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Diana Sansoni, senza camice e peli sulla lingua,
ha un desiderio “proibito”:
suonare il sax con la sua banda

ASCOLI - Il direttore del Presidio Unico Ospedaliero dell'Area Vasta 5, ora in pensione, si racconta alla fine della sua lunga carriera. Dalla malinconia di lasciare una nave che rischia la deriva, sotto la pressione dell'emergenza sanitaria, al rivelarsi in una veste inedita. Ma sempre di  "capobanda" e con un gilet rosso per divisa (IL VIDEO)
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di Maria Nerina Galiè

Diana Sansoni, 63 anni, direttore del Presidio Unico Ospedaliero dell’Area Vasta 5 è in pensione. Da oggi, 1 novembre, ha ufficialmente appeso il camice al chiodo ed un desiderio al momento “proibito”: quello di tornare ad indossare il gilet rosso della “Nuova Orchestrale

area vasta 5

Diana Sansoni, direttore dei presidi ospedalieri dell’Area Vasta 5

Picena” di cui è capobanda e sassofonista.

Una veste insolita per la dottoressa, sebbene in più occasioni ha animato la vita cittadina in feste come quella del Patrono Sant’Emidio (guarda il video).

Un ruolo, quello di “capobanda”, che però è affine alla indole, determinata e mai propensa a tirarsi indietro di fronte alle responsabilità, come ha dimostrato nella sua lunga carriera nella Sanità picena, conclusa con l’impegno in prima linea contro il Covid, fino all’ultimo giorno di lavoro, che lascia con un pizzico di malinconia.

«Ma anche – aggiunge – con la consapevolezza che questo era un programma imbastito nel tempo. Sono combattuta tra il senso dell’essere medico, e lasciare in questo particolare momento, e la coscienza di portare avanti la mia vita. Resterò in ogni caso d’appoggio ai mei colleghi». 

La dottoressa Sansoni poteva andare in pensione da tempo, per motivi di salute.

«L’ho vista come una scappatoia che mal si concilia con la mia rettitudine. Poi, a febbraio si era parta un’altra possibilità, ma mi sono dilungata nel fare la domanda e mi sono ritrovata nel pieno dell’epidemia. Ho voluto condurre la nave in porto».

Una nave che ora rischia la deriva sotto la pressione dell’emergenza sanitaria legata, in particolare, ad una maggiore richiesta di ospedalizzazione. E’ di ieri la revisione del piano pandemico regionale da parte del presidente Francesco Acquaroli (leggi qui).

«Ci sono delle differenze tra la prima ondata ed ora. A marzo il virus nel Piceno è arrivato in ritardo, permettendoci di prepararci. Ma soprattutto siamo stati tempestivi nel chiudere tutto, mi riferisco alle prestazioni sanitarie procrastinabili, impegnare il personale sul fronte dell’epidemia e in due giorni, era il 20 marzo quando ci è stato chiesto dalla Regione, abbiamo riconvertito il “Madonna del Soccorso” in ospedale Covid e spostato tutti i reparti».  

La banda della dottoressa Diana Sansoni

Anche ora l’ospedale della Riviera si sta preparando a riaccogliere i pazienti contagiati, con i 30 posti letto di Geriatria, per iniziare.

«Adesso però vedo un sistema Marche frammentato. Vedo un “Astronave” che non decolla (è chiaro il riferimento al Covid Hospital di Civitanova, ndr) e colleghi che si appellano per un posto letto di Rianimazione o semi intensiva.

Si sta adottando il criterio della modularità nell’utilizzo degli ospedali per i positivi. Nel Piceno ora sono coinvolti entrambi gli ospedali e non si è interrotta completamente l’attività ambulatoriale. Non mi riferisco ovviamente a quella breve e urgente, che non è stata fermata nemmeno durante il lockdown. Sia ben chiaro».

E torna in auge la delibera 523 del maggio scorso, in cui la Regione Marche stabiliva il piano per un’eventuale recrudescenza del virus.

I primi ricoverati della seconda ondata erano destinati, fino a copertura dei posti, ai reparti di Malattie Infettive di Fermo, Ancona e Pesaro. Ma è durato poco e forse i vertici della Sanità regionale, probabilmente nazionale, non si aspettavano che nel giro di poche settimane le richieste di assistenza medica e di ospedalizzazione, compresa la terapia intensiva, crescesse con tale rapidità.

Fatto sta che i 16 posti di Malattie Infettive del “Mazzoni” di Ascoli si sono riempiti appena aperti, i 12 di Rianimazione di San Benedetto sono al culmine, sono anche pieni le Murge di entrambi gli ospedali della provincia. E non bastano.

«Se i numeri non scendono, ci sarò davvero da preoccuparsi», commenta la dottoressa Sansoni che si abbandona a due considerazioni e l’ammissione di una nota di delusione nei confronti dell’Asur.

La prima considerazione: «L’ospedale alla Fiera di Civitanova deve riaprire tutto subito. Sarà un problema capire con quale personale Non certo il nostro».

La seconda: «Quando dico che il sistema Marche non “fa sistema” mi riferisco alla situazione del Sud delle Marche. Nel piano di maggio si parlava di riconvertire l’ospedale di Camerino, che è uno dei 5 dell’Area Vasta 3 insieme con Macerata, Tolentino, Civitanova e San Severino, per un bacino d’utenza di 320.000 persone. Poi semmai il “Madonna del Soccorso”, uno dei tre ospedali per i 400.000 utenti compresi dalle Aree Vaste 4 e 5».  

La delusione: «Avevo chiesto all’Asur di poter andare in pensione con un livello pari almeno a quello di un direttore di Distretto. Mi è stato risposto di no, che sono “solo” un direttore di presidio. E’ vero, la differenza che una mia ordinanza fino a ieri muoveva 2.000 persone, con tutto quello che comporta di responsabilità.

Ci sono rimasta male. Tenevo a questo riconoscimento professionale, che hanno altri direttori medici di presidio delle Marche. Ma non sono persona da far prevalere il rancore».

Soprattutto al termine di una più che onorabile carriera, costellata di soddisfazioni.

Adesso quindi non ci sono più scuse, la dottoressa Sansoni ha tolto per sempre il camice. Ma quel gilet rosso ed il sassofono sono lì ad attenderla, per continuare ad essere capobanda, se non più della Sanità picena, certamente del gruppo di musicisti che rallegreranno piazze e vie della città. Ma per questo dobbiamo tutti attendere che della pandemia resti solo il ricordo. 

 

 


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