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“Adele allo specchio”, anima di donna
Giorgio Massi racconta la sua ultima fatica

LIBRI - L'autore ascolano torna con un romanzo breve che mette al centro per la prima volta un personaggio femminile, concepito durante il lockdown: «Una protagonista, le sue sfumature caratteriali e una capacità di risoluzione dei problemi che le permettono di resistere a turbolenze di ogni genere. Più che un giallo, un quasi arancione»

di Luca Capponi 

E’ uscita da qualche settimana la nuova opera di Giorgio Massi. Stavolta lo scrittore ascolano, classe 1973, si cimenta con un personaggio femminile in “Adele allo specchio”.

Giorgio Massi

Si tratta di un romanzo breve pubblicato da Fara Editore, che segue “Borgo di piombo” (2015), “Terraaagònia”
(gli è valso il secondo posto al Faraexecelsior 2018 e il riconoscimento come miglior autore locale al concorso “Città di Grottammare”) e “Riviera. Invisibile”, menzione d’onore per la narrativa sempre al “Città di Grottammare” del 2020.

A spiegare la genesi (e non solo) del libro, colorito come al solito da uno stile vivace, pieno di vivide metafore e contraddistinto da una prosa ficcante, arguta e ricercata, è lo stesso autore. Alle prese con la storia di una donna forte, tenace, vogliosa di “rinascere”. E, come tutti, presa da inevitabili zone d’ombra. Che nell’occasione innescano un moto quasi da “giallo”.

Come mai la protagonista, stavolta, è una figura femminile?

«L’opera originaria doveva essere scritta a quattro mani. Ma il progetto si è arenato già alla prima pagina. Ho deciso pertanto di proseguire in solitaria descrivendo le trame di un personaggio di fantasia calato nei miei tradizionali calembour. O schemi metaletterari, a volte no sense».

“Adele allo specchio”

Come si è rapportato con Adele?

«È la prima volta che mi cimento in un terreno narrativo che non sia auto-biografico o che non affronti argomenti legati al tennis amatoriale, all’arte, o alle pagine quasi di un “diario di bordo”. Adele rappresenta un vero unicum. La protagonista, infatti, presenta sfumature caratteriali e capacità di risoluzione dei problemi davvero irripetibili che le permettono di resistere a turbolenze di ogni genere. Alla fine è un giallo quasi arancione».

Il finale aperto prelude a una possibile continuazione?

«Potrebbe, forse, esserci una prosecuzione della storia dopo le trame processuali del capitolo finale. Ci sto lavorando sopra, ma non è certo. Ad oggi, l’obiettivo più ambizioso sarebbe quello di poterlo presentare all’indomani di un’auspicata ripresa delle attività culturali una volta superata questa grave emergenza. Nel frattempo vorrei però cogliere l’occasione di ringraziare, in primis, Veronica Barelli che mi ha accompagnato artisticamente in questo nuovo percorso letterario, Roberto Cicchinè per le copertine, infine il mio editore Alessandro Ramberti e l’amica Angela Colapinto».

L’opera è stata concepita nella primavera del 2020, in pieno lockdown. Com’è stato scrivere in un momento di mancata interazione con l’esterno?

«In quel periodo sono riuscito a scrivere soltanto due poesie, di cui una apre appunto la narrazione del libro. La sensazione dominante di quel momento storico, quasi irripetibile, si riverbera anche nel tessuto narrativo dell’opera che tuttavia descrive i mesi successivi alla primavera del 2020, forse in un momento di apparente calma. Adele poi viene proiettata in un lasso di tempo futuro in cui corona i suoi obiettivi. Un espediente necessario per respirare aria nuova».

A cosa sta lavorando adesso?

«Ho scritto di recente un racconto breve dedicato al mondo dei gatti. Mi sono calato nei panni di un improbabile pianista da crociere riservate esclusivamente ai felini e ai loro bizzarri accompagnatori. L’idea di un secondo capitolo di “Terraaagònia” è sempre viva vista la grande passione tennistica che si respira nel nostro territorio. Ho iniziato anche una terza opera che però ha un taglio decisamente noir».

Il suo stile rappresenta un qualcosa di originale. Da cosa nasce?

«Nasce in maniera spontanea o involontaria. Non ho un formulario di riferimento. Esso scaturisce unicamente da un’esigenza di raccontare in maniera caricaturale, seriosa e talvolta anche grossolana vicende, personaggi o fatti di mera fantasia o diciamo verosimili. Di certo, sono naturali per me le frammentazioni del verso, le improvvisazioni linguistiche o l’uso di termini apparentemente aulici o creati sul momento. Si tratta tuttavia di strumenti in grado di infondere frenate e accelerazioni al ritmo descrittivo».

Quali sono i suoi riferimenti artistici?

«Nutro una doverosa reverenza verso la letteratura italiana e quella francese. Sono affascinato da ogni aspetto della cultura inglese. Nella mia scrittura è forte anche l’impronta del mondo delle vignette e delle caricature in cui mi sono cimentato soprattutto in età adolescenziale. Così come è intenso il legame con il cinema che costituisce un riferimento fondamentale in termini di ispirazione».

 

 


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