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Il guerriero celeste:
l’iconografia micaelica nel corso del tempo

ALLA SCOPERTA delle raffigurazioni di San Michele Arcangelo negli edifici sacri del Piceno. Da Sant'Angelo Magno ad Ascoli alla chiesa di San Michele ad Appignano fino alla toponomastica della Montagna dei Fiori

San Michele affrescato su uno dei pilastri della chiesa di Santa Maria inter vineas ad Ascoli

di Gabriele Vecchioni

(foto di Franco Laganà e Gabriele Vecchioni)

In un articolo di qualche mese fa abbiamo visto come nei momenti di difficoltà “sociale” (in particolare, durante le pestilenze), i fedeli si rivolgono a santi intercessori, che hanno il compito di raccomandare l’intervento divino a protezione dell’umanità sofferente.

La statua di bronzo che sovrasta Castel Sant’Angelo (spiegazione nel testo, ph. In terris)

In quell’occasione, fu introdotta la figura di San Michele Arcangelo come protettore dei credenti: un santo “importante”, si pensi che nella sola diocesi picena ben dieci chiese sono dedicate a lui. Abbiamo già avuto modo di occuparci del Santo in occasione della (ri)scoperta di una pittura murale presente nella chiesetta rurale di Vitavello (leggi qui). Qui sarà analizzata l’iconografia del Santo e la sua evoluzione nel corso del tempo, prendendo in considerazione alcune figurazioni presenti in edifici sacri cittadini e di località vicine.

L’episodio che consacrò San Michele (l’Angelo, nella sua forma semplificata) come santo protettore dalle calamità avvenne nel 590 quando, dopo la morte di papa Pelagio II, deceduto a causa della peste che infestava da tempo la Città Eterna, fu eletto al soglio pontificio Gregorio, personaggio carismatico che tanto avrebbe inciso nella storia della Chiesa (è il papa che convertì i Longobardi, favorendo la loro piena integrazione nel tessuto sociale della Penisola).

Il medaglione di travertino con la figura di San Michele, su uno dei lati del campanile della chiesa di Sant’Angelo Magno (ph. Alfredo Tilli, Ascoli la città del travertino)

Per fermare l’epidemia Gregorio indisse una “litania settiforme”, costituita da sette processioni solenni che si sarebbero riunite in San Pietro. Quando il corteo arrivò al ponte sul Tevere, davanti al Mausoleo Adriano, il papa ebbe la visione dell’Angelo che, con i piedi ben piantati in terra (si mostra ancora una pietra con le sue impronte), rinfoderava la spada: era un gesto di pace, il segno della cessazione della pestilenza.

Il Mausoleo diventò, in suo onore, Castel Sant’Angelo e sulla sommità fu costruita una cappella, poi sostituita da una statua; quella attuale, in bronzo e alta più di cinque metri, è del fiammingo Peter Anton Verschaffelt (1750-52): raffigura l’Arcangelo nella posa in cui lo “vide” Gregorio Magno. Nel monumento, l’Angelo è rappresentato in maniera differente dalla sua figurazione canonica; ha le ali spiegate ma è ben saldo a terra, in una posa statica e insolita (è un guerriero!), mentre ripone la spada nella guaina.

Gregorio di Tours e Jacopo da Varazze (nella Legenda Aurea) ci tramandano che San Michele Arcangelo è il condottiero celeste che guidò le schiere angeliche del Paradiso contro Lucifero e gli angeli ribelli, sconfiggendoli e facendoli precipitare all’Inferno.

A sx, l’Ercole che sconfigge l’Idra, di Antonio del Pollaiolo (XV sec.); a dx, la pala d’altare dedicata a San Michele Arcangelo, nella parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo a Iseo (BS), realizzata da Francesco Hayez (XIX sec.) e apprezzata dal Manzoni. Evidente la somiglianza della posizione e del gesto dei due personaggi, pur rappresentati con diverse sensibilità

Il culto micaelico. Il Santo è secondo, per culto, solo alla Madonna; oltre che dai cristiani, è venerato anche dagli ebrei e dai mussulmani. Il nome Michele deriva dall’ebraico Mika’El, che significa “Chi è come Dio?” (grido con cui l’angelo si sarebbe scagliato contro Lucifero brandendo la spada); la frase è spesso riportata in latino (Quis ut Deus): ad Ascoli, è scolpita sullo scudo della figura di travertino presente sotto la cuspide del campanile della chiesa di Sant’Angelo Magno. Si festeggia l’8 maggio (data dell’Apparitione Sancti Michaelis in monte Gargano, alla fine del sec. V) e il 29 settembre, insieme con gli altri due arcangeli, Raffaele e Gabriele. Le due date sono importanti perché segnavano i limiti temporali della transumanza: nel mondo pa­storale, il 29 settembre era il “capodanno dei pastori” e la festa dell’8 maggio era quella del ritorno degli armenti.

Il San Michele di Vitavello

È interessante porre l’accento sulla continuità devozionale, misteriosa e affascinante al tempo stesso, tra la divinità protettrice dei pastori nel mondo pagano e la nuova figura, inserita in un quadro cultuale diverso, quello cristiano. San Michele era il protettore dei conduttori dei greggi che, spesso, ne portavano l’immaginetta o la statuina addosso: un’usanza che deriva, probabilmente, da tradizioni pagane: l’Angelo avrebbe ripreso le caratteristiche di Ercole, loro protettore nei tempi antichi. La relazione tra l’antica devozione al semidio e il più recente culto micaelico (diffusosi rapidamente anche perché il santo era uno dei “preferiti” dei nuovi dominatori Longobardi) trova una conferma indiziaria nella forte analogia iconografica: Ercole e Michele hanno una figura prestante, con le spalle coperte da una pelle o da un mantello, e manifestano entrambi un atteggiamento aggressivo, con il braccio alzato e armato di clava o di lancia.

L’Angelo ed Ercole sono legati, poi, dalla comune lotta con il serpente-diavolo: l’angelo lo combatte e lo schiaccia sotto i calzari; il semidio, appena nato, ne strozza due nella culla. Per quanto riguarda la lancia impugnata dall’Angelo, essa è una figurazione antica; dalla seconda metà del sec. XV viene spesso sostituita dalla spada sguainata e alta sul capo. Anche lo scudo viene sostituito dalla bilancia, come vedremo più avanti.

Il bassorilievo di terracotta di Appignano del Tronto

La devozione verso il Santo è tuttora viva, spesso presente nella toponomastica locale: sulle pendici della Montagna dei Fiori si trovano due grotte abbastanza grandi a lui intitolate (Sant’Angelo a Ripe e Sant’Angelo in Volturino). La dedicazione degli ipogei all’Angelo si deve alla forte valenza simbolica, perché esse sono «una specie di copia autorizzata, autenticata e condivisa del santuario micaelico del Gargano (Maria C. Nicolai, 2001)», ricavato nella grotta dove l’Arcangelo si era rivelato per la prima volta (sec. V), tra un turbinìo di luci multicolori.

L’Angelo affrescato in una delle vòlte della cripta della cattedrale. Rilevante la presenza del simbolo mariano della stella a otto punte

Iconografia del santo. Ma passiamo alla rappresentazione pittorica e plastica del “guerriero celeste”. Abbiamo già visto che San Michele, nella sua figura di capo delle milizie divine, combatte contro Satana e gli angeli ribelli, sconfiggendoli.

Questa immagine di combattente è quella preferita in Occidente mentre nel mondo orientale, la chiesa ortodossa privilegiava la rappresentazione come dignitario: il Santo veste la dalmatica, una tunica lunga fin sotto alle ginocchia e con maniche larghe, segno distintivo dei funzionari imperiali; nelle icone bizantine, a volte, indossa il lòron, una banda di tessuto prezioso, simbolo di grado elevato.

Nell’affresco seicentesco della chiesa di Sant’Angelo di Vitavello al quale si è fatto riferimento Michele è raffigurato come un guerriero giovane (immagine della perfezione) con le ali spiegate, ha una corazza e con la lancia tiene a bada una figura demoniaca. Anche la lancia ha valore emblematico: fin dalle rappresentazioni più antiche simboleggia il suo essere tramite tra Cielo e Terra.

Angeli affrescati a Santa Maria inter vineas. A dx, particolari dell’Angelo pesatore

Nell’arte statuaria, il santo è raffigurato come sauroctono, uccisore del serpente (il drago, che simboleggia il Male). Uno splendido esempio è nella chiesa di Sant’Angelo Magno (purtroppo ancora inagibile per il terremoto del 2016), nel sestiere cittadino della Piazzarola; la statua processionale (sec. XIX) lo rappresenta in una posa energica, mentre incatena il Diavolo: la simbologia del Bene che trionfa sul Male è chiara.

L’Angelo affrescato nella chiesa ascolana dedicata a San Giacomo Apostolo (ph. F. Laganà)

Una raffigurazione simile è ad Appignano del Tronto. Nella lunetta della chiesa di San Michele (sec. XIV, anch’essa inagibile), un vigoroso bassorilievo in terracotta dello scultore offidano Sergiacomi riprende il tema dell’Angelo che incatena il demonio. All’interno, nel catino absidale della stessa chiesa, un affresco dell’artista sambenedettese Giuseppe Pauri (primo decennio nel Novecento) raffigura l’Arcangelo in gloria, come vincitore di Satana, davanti alla coorte angelica.

Ad Ascoli la figura di San Michele Arcangelo è presente in diverse chiese. Cominciamo da quella “scoperta” nel corso del recente restauro degli affreschi della cripta della cattedrale. In una delle vòlte è affrescata un’insolita figura dell’Angelo ad ali spiegate con vesti sacerdotali (indossa un piviale decorato, di colore rosso). Nell’immagine colpisce la bellezza dei lineamenti del viso, caratteristica peraltro comune a tutte le figurazioni micaeliche. «Del volto è rimasto solo il segno della sinòpia [disegno preparatorio realizzato dall’artista con terra d’ocra] di colore rosso vivo. È una sinòpia molto schematica ma altamente espressiva».

San Michele Arcangelo nella chiesa sconsacrata di Sant’Andrea, nel quartiere cittadino di Porta Romana (ph. F. Laganà)

A Sant’Angelo Magno è raffigurato in due affreschi e in una tela (sec. XVIII) mentre sconfigge gli angeli ribelli e nella sua apparitione al vescovo di Siponto. Altre rappresentazioni dell’Angelo sono nelle chiese cittadine di Sant’Andrea, San Giacomo e Santa Maria inter vineas (sec. XIII).

In quest’ultimo edificio, l’Angelo è rappresentato sia isolato su un pilastro, vestito con la dalmatica, sia vicino alla Vergine col Bambino, mentre regge una bilancia a due piatti, sui quali sono raffigurati visi umani. È la psicostasìa, o­perazione assente nelle Scritture cristiane ma radicata in Oriente, dove la tradizione deriva dalla mitologia egizia e persiana e presente anche nell’islamismo. Nell’antico Egitto, era la “pesatura del cuore” (sull’altro piatto della bilancia c’era una piuma!), effettuata dal dio Toth: dall’esito dipendeva l’entrata nel Regno dei morti.

La splendida chiesa (ancora inagibile) di Sant’Angelo Magno, nel sestiere cittadino della Piazzarola. A metà della navata destra, è esposta la statua processionale del Santo (spiegazione nel testo, ph. FAI)

Nel Cristianesimo, la pesatura dell’anima appare nella letteratura apocalittica ed ha valore escatologico (avviene alla fine dei tempi); è l’arcangelo Michele che funge da giudice, mettendo sui piatti della bilancia le buone azioni compiute nel corso della vita e quelle cattive. Il suo antagonista è Satana, che cerca di barare sul peso, sottraendo buone azioni. Dall’esito dell’operazione dipende l’ammissione al godimento eterno dei beni spirituali, dopo il Giudizio finale.

Proprio a quest’ultimo atto della vita del fedele si fa riferimento nelle “Opere ascetiche” di Sant’Alfonso de’ Liguori (sec. XVIII): Michele è invocato come protettore delle anime nel momento del trapasso: «Sancte Michael Archangele defende nos in proelio ut non pereamus in tremendo iudicio (San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia, affinché noi non periamo nel terribile giudizio)».

L’iconografia micaelica (l’Arcangelo con le ali spiegate che schiaccia il Maligno) si ripete sullo scudo tra le zampe del leone di terracotta, a Monte San Pietrangeli, nel Fermano

L’Arcangelo come pesatore di anime in tre diverse raffigurazioni, già analizzate in un precedente articolo

In una chiesa del popoloso centro di Pagliare (Vallata del Tronto) ritroviamo l’Angelo in una figurazione moderna con l‘antica arma della lancia (spiegazione nel testo)

 

 


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