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In diretta dall’anno mille:
l’antica abbazia dei santi Ruffino e Vitale

ALLE PORTE DEI SIBILLINI, nel comprensorio di Amandola, sorge l'edificio a due piani che tradizione vuole sia stato fondato da San Benedetto. Dall'ipogeo agli affreschi fino al vicino lago
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La facciata della chiesa abbaziale. Dietro si intravede la massiccia torre campanaria

di Gabriele Vecchioni

Amandola, centro di altura situato a 536 metri sul livello del mare, è la “porta dei Sibillini” per la sua posizione nelle immediate vicinanze dei Monti Azzurri. Il suo territorio è stato inquadrato, storicamente, nelle competenze della potente abbazia di Farfa, situata nel Reatino ma che qui aveva estesi possedimenti; nelle vicinanze di Amandola si rintracciano, infatti, diverse pievi farfensi. Per inciso, le pievi (dal latino plebs, popolazione) erano le chiese, di solito rurali e con una vasta area di competenza, munite di fonte battesimale e che, quindi, potevano somministrare il sacramento e “controllare” i fedeli.

L’abbazia di San Ruffino (cerchiata in colore) in una mappa del 1889

Nel circondario, a testimonianza della capillarità della presenza monastica a presidio del territorio, sussistono due abbazie, relativamente vicine. La più volte citata Guida della Provincia di Ascoli Piceno (1889) così le descriveva: «Le due Badie di S. Ruffino e Vitale e di S. Vincenzo ed Anastasio, erette sul principio del secolo VI da S. Benedetto: la prima sulla sponda destra della Tenna a Cm. [km] 7 circa dalla città, la seconda alle falde dell’Appennino ad un’ora e mezza di viaggio».

L’importanza delle abbazie. L’articolo si occuperà dell’abbazia dei SS. Ruffino e Vitale, situata sulla strada provinciale 239 (la Faleriense) che collega la costa adriatica all’area dei Sibillini. Prima, però, è bene chiarire quale fosse, all’epoca in cui sorsero e nei secoli successivi, il ruolo delle abbazie nella società. Ricordiamo che esse erano entità autosufficienti, centri di preghiera e di lavoro, presìdi culturali che seguivano la Regola di Benedetto (Ora et labora, prega e lavora).

Una citazione di Maria N. Croci (1998) chiarisce il valore sociale delle abbazie nella società medievale: «Esse [le abbazie] assorbono la carica di attese e di speranze di redenzione da parte di un’umanità fuori dall’isola conventuale che affidava la salvezza della propria anima alle preghiere dei monaci e, come segno concreto della propria devozione, donava all’abbazie vasti possedimenti e castelli, oppure “sacrificava” il figlio cadetto che entrava in convento.

Il complesso restaurato

Il grande, enorme peso e prestigio delle abbazie, oltre a essere economico e politico, era anche ideologico: nei secoli centrali del Medioevo si afferma chiara la convinzione che il cristianesimo autentico coincide con la vita monastica, idea fondata sul binomio vita monastica-santità: chi entra in contatto con il convento ha l’occasione di accedere alla salvezza perché esso è il luogo in cui si realizza, prefigura il destino ultraterreno di un’umanità altrimenti senza prospettiva».

Saranno i Francescani e gli altri Ordini Mendicanti ad “abbattere il muro” di separazione tra monaci e società civile, dopo la crisi monastica dal Quattrocento: «Si afferma la figura di un uovo religioso, che esce dalla solitudine del chiostro per dedicarsi attivamente alla predicazione, alla cura animarum… (Giulia Marrocchi, 2003)». Molte abbazie diventeranno chiese parrocchiali; altre saranno abbandonate.

Il vetro all’ingresso è decorato con due foglie di palma (simbolo che il Cristianesimo usa per i martiri): chiara allusione si due santi dedicatari

L’abbazia e i santi dedicatari. La Badia romanica amandolese nasce intorno all’anno Mille, con la dedicazione a San Vitale, soldato e martire romano sotto Diocleziano (sec. IV); solo in seguito fu aggiunto il nome dell’altro santo, Ruffino, anche lui soldato. In realtà, esiste una tradizione che identifica Ruffino in un contadino locale che, da solo e nel breve spazio di una notte, arò più di cento moggi di terra (un modius corrispondeva a una superficie tra di 3-4 000 m2; stiamo parlando, quindi, di circa 35 ettari!). Senza voler fare facile ironia, ecco spiegato il motivo del successivo patrocinio di San Ruffino per le malattie come l’ernia.

La navata centrale con l’area presbiteriale rialzata (ph. Claudio Ricci)

Nella cripta, adiacente alla teca dietro all’altare che contiene il simulacro del santo, esiste una struttura nella quale sono conservate le reliquie di San Ruffino martire; nel piccolo vano il fedele può effettuare la litoterapia, con lo “strofinamento rituale”, contro i dolori dell’ernia. «[…] attraverso lo strofinamento si cerca il passaggio del male dal proprio corpo alla pietra. In seguito lo strofinamento fu praticato con lo scopo di ottenere un più intimo contatto con i luoghi frequentati dal santo [o con i suoi resti] per acquisirne parte della santità (Edoardo Micati, 2007)».

Gli affreschi della chiesa (spiegazione nel testo)

La tradizione la vuole fondata da San Benedetto, ma la sua costruzione si deve al vescovo di Fermo e ai feudatari di Monte Passillo (vicino all’attuale Comunanza, un’area di confine tra i territori di Ascoli e Fermo) e Smerillo. Nel sec. XIII, l’edificio fu arricchito della massiccia torre a base quadrangolare, poi trasformata in campanile: la costruzione “collegava” il convento alla chiesa. Il campanile dell’abbazia appare tozzo mentre, nelle chiese farfensi, le torri campanarie erano piuttosto slanciate, alte per essere utilizzate anche per scopi difensivi e per il controllo del territorio (avvistamento).

La cripta sotto l’area del presbiterio. I capitelli tronco-conici hanno incisi abbozzi di foglie

L’attività monastica si fondava sui principi di San Romualdo, iniziatore dell’ordine camaldolese, e di San Pier Damiani, già priore a Santa Maria di Portonovo, al Cònero (articolo precedente, leggilo qui). Il prestigio dell’abbazia era tale che nelle sue strutture spesso ospitò componenti dei Da Varano, i signori di Camerino. Fino al 1274 fu punto di riferimento economico, politico e religioso, con giurisdizione su numerose chiese del territorio; nel 1495, ormai in decadenza, venne assegnata in commendam a un abate dell’Ordine benedettino: come già avvenuto per strutture simili, la commenda fu l’inizio della fine.

Recentemente, l’abbazia ha subìto un attento restauro, nella speranza di una rinascita, spirituale e materiale. Sul lato meridionale dell’edificio abbaziale si sviluppa il convento, un edificio a due piani (le celle dei monaci erano al piano superiore), con un cortile centrale, con l’ingresso a est.

L’ipogeo affrescato e, nel riquadro, l’immagine di S. Ruffino (ph. I luoghi del silenzio)

La chiesa e l’ipogeo. L’aula, in pietra arenaria, ha struttura basilicale a tre navate, con copertura a capriate; le navate laterali erano, in origine, con volte a crociera. Il presbiterio risulta sopraelevato per la presenza di un ipogeo, una cripta a cinque navate e volte a crociera (alzato e ipogeo sono dei secc. XI e XII). Riguardo alla struttura rialzata, ricordiamo che «Ogni barriera architettonica ha la funzione di separare il celebrante dalla comunità di fedeli, dallo spazio designato all’azione liturgica: sopraelevazione del presbiterio, presenza di iconostasi, transenne (Mario Antonelli, 1994)».

Le pareti sono affrescate con opere tardo-medievali, dei secc. XIV e XV: una Vergine in trono col Bambino e un’altra Madonna (con un seno scoperto – è una Madonna del Latte) col Bambino che porge a San Ruffino un ramo, simbolo del martirio; a sinistra della figura centrale, un personaggio pressoché identico al precedente: probabilmente è l’altro martire, Vitale, condedicatario della chiesa.

A sinistra, la teca con l’effige del santo; a destra, ben visibile, sotto il contenitore delle le reliquie, l’apertura da attraversare (per tre volte) per chiedere l’intercessione del santo per la guarigione dell’ernia

L’ipogeo è, verosimilmente, un’antica cripta eremitica, antecedente al sec. VI, il locus sul quale fu poi innalzata l’edificio abbaziale; vi si accede dalla navata sinistra con un basso (!) corridoio munito di tre ripidi scalini, a lato dell’altare. Si tratta di un sacello, una grotta scavata nell’arenaria, con un vano absidale orientato a est. Le pareti sono decorate con affreschi di personaggi in posa ieratica; purtroppo i colori sono sbiaditi e rovinati dalla presenza dei pilastri litici che sostengono la struttura abbaziale.

La torre campanaria e l’abside. Nel riquadro, lo stemma della città di Amandola, murato sulla parete esterna della torre

L’ipotesi più accreditata sull’origine dell’ipogeo è quella che lo identifica con un luogo di culto pagano, dedicato alla dea Bona, divinità protettrice dei campi e delle messi; la supposizione è plausibile, data l’area rurale nella quale è situato l’edificio. In una zona non lontana (in Val di Chienti, nel vicino Maceratese) esiste l’abbazia di Santa Maria di Rambona, toponimo derivato da Ara Bonae, altare di Bona).

Il Lago di San Ruffino. Nel 1961, trecento metri a monte dell’abbazia, fu realizzato uno sbarramento sul vicino fiume Tenna (lo stesso che, proveniente dal Monte Porche, forma l’orrido dell’Infernaccio), con la realizzazione di un invaso lacustre, il Lago di San Ruffino abbastanza profondo (massimo 15 metri, con un volume di 2 milioni e mezzo di metri cubi d’acqua) per poterne utilizzare le acque a scopo irriguo, nel periodo tardo-estivo. Nel tem­po, l’invaso che, a volte viene svuotato, nel periodo invernale, è diventato un attrattore turistico, sfruttato per attività sportive, e area di rifugio per l’avifauna, ben inserito nel paesaggio rurale che lo circonda.

Il Lago di San Ruffino sul Tenna visto da Smerillo; in basso a sinistra, l’abbazia e il convento (ph. Claudio Ricci)

Vari scorci del Lago (ph. C. Ricci e G. Vecchioni)

 


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