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Gino Sabatini: «E’ necessario ripartire dai giovani e dai territori»

IL PICENO e la voglia di rinascere cambiando. Ecco la ricetta del presidente della Camera di commercio unica delle Marche. «Deve esser riequilibrato il rapporto tra costa ed entroterra. Ed è necessario che il cambiamento sia supportato da politiche locali, regionali, nazionali, europee più incisive e da un sistema del credito che non si limiti agli algoritmi»

di Piersandra Dragoni

Fino a qualche decennio fa eravamo orgogliosi del cd. “modello Marche”, un sistema produttivo a bassa connotazione tecnologica ma ad alto contenuto di esperienza e vivacità imprenditoriale fondato su piccole/medie realtà, spesso a conduzione familiare. Un modello che ha garantito ricchezza, benessere diffuso e discreti livelli occupazionali per molto tempo.

Ovviamente oggi il quadro è radicalmente cambiato così parliamo di industria 4.0, smart factory, brilliant factory, produzione intelligente, industrial internet, tecnologie abilitanti, interconnessione, collaborazione tra sistemi.

E cerchiamo di non farci sopraffare dagli effetti di una crisi economica che si prolunga ormai da anni, effetti ai quali si sono sommati, negli ultimi mesi, quelli delle misure di contenimento della pandemia da Covid-19 e che hanno prodotto conseguenze decisamente pesanti, spesso drammatiche, sul territorio provinciale.

Ma ci chiediamo: quale potrebbe essere il modello di sviluppo socio-economico in grado di rilanciare il Piceno di oggi e costruire il Piceno che verrà? Ne parliamo con Gino Sabatini, imprenditore edile originario di Offida che è stato presidente provinciale e regionale della Cna e nel 2014 è stato eletto presidente della Camera di Commercio di Ascoli Piceno. Dal 2018 è il presidente della Camera di Commercio unica delle Marche.

Quale è stato l’impatto economico della pandemia sull’economia della provincia picena e sui vari settori?

«Dal punto di vista quantitativo, va registrato un lieve aumento delle imprese attive (+ 0,65%) nel corso del 2020 e questo è un bel segnale non solo di voglia di resistere ma piuttosto di nascere cambiando. L’analisi qualitativa dello scorso anno, però, è spietata: con il comparto della ristorazione, compresi i bar, e il settore del turismo in ginocchio e con un futuro incertissimo se la curva della pandemia dovesse continuare ad avere questi ritmi.»

Secondo lei si può ipotizzare, e realizzare, un nuovo “modello Marche”?

«Non solo è ipotizzabile: è irrinunciabile. Il covid-19 impone un cambiamento profondo del modello, in modo che le aziende leader, a prescindere dalle loro dimensioni, riescano ad orientare l’ecosistema. Bisogna ragionare non più per silos, verticali e non comunicanti tra loro, ma come cluster e filiere.»

Quali sono i soggetti, oltre alla Camera di commercio, da coinvolgere in un progetto di sviluppo per la regione in generale e per la provincia picena in particolare?

«Le quattro università marchigiane, con le quali stiamo lavorando per tracciare una visione di futuro per le Marche e non solo per il Piceno, sono una ricchezza straordinaria. Le scuole, a cominciare dagli istituti tecnici, sono uno strumento di formazione eccellente: in una regione anziana, per demografia e per specializzazione produttiva, è necessario ripartire dai giovani e dai territori.»

Quali potrebbero essere i punti di forza di tale progetto?

«Le necessità del Piceno coincidono perfettamente con gli obiettivi dell’Ue: azioni green, più digitale, arrivare a comunità più coese, investimenti nelle infrastrutture e per città più smart, inclusive e sostenibili. Tutto questo significa anche riequilibrare il rapporto tra costa ed entroterra.»

Le crisi possono diventare occasioni per nuovi inizi: telemedicina e green economy, per esempio, potrebbero essere settori nei quali investire, ora, anche nel Piceno? Quali altri?

«Dall’agroalimentare al turismo, dal farmaceutico alle costruzioni, dal commercio alla logistica: nessun settore può ritenersi escluso. È evidente, però, che il cambiamento va anche supportato da politiche locali, regionali, nazionali ed europee più incisive rispetto al passato e da un sistema del credito che non può limitarsi agli algoritmi.»


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