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“Jeanne”, da Chicago ad Ascoli
un’opera che lascia il segno

LA PRIMA al Nuovo Cineteatro Piceno conquista la sala. Presenti anche il regista Mariano Aprea e parte del cast, tra cui il montegallese Francesco Eleuteri. Storia di un film autoprodotto e indipendente che prende le mosse da Brecht e dalla crisi del '29

di Walter Luzi

Jeanne. La prima visione dell’opera firmata da Mariano Aprea al Nuovo Cineteatro Piceno lascia il segno. La sala diocesana, che ambisce al ruolo di nuovo polo culturale della città, riapre al pubblico con un lavoro pregevole e impegnato.

Attori e regista salutano il pubblico a fine proiezione

Opera già selezionata per il Festival del Cinema di Berlino, dal linguaggio complesso, composito e intrigante, sospeso com’è fra teatro, documentario e cinema, “Jeanne”, che ricalca il dramma “Santa Giovanna dei Macelli” ambientato da Bertolt Bretch a Chicago durante la grande crisi economica del 1929, non può non colpire lo spettatore.

Un progetto che, fin dalla sua nascita, cinque anni fa, presenta numerose assonanze fra le due epoche. Contraddistinte entrambe da ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Dal sempre più stridente contrasto fra capitalismo dalla voracità senza frontiere e senza etica, e la sopravvivenza dignitosa degli ultimi, degli sfruttati, dei disperati.

“Jeanne” nasce dall’ostinazione del suo regista e dei suoi attori, che, proprio in tempo di pandemia e di lockdown, letale soprattutto per il loro settore, ci si buttano a capofitto con rinnovato entusiasmo. E gratis. Sì, gratis. Nessuno spenderebbe infatti, di questi tempi poi, mezzo milione di euro per produrre questa creatura strana. Dove girato e prove, immagini di back-stage rubate durante le lavorazioni e intensi primi piani si succedono. Merito del giovane Alessandro Giordani, che ha curato fotografia, montaggio e post-produzione.

Francesco Eleuteri

«Non so se questa operazione titanica – spiega il regista Aprea in apertura di prima proiezione – sia buona o cattiva. Difficile lo è stata sicuramente. Lo sconforto, inteso come mancato conforto, economico in questo caso, ha fatto parte del progetto».

Autoprodotto, indipendente, forte, nato e portato avanti, come detto, fra mille difficoltà “Jeanne” è interpretato da signori attori. A cominciare da Clara Galante e Lucianna De Falco, ma l’elenco, che comprende anche il montegallese Francesco Eleuteri, sarebbe lungo. La loro rinuncia ai rispettivi cachet suona come uno schiaffo morale a quanti, purtroppo ad ogni livello, in questo Paese, pensano, per dirla sempre con le parole di Aprea «…che cultura, pensiero ed arte non servono a una minchia…».

Poi ogni spettatore potrà farsi il suo giudizio, che è sempre soggettivo. Ma la lezione di questi professionisti già da sola basta. L’analisi del drammaturgo tedesco sulle disumane logiche e i contorti meccanismi del potere politico, imprenditoriale, finanziario ed economico resta la stessa, anche se è passato un secolo. Aprea porta in scena l’orgia dissoluta, amorale e volgare dei Poteri, da sempre intrecciati fra loro, con crudezza volutamente oscena.

Aprea e Giordani

La fine di “Jeanne”, la pietas per lei, vittima sacrificale di un sistema perverso che la circuisce per corromperla, e troppo pia per guidare la rivolta violenta della miserabile massa dei diseredati. Nel frattempo il Comunismo si è sfaldato e il Capitalismo, ora globalizzato, arranca con tutte le sue metastasi. Ma, come a Chicago nel 1929, capitale industriale della carne in scatola, ancora oggi, nel mondo, si dibatte su distribuzione della ricchezza e condizione umana, sulle speculazioni per il profitto di pochi preferite alla salvaguardia planetaria dei Beni Comuni.

Ci si divide sulla priorità fra bisogni materiali ed aneliti spirituali. Sulla scelta di ogni nostro giorno fra il piatto di minestra, e la lotta per i propri ideali, la realizzazione dei propri sogni. Sulla effettiva saggezza del sempre verde primum vivere deinde philosofari. E poi quella moderna, deprimente sensazione di rappresentare solo rotelline di un ingranaggio invincibile e spietato che ci domina, burattini governati da fili di un Potere prevaricatore e invisibile che ci vessa.

Dio non è più ammesso nei luoghi della vita reale? La spiritualità può vincere davvero il materialismo? La fede come ultimo rifugio, o la violenza come ultima speranza? Questi gli interrogativi degli operai, licenziati e affamati, davanti ai cancelli chiusi dei macelli di Chicago. Gli stessi, nostri, di oggi. Un secolo dopo.


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