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Il “brigante” Giovanni Piccioni,
una figura da riabilitare
Il pronipote: «Sacrificò la vita per la sua terra»

ACQUASANTA TERME - Una storia da riscrivere, sospesa tra leggenda e realtà, che ha segnato l'alba dell'Unità d'Italia. Il maggiore lottò per difendere lo Stato Pontificio e i suoi ideali, perdendo anche tre figli. Il racconto del discendente Luigi

di Walter Luzi

Luigi Piccioni è una autentica istituzione vivente a Valle Castellana. E’ il farmacista del comune teramano da 42 anni. Nell’unica farmacia che sorge proprio accanto al Municipio. Ma soprattutto è il pronipote del comandante Giovanni Piccioni. Sì, proprio lui, quello che tutti chiamano, da sempre, il brigante Piccioni. Ma Giovanni Piccioni non è mai stato un delinquente. La sua storia va raccontata. E riscritta.

Nel ritratto dietro il maggiore Giovanni Piccioni. Davanti i tre figli: da sinistra Gregorio, Leopoldo, Giovanbattista.

Giovanni Piccioni nasce a San Gregorio di Acquasanta, allora frazione del comune di Montecalvo, soppresso dopo l’Unità d’Italia e inglobato in quello di Acquasanta, il 17 maggio 1798. I suoi genitori, Giovanbattista, e Anna Fabiani, sono agricoltori su queste montagne, e proprietari di caseggiati e terreni che coltivano a grano e orzo soprattutto.

Lo zio, Marco Piccioni, il fratello del padre, parroco di Castel Trosino, invita tutta la sua famiglia a stabilirsi con lui. E’ proprio lo zio sacerdote a insegnare a Giovanni a leggere e scrivere, una rarità e un lusso per l’epoca, e a educarlo ai rigidi precetti della Chiesa. Una formazione cattolica radicale che segnerà tutto il corso della sua vita.

Poco più che ragazzo entra a far parte dei centurioni. Formazioni para-militari di volontari, a supporto dell’esercito papale soprattutto nelle regioni più periferiche. Bene armati e addestrati alle tecniche della guerriglia, si ergono a difesa dello Stato Pontificio. In questa struttura Giovanni Piccioni arriva presto al grado di Maggiore, un appellativo che si porterà incollato addosso per sempre.

Nel 1847, dopo il matrimonio con Angela Caponi, ritorna sulle sue montagne. Acquista dalla famiglia Rozzi casa e terreni a Rocca di Montecalvo, proprio sopra il lago di Talvacchia, poco distante da San Gregorio. Casa dei Rozzi si chiamerà così per sempre quell’agglomerato, dove, con manodopera locale, torna a lavorare la terra e a curare i suoi vigneti che danno buon vino.

Qui Giovanni viene presto eletto Priore di Rocca di Montecalvo. Designato dalla Curia Vescovile, quindi uomo di fiducia dello Stato Pontificio, ma eletto dai suoi compaesani, che vedono in lui il proprio leader. Piccioni guiderà le milizie papaline locali alla riconquista di Ascoli Piceno, resasi indipendente dopo i moti insurrezionali del 1831, spinti dai venti rivoluzionari che spirano dall’Europa. Chiama a raccolta e guida in battaglia i suoi centurioni provenienti dai Comuni dell’alta valle del Tronto. Tanti sono i volontari che arrivano a ingrossare le fila dei riservisti papalini. Non solo da Montecalvo, ma anche da Mozzano, Acquasanta, Montegallo, Arquata.

Il farmacista Luigi Piccioni. Pronipote di Giovanbattista.

A San Gregorio il maggiore Piccioni insedia il suo quartier generale. Organizza gerarchicamente e disloca le sei compagnie, che arriverà a contare migliaia di uomini, nei vari punti strategici, Mozzano, Cagnano, Coperso, Spelonga, Montegallo. E’ il Corpo di Riserva Pontificio. Una milizia papalina volontaria bene armata, nata e inquadrata senza opacità di intenti, che si scontra, nel 1849, con i rivoltosi ascolani alle porte della città.

E’ una grande vittoria sui repubblicani guidati dal capitano Colucci, per il comandante Piccioni, che entra in Ascoli alla testa dei suoi uomini e vi ripristina il governo pontificio. Fa abbattere l’albero, simbolo della rivolta in Piazza del Popolo, e riconsegna la città delle cento torri al Papato.

Un’impresa che verrà ricompensata da una medaglia, e una pensione di tre scudi romani al mese. Che non è che fosse poi una gran cifra. Ma il mito del comandante Piccioni è già nato. Torna a coltivare le sue terre, alla vita semplice di montanaro con la sua numerosa famiglia. La moglie Angela gli ha dato infatti ben nove figli: Giorgio, Gregorio e Leopoldo, che combatteranno al suo fianco, Giovanbattista e Gioacchino e poi le quattro femmine, Leopoldina, Rosalia, Michelina e Giacinta.

Ma la Storia della sua terra lo chiama presto ancora in causa. Le imprese garibaldine da Sud e l’offensiva piemontese da nord rischiano, solo pochi anni dopo, di stritolare nella morsa unitaria lo Stato Pontificio. Il potere temporale esercitato dalla Santa Sede sui propri territori per quasi mille anni, rischia di sgretolarsi per sempre. Il suo esercito non è nemmeno degno di questo nome.

La targa a Rocca di Montecalvo

Il generale Lamoriciere pensa ancora a Piccioni e alle sue milizie come baluardo difensivo. Invia a San Gregorio legati papali guidati da un suo stretto collaboratore, per convincere il Maggiore a schierarsi ancora sotto la bandiera bianca e gialla con le insegne Pontificie. La missione di Chevigny ha successo, anche promettendo rinforzi da Roma, e il soccorso di potenze straniere, che non arriveranno mai.

Giovanni Piccioni, pure conscio delle estreme difficoltà dell’impresa, non esita a tornare a servire la causa, in nome dei nobili ideali che hanno sempre animato la sua vita. Preceduto dalla sua fama, ottiene qualche illusorio successo nelle prime scaramucce di guerriglia contro le truppe piemontesi. I nuovi invasori della loro terra. Che non esitano ad usare ogni mezzo per soffocare al più presto, nel sangue, quella può considerarsi la prima forma di Resistenza della Storia italiana.

Le truppe Sabaude, sotto il comando del generale Ferdinando Augusto Pinelli, iniziano infatti a terrorizzare ignobilmente gli abitanti indifesi dei paesi sospettati di dare supporto agli uomini di Piccioni. Delinquenti comuni. Briganti. Già, briganti. Cafoni che attentano alla sicurezza del nascente Regno d’Italia. E’ così che verranno consegnati alla Storia. Scritta, sempre, da chi le guerre le vince. Ma le guerre sono tutte sporche. Sempre. Case incendiate, razzie di animali, saccheggi, esecuzioni sommarie di civili, stupri e violenze efferate sistematiche ai danni della popolazione civile inerme, e spesso innocente, fiaccano presto ogni resistenza.

Pinelli, che ebbe a dichiarare «…contro nemici tali la pietà è un delitto…» fa terra bruciata intorno agli uomini di Piccioni senza quasi mai affrontarli direttamente. Il terrore lo ripaga. I collegamenti fra le formazioni papaline, già difficili, si interrompono, e vengono a mancare i rifornimenti. Non c’è casa dell’acquasantano che non abbia avuto morti ammazzati dalle truppe regie, e, dopo tanti lutti familiari patiti, anche lo scoramento fra i riservisti pontifici si fa strada.

Piccioni scioglie le Compagnie. Chi vuole può tornare a casa. In molti, braccati e affamati, restano alla macchia come lui. Qualcuno, come i suoi figli, riesce a raggiungere Roma per riunirsi ai comitati anti-unitari della capitale. Giorgio rimarrà ucciso in un agguato tesogli a Piedicava di Acquasanta. Leopoldo, arrestato a Roma nel 1867, sconterà 25 anni di prigione, prima a Gaeta e poi a Pianosa. Tornerà infine nella sua casa di Rocca Montecalvo dove morirà il 14 aprile 1898. Anche Gregorio morirà segregato, in condizioni disumane, nel carcere duro di Finalborgo, in provincia di Savona. Un ex convento confiscato proprio allo Stato Pontificio.

L’albero del Piccioni

Braccato come un pericolo pubblico, per due anni il Maggiore Piccioni riesce a sfuggire alla cattura. Nascondendosi nei boschi, di cui conosce a memoria ogni anfratto, e grazie all’aiuto prezioso di pochissimi amici fidati. Sulla sua testa pende infatti anche una taglia molto allettante messa dai piemontesi. Nel 1863 decide di raggiungere i figli a Roma. A Colonna di Acquasanta si aggrega a due sacerdoti, conosciuti grazie ad una delle sue figlie, diretti proprio nella capitale per proseguire poi verso le loro Missioni in Africa.

E’ chi gli procura falsi documenti di identità per il viaggio, a tradirlo. Viene catturato infatti in una trattoria vicino alla stazione di San Benedetto del Tronto, dove sta pranzando con i due religiosi in attesa del treno. Il commissario ascolano Alvitreti si farà un nome grazie a quell’arresto eccellente, frutto solo di una delazione infame. Tradotto alla Fortezza Malatesta di Ascoli, a settant’anni, Giovanni Piccioni affronta un processo dalla sentenza già scritta.

Insurrezione e costituzione di banda armata, secondo l’accusa. Lo condannano a sedici anni di reclusione, che, alla sua età, equivalgono ad un ergastolo, e a mille lire di multa. Anche lui sa che morirà dentro quella prigione. Alla lettura della sentenza replica amaro al giudice: «Qualche anno farò in tempo a farmelo. Gli altri dovrà farseli lei al posto mio». Morirà nella sua cella, infatti, nel 1868. Il suo cadavere gettato nella fossa comune della Fortezza. I suoi discendenti perseguitati fino al 1945 dal Governo italiano, che esige, come da sentenza, trentaduemila lire di risarcimento danni. Un prestito della Curia di 323 scudi romani permetterà loro di saldare il debito con lo Stato ed evitare il pignoramento degli immobili.

Pino Presciutti nei panni di Piccioni

L’attore Pino Presciutti ha impersonato con grande intensità il Maggiore, in un videoclip diretto dal giovane regista e reporter Federico De Marco cinque anni fa. Le immagini accompagnano le note, altrettanto malinconiche ed esaltanti, del gruppo musicale Abetito Galeotta che cantano le gesta di Giovanni Piccioni.

Anche L’Officina del Sale di Mozzano ha dedicato un canto popolare alle imprese del Maggiore. Omaggi postumi, che vogliono, devono, riscrivere la storia, quella vera, di Giovanni Piccioni. Con i loro libri hanno iniziato questa opera, in epoche diverse, don Virginio Cognoli e Timoteo Galanti fra gli altri. A Pietroneno Capitani la storia di Piccioni ha ispirato recentemente un bel romanzo storico “Le ultime ore di Civitella”. La fortezza di Civitella del Tronto, vicinissima, ultimo baluardo borbonico ad arrendersi, a cadere, con onore, quando l’Unità d’Italia è già stata dichiarata.

«Gli uomini come Giovanni Piccioni si meritano più rispetto – sostiene, non da oggi, il pronipote Luigi – l’impegno, la perseveranza, la devozione alla causa di queste persone sono inimmaginabili al giorno d’oggi. Giovanni ha sacrificato la propria vita e quella di suoi tre figli solo ed esclusivamente per lo Stato Pontificio, e per gli ideali più alti che esso rappresentava».

L’integrità morale del Priore di Rocca Montecalvo, Giovanni Piccioni, non è mai venuta meno. Ricorda ancora il pronipote Luigi: «Ben sapendo che qualcuno dei suoi uomini sotto la bandiera del Papa avrebbe potuto approfittare per perseguire bassi interessi personali, o consumare vendette private, in una lettera aperta così li ammonisce».

“Quartier Generale di San Gregorio, 12 gennaio 1861…soldati, nel mentre debbo rallegrarmi con voi per le vostre prodezze già operate contro il nemico e lodare il vostro sommo valore, sono costretto, con grande dispiacere e rammarico, per le lagnanze di molti buoni e legittimi fedeli al nostro sovrano Pio IX°, a rimproveravi per le soverchierie e i disturbi che fate a questi patire…ricordatevi che voi siete assoldati per difendere la religione di un Cristo, Egli è il vostro sommo padrone e primario condottiero e che lungi dovete essere dalle ubriachezze e dalle bestemmie e da qualunque discorso maldicente e immodesto…rispetto dovete avere alla Santa Chiesa e ai ministri di Dio, a pro dei quali dobbiamo esporre le nostre sostanze e le nostre vite… coraggio! mentre risorgeremo dalle nostre miserie, dimenticheremo le nostre sventure, e fiduciati nell’aiuto del sommo Iddio, dell’Immacolata Concezione Maria Santissima, e del nostro inclito protettore Sant’Emidio, seguiteremo con maggiore forza, con maggiore valore a battere il nostro nemico…”.

Non sono certo queste le parole di un brigante, di un bandito cafone, di un ladrone rozzo e sanguinario, come è stato descritto poi dai vincitori. In queste righe c’è tutto il nobile credo del Maggiore Giovanni Piccioni. Una figura da riabilitare. In un epoca dove taluni altri tentativi di revisionismo storico fanno ribrezzo, appare doveroso ridare dignità al brigante che brigante non è mai stato.

«Quando sento parlare dell’albero del Piccioni – continua Luigi – come il nascondiglio preferito per i suoi agguati ai viandanti da rapinare, mi viene da sorridere. Il nonno di mio nonno non c’entra nulla con quell’albero. Ma quel gigantesco e millenario platano cavo che sorge lungo la via Salaria, continua a tramandare una leggenda che contribuisce a mantenere viva anche la memoria di Giovanni. Perciò va bene così. Vorrei solo riuscire ad affiggere una targa sulla sua casa natale di San Gregorio, magari a fargli intitolare anche una piazza, come il Comune di Acquasanta ci ha promesso, e dargli una tomba, anche simbolica, nella sua terra che tanto ha amato. Faccio appello a storici, antiquari e collezionisti. Chi avesse oggetti o documenti antichi che riguardano, o ricordano, il maggiore Piccioni, ce lo comunicassero. Siamo interessati, noi ultimi suoi discendenti, a custodirne la memoria».

La famiglia di Luigi ha abitato nella casa del Maggiore, a Rocca Montecalvo, fino al 2016. Solo il terremoto, e la conseguente inagibilità, hanno potuto allontanarli da quelle mura ricche di storia e di inestimabile valore affettivo. Altri discendenti diretti del Maggiore vivono ad Ascoli, Campobasso e Montreal.

In famiglia abbondano i Giovanni e le Giovanna.

Luigi Piccioni, il farmacista storico di Valle Castellana, ha due figli, Rosalia, farmacista anche lei, ed Emiliano. Rosalia come la nonna di Luigi, una tipa tosta. Rosalia come la figlia di Giovanni Piccioni. Il Maggiore. Che, come cantano gli Abetito Galeotta, non si separa mai dal suo fucile, sfida il suo coraggio e cavalca il tuono. Sempre animato, e illuminato, solo dalla fede.

 


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