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Un tuffo dove l’acqua è più blu:
a scuola di sub con i Navy Seals

SAN BENEDETTO - Il presidente della poliedrica associazione sportiva, Alessandro Sciarra, è l’ospite della nuova puntata di “L’altro sport”, che questa settimana fa tappa sul litorale per conoscere più da vicino la subacquea ricreativa

di Federico Ameli

L’estate starà pur finendo – e un anno se ne va, come diceva qualcuno qualche tempo fa -, ma per fortuna c’è ancora tempo per godersi gli ultimi scampoli della bella stagione. Il mare, tempo permettendo, la farà ancora da padrone per un paio di settimane, e allora perché non approfittarne per riscoprirlo da un punto di vista diverso dal solito?

Per l’occasione, a farci da Cicerone sarà Alessandro Sciarra, presidente dell’associazione sportiva dilettantistica Navy Seals, che da qualche anno a questa parte cerca di coniugare i valori e gli insegnamenti di tre discipline molto diverse tra loro.

navy seals

«Sono un formatore nazionale dell’Unione Italiana Tiro a Segno – spiega Alessandro -, l’unico nelle Marche, ma anche un maestro di karate e un istruttore subacqueo. L’associazione è nata nel 2014 e attualmente ricopro la carica di presidente, cercando di portare avanti parallelamente le tre attività».

Non ce ne vogliano karate e tiro a segno ma, vuoi per il caldo di questi ultimi giorni, vuoi per la particolarità della disciplina, la subacquea non ci mette molto a catturare la nostra attenzione. Vogliamo saperne di più, e per fortuna Alessandro non si lascia pregare.

«Ho sempre avuto una grande passione per l’esplorazione marina, sin da quando, in compagnia di mio padre, andavo a pescare cozze e cannelli armato di maschera e pinne -continua-. Ho iniziato con le prime immersioni per hobby, poi con il passare degli anni ho preso in considerazione la carriera di istruttore».

«Attualmente sono in possesso di tutti i brevetti previsti per la cosiddetta subacquea ricreativa – che, per definizione non si spinge oltre i 40 metri di profondità – e collaboro con la Professional Association of Diving Instructors, la principale organizzazione di addestramento subacqueo del mondo, nell’organizzazione dei corsi per preparare i futuri istruttori, oltre che i semplici appassionati».

Per chi, come noi, non fosse del mestiere, Sciarra prova a dare dei suggerimenti pratici per capire meglio di cosa si tratta. D’altra parte, se non per nuotare, cosa si va a fare in acqua? La risposta è fin troppo semplice. «Per guardare e non toccare. La subacquea ricreativa è stata “inventata” nel 1966 da un gruppo di ex marines, che hanno cercato di avvicinare anche i civili a quella che poi è diventata la disciplina che pratichiamo».

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Una scelta che potremmo quasi definire democratica quella che, oltre cinquant’anni fa, ha portato la subacquea su un piano più terreno e accessibile a tutti… o quasi. «Secondo la nostra filosofia, a partire dai 10 anni tutti possono praticare subacquea -ribadisce-. Lo spirito è questo, ma mi sento di aggiungere che stare bene fisicamente è importantissimo».

«A differenza di altri Paesi in cui ci sono meno tutele sia per chi fa formazione che per gli aspiranti sub, in Italia per immergersi è necessario un certificato medico che garantisca una buona condizione di salute -è ancora Sciarra che parla-. Ad esempio, la subacquea è sconsigliata a chi ha problemi di cuore, pressione o diabete, onde evitare rischi inutili. La situazione potrebbe sembrare diversa, ma ti garantisco che si fa molta più fatica del previsto ad adattarsi alle variazioni del volume, della densità e della pressione dell’aria se non si ha una struttura fisica e muscolare adeguata».

Tra aspiranti Comsubin – un reparto d’élite della Marina Militare – e comuni mortali, i corsi della Navy Seals procedono senza sosta, ma non per questo senza la dovuta attenzione. Anche perché, a certi livelli, scherzare con il fuoco – o con l’acqua? – non è un’opzione contemplabile. A volte il mare sa essere malmostoso, per usare una parola da farvi cercare sul vocabolario, e il presidente lo sa fin troppo bene.

«L’obiettivo è quello di far superare le piccole paure che ognuno di noi ha, sia a chi vuole farne una professione, sia ai semplici appassionati -prosegue-. Sono molto selettivo nel rilascio dei brevetti e, personalmente, credo che sia giusto così. Per raggiungere determinati traguardi servono esperienza e tanto studio, che è la parte più difficile da far recepire ai ragazzi».

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I ragazzi della Navy Seals durante un’esercitazione in piscina

«Il minimo errore può essere fatale: in casi come questo occorre essere consapevoli dei rischi e agire con la massima prudenza -dice Sciarra-. Anche se la parte ludica è senza dubbio la più interessante, il nostro è tutt’altro che un gioco. Bisogna sapersi pilotare e conoscere alla perfezione la fisica, la fisiologia del nostro corpo e i pericoli dell’acqua».

A fronte di una certa dose di dovuta attenzione, la subacquea offre la possibilità di ammirare le meraviglie dei fondali marini. A questo proposito, c’è da dire che la Navy Seals è costretta a fare i conti con qualche difficoltà di carattere tecnico, legate principalmente a una profondità e a una limpidezza spesso lontane dai più alti standard di qualità e che, proprio per questo motivo, faticano ad attirare l’attenzione di cittadini e turisti.

«Il mare della nostra provincia – confessa Alessandro – non ci viene certo incontro, a differenza di quello del Salento o della Sardegna. È anche per questo che spesso ci spostiamo alle Tremiti, che sono un po’ la nostra seconda casa, dove c’è più visibilità e anche più pesce, che sono i fattori che più di tutti interessano a chi si avvicina alla nostra attività.

Noi dell’associazione rilasciamo circa 20 brevetti l’anno, cifra che, in location più gettonate con maggiore supporto da parte dei turisti, solitamente sono molto più alte. Per incentivare la partecipazione cerco periodicamente di organizzare dei viaggi, anche all’estero: ad esempio, andiamo spesso a Sharm el-Sheikh e ci saremmo tornati anche quest’anno se l’emergenza sanitaria non ci avesse messo i bastoni tra le ruote».

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Com’è facile intendere dal nome, anche nella subacquea ricreativa, così come in tutti gli altri sport che abbiamo avuto il piacere di conoscere nelle ultime settimane, l’aspetto sociale riveste un ruolo fondamentale.

«Al momento, per quanto riguarda il diving, l’associazione conta una cinquantina di associati, che cerco di stimolare organizzando delle uscite che possano cementare il gruppo -ricorda-. Per fare un esempio, una di noi lavora in un locale in cui si fa karaoke e andiamo spesso a trovarla; inoltre, abbiamo anche un gruppo Whatsapp in cui scherziamo anche al di fuori della pratica sottomarina. Personalmente, credo molto nell’importanza della cura del giusto spirito. Per il momento le cose stanno andando per il verso giusto e spero che continui così finché avrò voglia di proseguire questo progetto».

C’è ancora tempo, però, prima di pensare di appendere maschera e pinne al chiodo. «Continueremo a lavorare e a immergerci fino a ottobre -conclude Sciarra-. Poi a gennaio, con tutta calma, riprenderemo le attività con un corso particolarmente approfondito che durerà fino a maggio. Non ti nascondo che un domani mi piacerebbe cimentarmi nella subacquea professionale, quella oltre i 40 metri di profondità. Al momento non ho il tempo necessario per potermici dedicare, ma mai dire mai».


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