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«Le azioni di Oseghale dopo il delitto
dimostrano che è colpevole
I trolley doveva prenderli qualcuno?»

OMICIDIO DI PAMELA – Sono uscite le motivazioni della sentenza della Corte d’assise d’appello di Ancona che ha condannato all’ergastolo il nigeriano difeso dagli avvocati ascolani Matraxia e Gramenzi. I giudici scrivono: «Straordinaria valenza probatoria hanno le condotte post mortem dell’imputato. Non ha mai fatto una mossa a caso, ma per disfarsi del corpo il suo agire è diventato goffo, perchè?»
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Innocent Oseghale dopo la condanna

di Gianluca Ginella

«La condotta post mortem di Innocent Oseghale è la chiave di lettura di quanto accaduto e la prova che ha ucciso Pamela Mastropietro. I suoi comportamenti erano legati alla volontà di coprire l’omicidio».

I giudici della Corte di appello di Ancona lo dicono nelle 150 pagine di motivazioni della sentenza (uscite nel pomeriggio di venerdì 15 gennaio) in cui hanno confermato la condanna all’ergastolo del nigeriano, accusato dell’omicidio della 18enne romana, uccisa a Macerata, nell’appartamento di via Spalato dove Oseghale viveva, il 31 gennaio 2018.

appello-oseghale-2-650x488Una sentenza (il processo si è chiuso il 16 ottobre scorso) che accoglie quanto già detto dai giudici della corte d’assise di Macerata, e che approfondisce molto le questioni della droga assunta da Pamela e del perché la ragazza non fosse morta per una overdose, come sostiene la difesa (Oseghale è assistito dagli avvocati ascolani Simone Matraxia e Umberto Gramenzi).

Anche le ferite mortali sono state ampiamente analizzate nella sentenza in base a quanto accertato dai medici legali nel corso delle indagini. C’è poi una considerazione dei giudici: «Alcuni dubbi restano nell’operato dell’imputato, il quale, dopo aver agito con una impressionante lucidità e raffinatezza nel momento dell’eliminazione delle tracce riconducibili alla violenza sessuale, sembra essere divenuto maldestro e goffo quanto abbandona le due valige sul ciglio della strada facendo uso di un taxi o quando non si disfà di tutti gli effetti personali di Pamela», per i giudici probabilmente Oseghale non si aspettava che i carabinieri arrivassero a lui così velocemente e, dicono, le operazioni di depistaggio e cancellazione delle prove erano ancora in corso da parte sua.

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La requisitoria del procuratore generale Sergio Sottani

Però una domanda i giudici se la fanno su quei comportamenti: «forse qualcuno doveva andare a prendere le valigie?».

Domanda che nel corso della sentenza si pongono anche in un altro punto. In un passaggio i giudici scrivono che le lesioni al fegato, quelle con cui Pamela è stata uccisa, sia secondo l’accusa che secondo i giudici, sono state inferte da Oseghale proprio con lo scopo di eliminare la ragazza che, costretta a subire una rapporto sessuale, avrebbe potuto denunciarlo. Oseghale «non ha mai compiuto una azione a caso – dicono i giudici – Quanto meno, almeno all’apparenza, fino a quando non ha lasciato le valige in strada. Condotta quest’ultima che comunque non è escluso che abbia avuto una sua finalità che l’imputato si è ben guardato dal rivelare (qualcuno, forse quel qualcuno con cui a lungo e concitatamente ha parlato nel tragitto sul taxi del camerunense Patrick Blaise Noutong Tchomchoue – mentre stava andando a gettare le valigie a Casette Verdini di Pollenza, in un fosso lungo via Dell’Industria, ndr -, che riferiva della per lui incomprensibile telefonata in inglese, avrebbe dovuto andare a prenderle? O lo avrebbe fatto lui stesso?)».

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Pamela Mastropietro

Altro aspetto che evidenzia la Corte d’assise d’appello di Ancona: «Straordinaria valenza probatoria sono le condotte post mortem di Oseghale, sono la chiave di lettura su quanto accaduto». Ci sono le versioni false, contraddittorie, i depistaggi, il negare il rapporto sessuale, l’ammettere di aver fatto a pezzi il corpo solo dopo che le prove scientifiche lo inchiodavano, dicono i giudici, e poi quell’operazione di depezzamento, svolta con perfetta conoscenza del corpo umano e il fatto che alcune parti del corpo non sono state trovate, quelle, dicono i giudici, dove c’erano state le ferite mortali. Mortali, spiegano, perché qualcosa di quei due fendenti al fegato è stato trovato. Tracce che mostrano sia segni di emorragia, sia formazione di globuli bianchi: a riprova che sono state inferte quando era in vita. Inoltre, aggiungono, non possono essere state causate per sbaglio durante l’operazione di depezzamento del corpo della 18enne.

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La mamma di Pamela, Alessandra Verni

«E’ evidente che l’imputato, dopo aver ucciso Pamela con due coltettale, ha mantenuto totale freddezza e assoluta lucidità come chiaramente dimostrano la precisione delle attività di depezzamento e disarticolazione del corpo di Pamela, svolte senza la benchè minima emozione. Ha dimostrato una non comune abilità settoria, una approfondita conoscenza del corpo umano, non si può dar credito all’imputato che abbia proceduto a queste operazioni al solo scopo di disfarsi del corpo della ragazza, a suo dire morta per overdose: avrebbe potuto raggiungere lo stesso risultato con una attività molto meno precisa» e sarebbe stato dunque «Superfluo il lavaggio del corpo con la varechina e l’esanguamento. Oseghale voleva far sparire le tracce di dna sul corpo e quelle delle due coltellate» dicono i giudici.

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Il procuratore Giovanni Giorgio ha condotto le indagini sull’omicidio di Pamela

Ferite inferte non per sbaglio durante le macabre operazioni dopo la morte di Pamela, «Oseghale non ha certo agito a casaccio sul corpo» dicono i giudici». Sul fatto che avesse negato di aver avuto un rapporto sessuale con Pamela, «Negava perché sapeva che era stata una violenza sessuale» dicono i giudici e aggiungono che la 18enne non avrebbe mai acconsentito ad avere un rapporto non protetto». Secondo i giudici: «Oseghale ha condotto a casa sua Pamela al solo scopo di abusare di lei sessualmente, approfittando delle sue condizioni di minore lucidità dovuta all’assunzione di eroina». Parti civili al processo i genitori e la nonna di Pamela, assistiti dallo zio della ragazza, l’avvocato Marco Valerio Verni, il Comune di Macerata e il proprietario della casa di via Spalato (tutelato dall’avvocato Andrea Marchiori).

Le indagini sull’omicidio di Pamela sono state condotte dai carabinieri del Reparto operativo di Macerata e coordinate dal procuratore Giovanni Giorgio e dal sostituto Stefania Ciccioli. La difesa potrà ora presentare ricorso in Cassazione contro la sentenza.

 

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L’avvocato Simone Matraxia durante il processo d’appello, a destra il legale Umberto Gramenzi

 

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L’avvocato Marco Valerio Verni, zio di Pamela

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Alessandra Verni durante il processo d’appello ad Ancona

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