunata? Noi sì, nel nostro piccolo, e inevitabilmente anche Kurt O’Reilly ha dovuto fare i conti con una domanda così scomoda.

Se vi state chiedendo chi diavolo sia Kurt O’Reilly evidentemente non avete avuto il piacere di imbattervi in “Benevolenza cosmica”, il primo romanzo di Fabio Bacà edito lo scorso anno da Adelphi. Il solo fatto che una casa editrice così importante nel panorama nazionale, tradizionalmente restia a concedere spazio agli esordienti, abbia deciso di puntare sull’opera dello scrittore abruzzese – ma residente ormai da un anno a San Benedetto – costituisce in sé una prima indicazione della naturale inclinazione di Bacà per la scrittura e della bontà della sua prosa, ma in casi come questo, per capire quale sia stato il punto di partenza della fortunata – è proprio il caso di dirlo – idea alla base della trama,  è sempre meglio farsi raccontare dall’autore in persona come siano andate effettivamente le cose.

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Fabio Bacà e la gigantografia di “Benevolenza cosmica” al porto di Trani in occasione del Premio Megamark, presentato da Serena Dandini

Perché in fondo, pur trovandoci di fronte a un romanzo che fa della buona sorte uno dei propri cardini narrativi, non è affatto scontato che il percorso che ha portato poi alla pubblicazione sia stato del tutto privo di ostacoli. Anzi, in più di un’occasione un po’ della fortuna di Kurt O’Reilly non avrebbe certo guastato.

«In realtà, “Benevolenza cosmica” non è esattamente il mio primo romanzo» rivela Bacà, che nella vita di tutti i giorni, oltre a scrivere, è un istruttore di ginnastica dolce. «Tra il 2010 e il 2014 ho presentato ad alcuni agenti letterari e case editrici il mio primo tentativo letterario, che però evidentemente non incontrava il gusto degli addetti ai lavori».

«Da tempo sognavo di poter diventare uno scrittore e, com’è facile immaginare, fu un duro colpo per me -racconta-. Nel giro di qualche settimana ho perso il lavoro – ho deciso di dimettermi perché la situazione era diventata insostenibile – e mi è stata diagnosticata una corioretinopatia all’occhio sinistro, accompagnata da uno strano prurito notturno. Insomma, per farla breve, sono caduto in depressione: ero senza lavoro, malato e con zero prospettive future».

Se perfino dal letame può nascere un fiore, come insegna De André, anche in una vicenda del genere, con un po’ di fatica, si può vedere il bicchiere mezzo pieno. «Da lì in poi ho iniziato a chiedermi se la mia vita sarebbe stata migliore, in senso assoluto, se tutte le cose fossero andate per il verso giusto e, da questa mia domanda interiore ho tratto lo spunto per iniziare a scrivere quello che nelle intenzioni doveva essere un romanzo breve, poi allungatosi con il passare del tempo».

Già, ma dato che ne abbiamo già parlato, qual è la risposta alla fatidica domanda? Fabio decide di provarci. «Non è facile -dice-. Così, a primo impatto, verrebbe da dire di sì, ma credo che, per come è strutturata la mente umana prima o poi finiremmo tutti per annoiarci. Tutti noi abbiamo bisogno di sfide, di qualcosa di incontrollabile e imponderabile, con una serie di piccoli ostacoli quotidiani il cui superamento ci dà soddisfazione e consapevolezza delle nostre capacità. Altrimenti che gusto c’è?»

«Personalmente, sono un tipo che si distrae facilmente e che ha costantemente bisogno di porsi degli obiettivi -ribadisce Bacà-. Attualmente, la mia sfida si chiama Internet: sono uno dei pochi a non avere una connessione fissa in casa».

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Fabio Bacà a Trani, durante la cerimonia del Premio Megamark

Se noi, Bacà e i lettori di “Benevolenza cosmica” ci siamo ritrovati faccia a faccia con questo interrogativo piuttosto scomodo, il motivo è da ricercare nelle assurde vicende in cui incappa di continuo il “povero” e già citato Kurt O’Reilly, direttore di una divisione dell’Istituto nazionale di statistica di Londra e malcapitato protagonista del romanzo di Bacà. Per quanto Kurt si sforzi di trovare un senso al suo successo, gli eventi continuano di volta in volta a sorprenderlo: il lavoro va a gonfie vele, le donne lo desiderano, un tassista addirittura insiste per pagargli la corsa.

In questo vortice di stranezze, ci siamo chiesti se l’autore, fino a qualche anno fa letteralmente agli antipodi rispetto a O’Reilly e al suo apparentemente inspiegabile successo, non si sia messo a confronto con il suo protagonista e se abbia deciso di riversare in lui, almeno in qualche misura, alcuni tratti della sua personalità. La risposta è, per certi versi, sorprendente. «Kurt è la fotocopia del Fabio Bacà di 18 anni fa, sia dal punto di vista fisico che della personalità -rivela lo scrittore-. Certo, non mi sono mai ritrovato in una situazione del genere, ma le reazioni di Kurt sono le stesse che probabilmente avrei avuto anch’io».

«All’inizio è un po’ “schizzato”, poi man mano che la storia si sviluppa inizia a rilassarsi e a capire le dinamiche che hanno a che fare con il suo essere fortunato, reagendo con grande determinazione -continua-. Anche il senso dello humor e la passione per le donne, due suoi tratti distintivi, mi appartengono».

Come già anticipato, la vicenda si svolge a Londra. Una scelta, quella di ambientare il suo romanzo al di là della Manica, che nonostante le tante recensioni entusiastiche è costata anche qualche critica a Bacà, che tiene a precisare le motivazioni alla base di questa decisione piuttosto controversa, in fondo dettata dalla necessità e non da una semplice velleità esterofila.

«Per questioni legate alla trama avevo bisogno di avere a che fare con un dipendente di un ente di statistica nazionale e di una città in cui accadessero cose fuori dal comune, come ad esempio delle sparatorie -prosegue Bacà-. Alla fine, la scelta è ricaduta su Londra e non su una città italiana come Roma o Milano per una ragione prettamente linguistica: in quel caso, avrei dovuto connotare in lessico con una tipicità dialettale o quantomeno regionale che, essendo abruzzese, per forza di cose non mi appartiene. Avrei finito per correre il rischio di cadere in dei cliché».

«Non essendo mai stato a Londra, ho cercato di ricostruirla in primo luogo attraverso le possibilità offerte dalla tecnologia e, in particolare, da Google Maps -confessa-. In secondo luogo, una mia cugina che vive lì da vent’anni mi ha dato delle dritte, mentre un contributo fondamentale alla causa del mio libro è stato quello portato dai formidabili editor di Adelphi. Sono stati pazzeschi, arrivando a fare dei ragionamenti che non credevo che una mente umana potesse mai concepire».

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Fabio Bacà, a destra, insieme agli altri finalisti del Premio Opera Prima, organizzato dalla Fondazione Mondadori

Rimanendo sul personaggio di Kurt, in molti hanno individuato nel nome del protagonista la volontà di Bacà di rendere omaggio a uno dei suoi autori preferiti di tutti i tempi, i cui fondamenti letterari per alcuni sarebbero alla base anche di “Benevolenza cosmica”. A questo proposito, l’autore ritiene opportuno fare alcune doverose precisazioni.

«Kurt Vonnegut è senza dubbio uno dei miei scrittori preferiti, ma devo dire che il mio stile non assomiglia al suo, sia per il modo di scrivere che per i temi trattati -spiega Bacà-. In molti sono caduti nel tranello del nome, facendosi abbindolare dalla mia ammirazione per lui, ma in realtà ha davvero poco a che fare con il mio romanzo».

«Parlando di modelli nel vero senso del termine, di certo è impossibile che chi vuol fare questo mestiere non sia intriso di ciò che ha letto -precisa-. Nel mio caso penso a Martin Amis e Don DeLillo, ma anche a David Foster Wallace, Emmanuel Carrère e Umberto Eco, che in realtà mi ispira più come personaggio che nello scrivere. Il suo genio è davvero inarrivabile».

Veniamo ora alle note dolenti, o quantomeno presunte tali. Sfogliando qua e là tra le tante recensioni dedicate a “Benevolenza cosmica”, in più di un’occasione è capitato di imbatterci nel termine “divertente”. Diffidando per natura da tutto ciò che nasce dichiaratamente per suscitare il riso nel lettore, non ci resta altro che chiedere all’autore stesso se condivida o meno questo tipo di definizione per il suo romanzo.

«Dopo aver letto il libro, anche la mia agente mi ha confidato di averlo trovato divertente -dice-. “In che senso?” le ho chiesto. Nelle difficoltà che stavo vivendo all’epoca, non mi ero reso conto di aver dato un’impostazione del genere al testo. In fondo, “divertimento” ha una radice latina che rimanda alla concezione di offrire una prospettiva diversa, in questo caso ai lettori».

«Diciamo che, da questo punto di vista, il mio romanzo si allontana un po’ da ciò che viene pubblicato ultimamente, anche se inevitabilmente queste situazioni più marcatamente divertenti convivono con degli episodi drammatici -afferma lo scrittore-. Come dicevo, il protagonista ha uno spiccato senso dello humor, che è funzionale anche nel dimostrare quanto “fuori di testa” sia. I motivi per cui il mio romanzo ha un’impostazione che potremmo definire “divertente” sono principalmente due.

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Fabio Bacà durante la premiazione della 40° edizione del Premio Letterario Internazionale “Città di Moncalieri”

«Innanzitutto, venivo da un periodo difficile e volevo essere leggero; inoltre, avendo fatto il bagnino per tanti anni, ho sempre la battuta pronta, una dote che per forza di cose ho sviluppato per rispondere alle tante richieste assurde che ho dovuto sentire in spiaggia -ricorda-. In definitiva, direi che il romanzo non faccia ridere a prescindere in qualunque situazione, ma è indubbio che all’interno del testo si presentino di volta in volta delle circostanze paradossali che possono, a seconda del momento, strappare una risata».

Dopo l’incredibile successo dell’esordio, Fabio è ormai chiamato a ripetersi. D’altra parte, dopo un debutto del genere, abbandonare la scrittura non sembra certo una strada percorribile.

«In queste ultime settimane sto ultimando il mio secondo libro -racconta ancora-. Dovrò farlo leggere alla mia agente e poi proporlo a una casa editrice. Di certo Adelphi per me ha la priorità assoluta, ma so bene che ha degli standard qualitativi davvero elevatissimi che spero di poter soddisfare».

«Ho iniziato a lavorarci nel 2018, subito dopo aver concluso il mio primo libro, consapevole delle difficoltà a cui sarei ben presto andato incontro, tra presentazioni ed eventi in giro per l’Italia -conclude Bacà-. Posso anticipare che tratterà temi diversi e che verrà meno il tratto ironico di cui parlavamo: detesto le operazioni seriali, preferisco il cambiamento».

Per il momento pare dunque che Kurt O’Reilly sia destinato a finire in soffitta per far spazio a dei nuovi personaggi. Forse un giorno tornerà ad animare le pagine di Bacà. Chissà, con un po’ di fortuna…


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