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Pasqua, messe in presenza:
«Con tutte le precauzioni
e le dovute eccezioni»

ASCOLI - A dirlo è il vescovo Domenico Pompili che invita i fedeli a non "sprecare" l'opportunità. «Inoltre, sarebbe assolutamente comprensibile che possano esserci le persone più anziane che prudentemente decidano di rimanere a casa e magari di seguire attraverso la televisione»

di Stefania Mistichelli 

Una Pasqua dal sapore agrodolce ma finalmente “in presenza” quella che la comunità cristiana sta vivendo in questi giorni.

In un periodo così difficile, fondamentale secondo l’amministratore apostolico della Diocesi di Ascoli monsignor Domenico Pompili non perdere l’occasione di partecipare alle cerimonie religiose in presenza, con tutte le precauzioni e con le dovute eccezioni.

«Io credo che la possibilità di celebrare in presenza, a debita distanza e con tutte le precauzioni del caso, sia una possibilità da non sprecare sicuramente. Certo, ci potrebbe essere in qualche caso la necessità di sottrarsi per evitare che il numero superi quello previsto.

Inoltre, sarebbe assolutamente comprensibile che possano esserci le persone più anziane che prudentemente decidano di rimanere a casa e magari di seguire attraverso la televisione le celebrazioni del Papa. Ma a parte queste eccezioni, penso che sia preferibile che le persone più giovani e gli adulti, persino i bambini, scelgano di partecipare in presenza. Credo infatti che sia un aiuto ad entrare nel mistero pasquale». (Leggi qui come assistere alla celebrazioni in streaming)

Un mistero pasquale che si inserisce in un periodo di grande sofferenza personale e collettiva, che suscita una riflessione che monsignor Pompili ha affidato anche ai microfoni di Radio Ascoli.

«La pandemia ci ha introdotto in un tempo sospeso, che non riusciamo a definire né rispetto alla sua durata, perché nessuna certezza abbiamo in merito, ma neanche rispetto alla sua consistenza perché siamo di volta in volta rinviati in avanti.

Adesso sicuramente la vaccinazione, se finalmente riuscirà ad assumere ritmi convenienti come auspicato dal governo, sarà una risposta concreta. Però, sicuramente, abbiamo sperimentato tutti questo senso del limite e una forma inedita di incertezza che credevamo di non dover mai conoscere, noi che eravamo un po’ i figli della società definita della “post durezza”, un po’ tutti tutti allevati nella bambagia, nella pancia di un certo benessere economico, e anche di questa ingenua idea di un progresso come fosse un processo rettilineo sempre dal meno al più.

Direi che il tempo che viviamo attualmente è una sorta di Sabato Santo prolungato. Siamo in mezzo a tanti segnali di morte, abbiamo la percezione di qualcosa che ancora morde e purtroppo tragicamente, visto che ancora ieri abbiamo avuto centinaia di morti.

Nello stesso tempo però non possiamo smettere di sperare che si esca il prima possibile da questa vicenda. Perciò questa Pasqua di quest’anno, a differenza dello scorso anno in presenza con la possibilità di partecipare alle celebrazioni, è comunque una Pasqua dal sapore agrodolce che non ci impedisce di tornare a quelli che sono i temi fondamentali della nostra esperienza cristiana, che vede proprio il passaggio dalla morte alla vita come la legge della nostra esistenza».

Un periodo, quello della pandemia, che ci aiutato a riscoprire molti valori.

«In primo luogo penso ci abbia fatto riscoprire l’importanza del contatto fisico e della relazione interpersonale. Credevamo di essere soddisfatti nella misura in cui ci rendevamo indipendenti dagli altri e in un certo senso anche questa nuova tecnologia ci aveva convinti di questo, mentre in realtà ci stiamo rendendo conto che il contatto ci manca.

Abbiamo gli adolescenti e i ragazzi che invocano di andare a scuola, una cosa impensabile fino a qualche tempo fa, perché ciò che più manca non è tanto la trasmissione di contenuti, che in teoria anche le dad potrebbero in qualche modo garantire, ma è quella miscela generativa che è costituita dal contatto interpersonale che rende anche il processo educativo coinvolgente.

Poi l’altro aspetto di cui ci siamo resi più convinti è il senso del nostro limite, cioè della nostra fragilità: questo, se da un verso ci ha fatto toccare con mano la limitatezza dell’esperienza umana, per un altro verso ci ha fatto capire anche la sua bellezza e in qualche modo la necessità di non sprecarla. Mi auguro che, come il deserto è stato soltanto un momento dell’esperienza del Maestro, dalla quale è uscito più rafforzato nella consapevolezza dell’incontro con Dio, anche questo isolamento forzato ci doni una personalità più integra».


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