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“Che anno è stato” secondo Cna:
i dati negativi del 2020 per orientare
l’economia verso nuovi orizzonti

ECONOMIA - Giovanni Dini, responsabile del Centro Studi dell’associazione marchigiana: «Sono in atto azioni forti di rilancio da parte dell’Unione Europea con il Recovery Fund, che però meriterebbero una comunicazione più chiara». Claudio Socci, docente di Politica Economica all’università di Macerata: «Crisi non congiunturale ma strutturale. Si deve puntare su innovazione e tecnologia»
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Di Federica Broglio

Un anno nefasto, funesto, da dimenticare. Sono queste le definizioni che descrivono il 2020. Ma la Cna non piega la testa, non si lascia prendere dallo sconforto e investe sul futuro, al fianco dei suoi associati. Lo fa senza ovviamente perdere di vista i dati che hanno caratterizzato quest’anno drammaticamente segnato dalla pandemia, ma li analizza per trarne uno spunto di riflessione sulla direzione da percorrere per la ripresa. Le imprese per sopravvivere devono puntare sull’innovazione e su produzioni e servizi ad alto contenuto tecnologico. Questo è il futuro, non c’è altra strada.

Così in un webinar organizzato dalla Cna di Fermo, Ascoli e Macerata, alla presenza dei rispettivi direttori, dal titolo “Che anno è stato” la lettura dei dati è stata affidata a Giovanni Dini, responsabile del Centro Studi dell’associazione marchigiana, che ha messo proprio in guardia su queste statistiche nazionali, che non sempre rispecchiano la situazione veritiera di un territorio.

Come la classifica redatta dal Sole 24 Ore che sulla qualità della vita relega la città di Fermo al 68esimo posto, contro il 13esimo di Ascoli, un gap che non ha giustificazioni se si considerano le analogie del sistema economico e sociale delle due province (leggi qui).

Un allarme non è però da sottovalutare, avverte Dini, quello legato alle nuove imprese che negli ultimi 11 mesi hanno avuto un calo del 24,6% a livello regionale. Non si fa più impresa, non ci sono nuovi slanci, se anche ci fosse qualcuno con una buona idea per intraprendere una nuova attività è disincentivato dalla congiuntura negativa ad avviarla.

E i numeri parlano chiaro, duemila imprese in meno nelle Marche in un anno, con un territorio in caduta libera e un segno meno costante negli ultimi 10 anni.

«Esiste un problema di fiducia che la pandemia ha accentuato – afferma il professor Dini – e un campanello di allarme sugli indicatori del lavoro dei flussi in ingresso e uscita per quanto riguarda l’occupazione femminile che non va sottovalutato, così come quello delle persone che sarebbero disposte a lavorare ma che non sono incentivate a cercarlo». Sul piano occupazionale il sistema ha retto il periodo di crisi e di chiusure forzate per lockdown, ma grazie soprattutto agli incentivi sui contratti a tempo indeterminato, determinato e subordinato, e ad una stagionalità che per il turismo è stata sufficientemente garantita grazie al periodo estivo. Per quanto riguarda i settori, l’imprenditorialità locale ha dato prova di forte resilienza soprattutto nella produzione alimentare, nei servizi e nella meccanica.

«Bisogna capire cosa succederà quando finirà il blocco delle assunzioni – avverte Dini -. Sono in atto azioni forti di rilancio da parte dell’Unione Europea con il Recovery Fund, su cui però bisognerebbe dare una comunicazione più chiara per poter dare ai cittadini un’iniezione di fiducia. Anche la manovra di bilancio sembra dare speranza alle assunzioni dei giovani. C’è da augurarsi che le risorse vengano spese al meglio».

E’ il professor Claudio Socci, docente di Politica, docente di Politica Economica dell’Università di Macerata e ospite della diretta online, a dare una lettura diversa, specificando la necessità di analizzare non solo i dati sulla perdita del numero di imprese e sulla crisi, ma soprattutto le cause. «C’è da capire se si tratta di una situazione dettata dalla pandemia e quindi dalla difficoltà di movimentazione delle merci, di circolazione, di export e di adeguamento alle prescrizioni di sicurezza, oppure da una causa più strutturale». Se infatti fosse una crisi momentanea, potremmo essere comunque fiduciosi nei confronti del futuro, sostenuti quest’anno da molti aiuti alle famiglie, dalla cassa integrazione e da altri bonus dello Stato alle categorie economiche più svantaggiate. «E’ invece vero che chi ha realmente resistito e ha anzi ottenuto un’inversione di tendenza, aggredendo il mercatofa notare il docente universitario, – sono quelle aziende che hanno puntato su innovazione e tecnologia. Questo ci deve dare indicazioni precise sulle politiche, anche a livello regionale, da adottare per orientare e aiutare la transizione delle imprese verso nuove forme di economia».


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