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Questo virus maledetto
mi ha insegnato
ad avere paura

COVID - Il punto è che se i giovani si ammalano guariranno: noi anziani chissà. E certo non voglio che poi si sentano in colpa loro
...

di Tonino Armata

(coordinatore Osservatorio permanente Infanzia e Adolescenza del Comune di San Benedetto)

Fino a oggi, mi sono ammalato più volte ma non di virus. Comincio a sperare di riuscire ad arrivare ai vaccini senza che succeda; ma ci sono molte cose che sono cambiate a causa di questo virus. E ce n’è una che mi sembra intollerabile, e con la quale invece sono costretto a convivere: la pandemia mi ha insegnato ad avere paura dei miei figli e dei miei nipoti.

Fino all’arrivo della pandemia, erano i miei figli, al limite, ad aver paura di me (molto al limite). Se mi incazzavo per qualcosa, se riuscivo a essere severo. Adesso sono mite, malinconico, pedante, molto pedante. E un po’ distaccato; cerco di non esserlo ma l’istinto mi porta a star lontano da loro.

Perché io il virus lo vedo. Da quando ho cominciato a osservare e studiare quei disegni che appaiono sui giornali, quegli esempi che mostrano il contagiato che al buffet (quasi tutti i disegni fanno esempi di buffet, non chiedetemi perché) sparge quella polvere rossa su altri ospiti, quella polvere rossa dei disegni ho cominciato a vederla nella realtà. Mentre ceniamo, mia moglie alza la voce o fa qualcosa che assomiglia lontanamente a un colpo di tosse, io vedo partire quella polvere rossa con granelli grandi e piccoli e la parte contagiata che perde luce, va in penombra. Lei parla, e io vedo il virus nell’aria che si posa sul tavolo, si avvicina a me, mi avvolge. Vedo il virus che vaga per le strade, nelle stoviglie rumorose nei lavabi, nelle case dove vivono i miei figli e i miei nipoti.

Vedo il virus che accompagna i miei figli e i miei nipoti ovunque essi vadano, qualsiasi cosa tocchino. Vedo tutti i figli che esistono servirsi continuamente al buffet. Prima, se avevo qualche frustrazione, il mio conforto era l’abbraccio dei miei due figli, il fatto che a loro non importasse nulla dei miei contorcimenti: potevo essere in qualsiasi condizione d’umore, sociale, professionale, economica, non importava, ero il loro padre. Adesso, quel conforto è il mio tormento, me lo prendo o non me lo prendo? E in realtà, la questione davvero complicata è che la mia frustrazione più grande adesso, la mia angoscia più profonda, riguarda proprio questa pandemia, i morti, le persone intorno che si ammalano e che temo possano peggiorare; e cercare il conforto dei miei figli potrebbe voler dire consegnarsi al virus senza difese.

Sia chiaro: hanno paura anche loro. Ma hanno un timore diverso, leggero, arrogante, distratto. Mio nipote esce, va a casa di amici, dice che erano in tre, e poi dice: sto molto attento. Lo so, le vorrei dire, io sento il rumore di stoviglie.

Queste storie le abbiamo già sentite, e abbiamo sentito che alcune sono finite in modo tragico. L’amore per i figli e i nipoti si esprime anche in questo modo, attraverso questa paura. Perché non ho solo paura di ammalarmi per colpa loro, ma ho paura che loro pensino, o sappiano, che io mi sarò ammalato per colpa loro. Ho paura che loro sentano il peso dell’essere la causa di quello che è successo.

In fondo non ho davvero paura di ammalarmi, ma non voglio che loro ammalino per colpa di un padre o di un nonno.


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